Intervista a Irene Bignardi

10-apr-2006
di Massimo Bran | :venews

Irene BignardiStiamo entrando in un anno molto particolare per il cinema italiano. La Festa del Cinema di Roma promossa da Veltroni darà nel bene e nel male una forte scossa al sistema-cinema italiano.
Gli effetti si vedranno, però è un fatto che qualcosa di importante cambierà. Venezia è come al solito pigra alla finestra, sperando che basti come sempre il blasone (sic).
È un tema che affronteremo spesso quest’anno, incontrando personaggi chiave della settima arte in salsa tricolore. Abbiamo voluto partire da quella che ormai si può definire la Signora della critica cinematografica italiana, quell’Irene Bignardi che negli ultimi anni a Locarno ha definitivamente dimostrato le sue indiscutibili doti anche sul fronte curatoriale, nonché di direttrice di una complessa macchina qual è un grande festival generalista.

Il cinema. Una passione progressiva o una folgorazione?

Per la verità è una passione in partecipazione con un’altra che è quella per la letteratura; non sono mai stata una cinefila accanita nel senso in cui ci immaginiamo i cinefili, cioè persone nutrite soltanto di ‘pane e cinema’. In realtà io mi sono sempre nutrita di pane e letteratura; altri si nutrono di cinema e musica, io, invece, ho scelto questa accoppiata che è stata credo reciprocamente utile, nel senso che il mio amore per il cinema si è poi accompagnato anche ad un modo di guardarlo che ha molto a che fare anche col senso della scrittura, insegnatomi proprio dal fatto di leggere tanto. Ho cominciato a frequentare le cineteche quando avevo sedici anni e mi è piaciuto tantissimo; però, ho sempre accompagnato il cinema con una bella dose di disintossicazione letteraria.

Quali sono stati i suoi maestri, i suoi modelli della critica cinematografica?

Leggevo avidissimamente le recensioni di Tullio Kezich su «Panorama», parlo quindi di duemila anni fa, nel Giurassico praticamente, prima che esistesse «La Repubblica» e prima che Kezich ne diventasse il critico, a cui poi sarei succeduta io. Avevo un’ammirazione infinita per il suo modo di spiegare, raccontare e valutare un film in uno spazio ridotto, quello della scheda, che costringe il critico ad un esercizio di condensazione, di bella scrittura, perché quando si hanno 25-30 righe si deve veramente concentrare il giudizio, quello che si vuole trasmettere. Il suo modo di raccontare era sempre estremamente sapido, intelligente, poteva essere non condivisibile il giudizio finale ma l’argomentazione era sempre intelligente. Ho cercato di imparare da lui e di fare della recensione una forma letteraria propria, che abbia un senso anche per chi non vede il film; una recensione che racconti delle cose e che si esprima bene anche se non si va al cinema. Se poi riesce pure a trascinare la gente al cinema, tanto di guadagnato!

Come se la passa oggi il nostro giornalismo cinematografico?

In questo momento il nostro giornalismo cinematografico è una cosa diversa dalla critica. È più squilibrato, nel senso che c’è molto spazio per il giornalismo cinematografico, quindi per l’intervista, il colore, il tutto ritmato, comunque, dai tempi che scelgono gli uffici stampa, mentre c’è molto meno spazio per la critica. Questo è un fenomeno che si sta sempre più radicalizzando da 5-6 anni, salvo che su alcuni giornali privilegiati; vedo che il «Gazzettino» a Venezia ha ancora spazio per la critica ma la stessa «Repubblica», ormai, ha una pagina di recensioni che sono veramente in pillole. Inoltre, gli spazi sono gli stessi e questo porta a una forma distorta di comunicazione, perché dei film immeritevoli, dato che il giornalismo cinematografico promuove i  prodotti in maniera indiscriminata, finiscono per avere lo stesso risalto dei film meritevoli, a volte addirittura di più.

E confrontando la stampa italiana con quella estera?

