Intervista a Gian Antonio Stella

10-mar-2006
di Massimo Bran e Fabio Marzari | :venews

Gian Antonio StellaGian Antonio Stella
, firma di punta del Corriere della Sera, è un giornalista che ama il suo mestiere a tal punto da viverlo in maniera sempre appassionata, a volte scomoda, senza temere di essere inviso ai politici, di qualunque colore. Ha scritto vari libri, dove la piacevolezza dello stile, la descrizione del vero e non la ricerca del sensazionale hanno contribuito a conoscere meglio realtà, molto spesso “mitizzate”, quali il Nord Est. Per capire l’aria che tira in questo sofferente Paese abbiamo deciso di ‘interrogarlo’.

Giornalismo: una vocazione, una passione o un mestiere acquisito col tempo?

Sinceramente non saprei dire come e quando sia successo che mi sono innamorato di questo lavoro. Io però ho sempre voluto fare il giornalista. C’è chi da piccolo vuole fare il macchinista, chi la ballerina, io volevo fare il giornalista e così è stato. Non so se questo significhi vocazione; quello che so è che da quando avevo 15 anni avevo questo chiodo fisso, tanto è vero che all’esame di Maturità nel compito di Italiano ho preso un sonoro 4 con la motivazione addotta dal geniale professore che aveva corretto il compito che il mio linguaggio scorreva troppo giornalistico. Ho rischiato la bocciatura perché non scrivevo come un trombone…

Quali sono stati e quali sono i suoi maestri, i suoi punti di riferimento imprescindibili del mestiere?

Come punti di riferimento, giornalisti che non si somigliano molto ma che amo di più, inizierei da Indro Montanelli per la sua capacità di giocar di scherma, di affondare la lama e di essere combattivo; alcune sue battaglie si potevano condividere, altre meno, però secondo me lui incarnava lo spirito del buon giornalismo che è per sua essenza battagliero. Un altro formidabile maestro è Giorgio Bocca, per la sua impareggiabile capacità di arrivare in un posto e di impadronirsi di quella realtà in poche ore; abilissimo a capire il tema e sviscerarlo unendo insieme grinta, capacità di scrittura e impegno civile, che in lui è assolutamente centrale. Il terzo che ho amato tanto è stato Luigi Pintor, un vero fuoriclasse di cristallina eleganza anche nello stile; un genio assoluto del giornalismo, schierato ma senza paraocchi, nel senso che lui, a differenza di tanti altri dichiaratamente di sinistra o di destra, quando la sinistra aveva torto non aveva peli sulla lingua nel riconoscerlo e nel denunciarlo. Questi a mio modestissimo avviso i tre giornalisti più grandi degli ultimi anni. Chiedo scusa se ne dimentico altri, certo non voglio togliere niente ad altre formidabili firme, Biagi, Scalfari, Igor Mann, Ettore Mo, il grandissimo Ettore Mo. Anche lui ha inciso molto sul mio modo di lavorare, a partire dall’idea che questo mestiere –non è una battuta – si fa davvero anche con le scarpe, cioè camminando, andando sul posto: non lo si può fare per telefono!

Incuriosisce il tratto che accomuna queste tre grandi firme: tutti in qualche modo italiani anti-italiani, di puro spirito se non liberale in senso classico, libero, al di là delle proprie distanti visioni e famiglie politiche.

Una cosa che è comune a tutti e tre è la voglia feroce di scrivere fino in fondo ciò che più gli pare, e questa è la cosa che di loro più mi piace. Se vuoi invece un modello assolutamente negativo di come non fare questo mestiere – anche se il nome potrà sorprendere – considera Bruno Vespa: io credo che il buon giornalismo non sia equivicino come nel suo caso, ma equidistante come nel caso di Montanelli, che quando fondò «La Voce» scrisse: «Chiunque vinca, noi staremo all’opposizione». Questo non significa essere contro per partito preso, bensì che il buon giornalista deve fare la guardia al potere e non la guardia del potere.

Lei fa il mestiere di giornalista andando a scavare tra certi malvezzi italici ‘sporcandosi le mani’, senza paura di essere sgradito a qualcuno o ai più. Com’è questa Italia del 2006 e come ci si trova?