Dipende; in Germania la critica praticamente non esiste, i quotidiani ormai riducono il giudizio a segni grafici immediatamente riconoscibili, come faccine nere o sorridenti, penalizzando la critica discorsiva. In Francia esistono almeno due giornali che fanno sempre tendenza e in cui gli spazi della recensione e della cultura cinematografiche sono molto forti, come «Libération» e «Le Monde». In America ci sono almeno due giornali che fanno un’ottima informazione culturale sul cinema, il «Los Angeles Times» e il «New York Times », e che fanno anche molta tendenza perché il «New York Times», almeno per quanto riguarda i film indipendenti e i film stranieri, detta legge, ne segna il destino negli Stati Uniti. E poi ci sono, invece, le riviste di stampo un po’ più letterario, penso al «New Yorker», che presenta delle recensioni che sarebbe meraviglioso riuscire a fare anche da noi, avendone lo spazio: articoli in cui l’analisi può essere modulata attraverso riferimenti, letture, cortocircuiti culturali.
 
L’esperienza come direttrice del festival di Locarno. Tra le mille funzioni che deve assolvere un direttore di festival, qual è stato il tratto più gratificante e quello più gravoso in questi due anni da curatrice?

Il tratto più stimolante o comunque più gratificante è quello della progettazione; assieme al mio vicedirettore Teresa Cavina, ad esempio, abbiamo ampliato una serie di sezioni del festival, aprendo la sezione «In Progress» che prendeva in considerazione le zone al confine tra il cinema e le altre arti, letteratura, architettura, musica ed il cinema stesso nelle sue forme più estreme di video-arte. Vedere che ad un progetto del genere segue una risposta entusiastica (perché l’anno in cui abbiamo proposto cinema e letteratura riempivamo letteralmente le sale con personalità come Abraham Yehoshua), vedere che la gente risponde, ti fa sentire una persona che soddisfa un bisogno, o meglio che lo induce, che induce ad un bisogno che era dormiente e che poi viene soddisfatto. La cosa più defatigante è il lavoro di selezione, perché non è immaginabile la quantità di orrori che vengono prodotti; tanto più oggi, perché con uno strumento leggero e poco costoso come il digitale tutti si sentono autorizzati a fare qualsiasi cosa senza il filtro degli altri controlli, di altri passaggi del processo produttivo, che da una parte sono un ingombro ma da un’altra rappresentano anche una garanzia della resa finale del prodotto filmico.

Locarno è tra i festival generalisti quello che forse di più negli ultimi anni ha osato nella selezione e nei premi, quasi ponendosi a cavallo tra kermesse tuttologa e festival di frontiera. È questo il vero tratto identitario di distinzione di questo festival, oppure c’è qualche ulteriore elemento che lo contraddistingue?

Io penso che questa sia la vera missione di un festival, perché non c’è assolutamente bisogno di promuovere film che sono già di per sé pompati dalla grancassa produttiva. A Locarno c’era innanzitutto una grande libertà; reazioni scomposte come quelle registrate ad esempio a Venezia dopo alcuni premi (vedi il Leone d’Oro a che ha segnato la dipartita di De Hadeln, tanto per fare un esempio) lì non avrebbero avuto luogo in virtù di una maggiore libertà dal potere politico. Nonostante la metà del budget di Locarno sia garantito dalle istituzioni dello Stato nessuno si sognerebbe mai di pensare che un premio possa essere controllato dal direttore, condizionato dal potere politico magari; in questo senso, Locarno è un luogo privilegiato. Quando c’ero io, le scelte dipendevano dal gruppo dirigente, fra l’altro tutto al femminile! Ci siamo divertite moltissimo e abbiamo lavorato in maniera fantastica assieme, senza che nessuno si intromettesse.

Venezia e Cannes sono gli ultimi grandi festival di un’altra età, concepiti in luoghi d’élite con il glamour a farla da padrone. La tendenza dei festival generalisti emergenti sembra voler essere quella di insediarsi nel cuore vivo delle metropoli, quasi a voler esaltare sin dalla vetrina il rapporto immediato con il pubblico, quello vero di ogni giorno. Toronto, la vecchia Berlino, Montreal, Londra, San Sebastian sono lì a dimostrarlo. Che cosa ha perso e cosa ha guadagnato in termini di fascino e di accessibilità il cinema?