Deludente, soprattutto considerando che l’Italia del dopoguerra ha avuto dei momenti di grande spinta, con tutti i suoi pro e i suoi contro. Io conosco bene, meglio forse della stragrande maggioranza che li ha vissuti perché li ho ben studiati, gli anni 50, che sono stati sotto alcuni aspetti formidabili per un’Italia chiusa sul fronte della pubblica morale, del sesso, dei pregiudizi. Un’Italia retrograda e becera che però per certi aspetti era percorsa da brividi vitali straordinari, da gente che era tutta proiettata in avanti. C’era una corsa verso il futuro con un ottimismo straordinario, un’Italia che si adattava a vivere nelle condizioni pessime delle bidonville di Milano e di Torino scommettendo su se stessa anziché star lì a lagnarsi. Era un’Italia che diceva: «Sì,comincio come operaio, però poi voglio fare il caporeparto e poi magari mi metto su la fabbrichetta per conto mio». Ecco, questa Italia non c’è più. In tanti anni ci sono stati periodi buoni della Puglia, della Lombardia, delle Marche, del Veneto… Insomma, c’è sempre stata un’Italia proiettata in avanti. Per la prima volta dopo tanto tempo attualmente stiamo assistendo ad un’Italia ripiegata su se stessa, piagnucolosa, impaurita, un’Italia che non vuole più fare sacrifici e che invece è costretta a farli a causa di cattive gestioni di governo. La gestione della cosa pubblica che ha caratterizzato questi ultimi anni è stata davvero pessima, destra o sinistra che sia. Tanto per capirci, Kohl, un solido uomo di destra, si sarebbe comportato in maniera completamente diversa rispetto al governo che c’è stato in questi anni.

È sintomatico dell’eterna anomalia italiana che Kohl appoggi Prodi e non Berlusconi...

Kohl ha scommesso tutto sulla riunificazione di un paese, è stato assolutamente temerario, ha avuto un coraggio formidabile e l’ha fatto. Il nostro problema fondamentale è che in questo paese anche quelli che sembravano avere coraggio, ad esempio Berlusconi, di coraggio in realtà non ne hanno avuto affatto. Alcune riforme di destra che andavano fatte sono state completamente eluse: penso alla liberalizzazione delle professioni, all’abolizione di tutti gli ordini professionali; penso all’abolizione del titolo di studio e nello stesso tempo ad una riforma dell’Università che non lasci spazio a finte Università, che vendono finti diplomi con finti professori a finti studenti. Penso a tante altre riforme che di solito le destre fanno e che invece sono state completamente ignorate, con il bel risultato che adesso ci troviamo a fare i conti con delle situazioni complesse, ad esempio riguardo all’energia con una scelta devastante fatta dalla Francia e che però noi ci siamo meritati in pieno.

Rifacendosi al suo spettacolo teatrale Quando gli albanesi eravamo noi con Gualtiero Bertelli, tra magliette di Calderoli e boutade da varietà di terz’ordine, c’è ancora qualche speranza di ritornare un paese tollerante?

Secondo me il nostro non è un paese intollerante; a differenza di tanti altri il nostro è un paese che definirei abbastanza tollerante con alcune sacche di razzismo. Se andiamo a vedere i tagli dei giornali di questi anni l’arrivo di tanti stranieri in Italia è stato accompagnato da minori tensioni rispetto a quelle che c’erano state in Svizzera con l’arrivo degli italiani. Quando la Francia ha cominciato a ricevere immigrati c’era un atteggiamento spaventosamente xenofobo. E questo è successo con noi anche in Svizzera, in Belgio; meno in Germania solo perché con i tedeschi abbiamo da sempre un rapporto privilegiato: il popolo più innamorato al mondo degli italiani è quello tedesco. Inoltre i tedeschi quando è arrivata la grande migrazione italiana uscivano da quella grande tragedia che è stato il Nazismo, per cui si erano in qualche modo vaccinati. Non parliamo poi dell’Australia, che è stato il paese forse più razzista con noi. Sono stati durissimi gli Stati Uniti, è stata durissima l’Argentina; noi siamo stati trattati dappertutto peggio di quanto siano stati trattati gli immigrati in Italia. Credo che questo dipenda dal fatto che in Italia dall’Impero Romano in poi ci sia sempre stato un gran mescolamento di genti. Noi non siamo mai stati una razza pura. Solo Bossi è arrivato a dire la cretineria sulla razza padana, razza pura, razza eletta - cito le parole testuali. Ma questa è solo una scemenza di un venditore di frittelle politiche: in realtà non c’è mai stato razzismo diffuso nella popolazione, né la convinzione che la razza italiana sia una razza eletta. È una cosa che si era inventato il Fascismo e che è durata soltanto una manciata di anni, per poi saltare via ed affondare nel ridicolo.

Il Veneto e Venezia, un rapporto difficile, conflittuale, dove lo scarso dialogo e la logica dei campanili non favorisce un progetto comune di crescita. Quale futuro per il Nord-Est?

Dal Nord-Est vedo segnali interessanti perché c’è voglia di fare, di uscire, di produrre, anche se mi pare che stia diventando una regione – ripeto una cosa già detta da altri – piena di imprenditori e con sempre meno fabbriche. Chi fa impresa oggi va a produrre sempre più spesso all’estero e questo ha cambiato il modo di vivere e di produrre. Ci sono segnali positivi, nel senso che c’è la voglia di trovare vie d’uscita nuove. E poi ci sono segnali negativi, come il fatto che alcuni imprenditori invece che investire nella fabbrica hanno cominciato ad investire nel mattone. Invece che aggiungere macchine per aumentare la produzione hanno investito in appartamenti da affittare: un fenomeno pessimo, perché è chiaro che se è l’imprenditore stesso a non credere nella sua fabbrica, non vedo perché ci devo credere io.

Ma adesso, parafrasando il titolo di un suo libro, chi ha gli schei in Italia?Quali sono le tribù dei ricchi, dei ricchi veri?

I ricchi più o meno sono gli stessi, solo che si sono spostati sulle tariffe. Tronchetti-Provera continua a fare ottimi pneumatici però negli ultimi anni ha investito soprattutto su Telecom, dove appunto incassa bollette, schede prepagate e via così. Lo stesso vale in qualche modo per i Benetton: hanno preso le autostrade e anche lì vanno ad incassare pedaggi, introiti sicuri insomma.
L’impressione è che un po’ tutto il mondo imprenditoriale italiano non abbia più fiducia nel fatto che questo paese possa avere un futuro forte dal punto di vista industriale. Penso che questo sia un errore; lo capisco, però penso sia un errore, probabilmente dovuto al fatto che quelli che da noi sono diventati grandi imprenditori negli ultimi anni lo sono divenuti quasi sempre in settori non di altissima tecnologia. Noi siamo credo il primo paese al mondo come consumatori di cellulari e non c’è un’impresa che fabbrichi telefonini. Questo la dice lunga sui ritardi che registriamo. Per non parlare poi delle infrastrutture: l’India, paese sovraffollato con paesini uno dietro l’altro, in condizioni non meno difficili sotto alcuni aspetti di quelle che abbiamo noi, ha da poco avviato un piano per 56.000 km di nuove autostrade. Partono con grande ritardo però posso scommetterci che ce la faranno, perché quando decidono di fare una cosa poi la realizzano sul serio. Quello che davvero angoscia oggi qui in Italia è il fatto che anche i cosiddetti decisionisti alla fine della fiera si dimostrano dei puri parolai, velleitari dalla testa ai piedi.

La nostra economia è sostanzialmente fondata su un susseguirsi di spontaneismi anche geniali che però non riescono a crescere facendo sistema. Lo stesso Nord-Est, un modello originariamente agile e veloce, non ha saputo maturare una sua evoluzione, tanto meno da un punto di vista politico, di una politica che sappia realmente rappresentare e dare delle risposte…

L’idea della capitale forte da opporre a Roma è un’idea che si è persa nel tempo perché in realtà ci siamo anche accorti che forse non è così. Il Nord-Est è diventato maggiorenne, è diventato grande senza avere Milano, Torino, senza avere Roma, cioè senza avere una capitale indiscussa. La capitale a cui tutti i veneti si sono rassegnati/affezionati è Venezia, che però non ha il peso di grandi metropoli come Milano. Questo non so se sia un grande limite; sicuramente lo è aver sottovalutato per anni la politica, perché l’idea che bisogna essere bravi per mandare avanti un laboratorio artigianale e che invece basta essere dei deficienti per fare il presidente regionale è un’idiozia di cui paghiamo tutti le conseguenze. Governare una regione, una provincia, un grande comune è una cosa molto più difficile che mandare avanti una fabbrichetta. L’idea invece che sia vero il contrario è una delle scemenze che i veneti si sono raccontati per tanto tempo e di cui purtroppo portiamo le ferite sulla nostra pelle.

Cosa manca ai giornali italiani, se qualcosa effettivamente manca, rispetto ai grandi giornali europei?

Io credo che i giornali in Italia siano fatti meglio che dalle altre parti perché sono scritti meglio, sono più ariosi, riescono a ‘tenere insieme’ più elementi e non è una cosa da poco. Non so quanti facciano i giornali come li facciamo noi; quando sono all’estero e sfoglio i quotidiani vedo cose talmente brutte che apprezzo sempre di più quelli di casa nostra. Non abbiamo davvero molto da imparare, anzi. Per la televisione il discorso è invece totalmente diverso. Il giornale si deve comprare andando in edicola, quindi l’atto della scelta è essenziale e su questo si gioca la sopravvivenza di una testata rispetto ad un’altra. La televisione invece ti entra in casa, ti sceglie lei; sì, certo, puoi cambiare canale, ma fino a un certo punto, perché mentre su tutti i giornali il lunedì leggi, ad esempio, che il Milan batte la Fiorentina o l’Inter batte il Bari, lo stesso diritto di cronaca che sulla carta stampata è scontato in televisione non c’è: il risultato è che alcune cose le vedi solo su alcuni canali: Sanremo è solo sulla Rai, il campionato di calcio è solo su Canale 5… La funzione non dico educativa, ma quantomeno non imbarbaritrice della televisione è secondo me fondamentale. Si può anche fare un giornale che fa schifo, la gente non lo compra e non dura. Ma fare una tv che fa schifo ha delle conseguenze devastanti sulla gente: se tu abolisci la parola “ossimoro” dalla televisione dopo dieci anni nessuno saprà cosa significa; se introduci la formula “un attimino” dopo un anno tutta Italia dirà “un attimino”. In questo senso la responsabilità della televisione è formidabile e credo che siano stati fatti in questi anni dei danni probabilmente irreparabili, più che in altri paesi. Non ci si stupisce che sulla scia del Grande Fratello e di queste sciocchezze televisive poi le ragazzine di quattordici anni come regalo di compleanno scelgano un’operazione per rifarsi il seno; maledetto chi ha inventato questo modo di far televisione e maledetto chi ce l’ha venduto!

La Venezia di Gian Antonio Stella: i luoghi, i ricordi…

Ho avuto la fortuna di scoprire Venezia in più occasioni. Io non sono veneziano e la prima Venezia che ho conosciuto è stato quando mio papà e mia mamma mi mandavano in vacanza a causa della febbre da fieno: mi portavano a Venezia a passare dieci giorni nel momento più critico, a maggio, e io stavo bene. Era la Venezia della zona di Castello, quella più popolare. Mi sono innamorato di Venezia entrando, per così dire, dalla porta di servizio ed è stato un amore che è rimasto tutta la vita e che ancora oggi resiste. Poi l’ho scoperta di nuovo e ancora più bella quando ho cominciato a girarla con la mia barchetta: dall’acqua è tutta un’altra cosa. È la città dell’amore, la città del mio amore, la città che io amo sopra ogni altra. Che puoi dire di Venezia? Davanti alla sua bellezza, qualsiasi cosa tu aggiunga diviene automaticamente banale.

 

di Massimo Bran e Fabio Marzari
:venews
marzo 2006

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