Non conosco Montreal, non ci sono mai stata. Toronto è un festival con una formula interessantissima perché, in realtà, relega i grandi film da tappeto rosso in una zona dedicata; non sono però questi il cuore del festival, che di fatto si caratterizza per essere anche un grande mercato con un’enorme serie di proposte e di scoperte. Berlino, a parte il fatto che ogni anno propone 7-8 film americani da rilanciare prima della stagione degli Oscar, ha una serie di cose fantastiche a contorno e nutre una città che ha una popolazione molto curiosa, una grande popolazione universitaria. Ha quindi una fortissima raison d’être nel territorio urbano, oltre a quella che aveva prima come ponte fra l’est e l’ovest, ai tempi in cui era ancora nella vecchia sede, prima dello spostamento a Potsdamer Platz e prima di un dopo-muro che aveva bisogno di collegare le due metà della Germania. Un festival molto importante che dura addirittura due settimane, ma che viene totalmente ignorato a livello internazionale, è quello di Londra. Londra ne ha bisogno perché si sta omologando sempre più ai ritmi della grande produzione e sempre di più si sta restringendo, a parte il National Film Theatre e forse un altro paio di istituzioni, lo spazio per il cinema d’autore. Un festival importante per una fetta della città ma che dal punto di vista delle sue scelte verso il resto del mondo è praticamente inesistente. Ogni festival urbano è un caso a sé, risponde a differenti esigenze di differenti culture e milieu urbani. Certo, il tratto comune è sicuramente quello di entrare nel corpo vivo della società, coinvolgendo il pubblico che è il vero cliente del cinema, mentre un tempo tutto si articolava maggiormente sul glam, sulla vetrina, sullo star-system.

L’imminente Festa del Cinema di Roma sembra dire due cose: da un lato la grande vitalità della capitale sul fronte culturale dell’era Veltroni, a dimostrare che se si vuole anche nella nostra Italietta si può pensare e realizzare in grande, da un altro lato la conferma del provincialismo inestirpabile del nostro paese, che anziché valorizzare la sintesi delle proprie ineguagliabili proposte culturali continua a frammentare, a decuplicare, senza la minima capacità di fare sistema. Non crede che ai francesi non verrebbe mai in mente di fare una Festa del Cinema di Parigi un mese dopo Cannes?

Veramente l’hanno fatta, è andata male ma l’hanno fatta. Hanno fatto un Festival del Cinema di Parigi che si svolgeva, mi pare, in giugno o luglio e l’ha diretto per un paio di anni Marie Pierre Massia, la signora che aveva curato in precedenza la Quinzaine a Cannes. Non è andato bene perché Parigi non ne aveva alcun bisogno; se si sfoglia «Pariscope», la rivista in cui sono elencati tutti gli eventi, si trova già un gran numero di sale e film che fanno il loro festival quotidianamente, con rassegne tematiche, retrospettive, monografie. Un festival classico non serve proprio, quindi.

Ma anche Roma è una città di cinema...

Sì, ma non in questo senso; Roma è una città che ha i cinema, però ci sono 3-4 istituzioni che fanno qualcosa. Adesso c’è la Casa del Cinema, c’è il glorioso Film Studio, ci sono altre 2-3 sale… Ma in effetti a Roma il cinema è sempre più uniforme; guardando le pagine degli spettacoli ci si accorge che vengono ripetuti gli stessi film in più e più sale. Forse Roma, essendo miticamente la città del cinema, avrebbe bisogno di darsi una svegliata, una vera scossa per svecchiarsi in un settore in cui ha sempre primeggiato.

Questa festa del cinema porterà, comunque, al di là dei buoni propositi dei comunicati congiunti ufficiali delle due manifestazioni, dei contraccolpi notevoli a Venezia non crede?

Ma non solo a Venezia! Ogni anno esistono, diciamo, 100 buoni film? È chiaro che se li dividi per dieci ne toccano dieci a testa, se li dividi per undici, ne toccano di meno. Però io parlavo di sistema-cinema, di partecipazione delle produzioni, di industria. Sicuramente sarà una festa importante, positiva per scuotere la meccanicità di un mondo troppo fermo al passato. Ma è un fatto che la conseguenza vera con tutta probabilità è che Venezia avrà i giorni contati. Venezia sparirà se qualcuno non si muoverà e qualcuno concretamente e semplicemente potrebbe e dovrebbe muoversi! Venezia deve svegliarsi. Ma non ‘Venezia festival’: devono svegliarsi quelli che mugugnano intorno a Venezia. A Roma, la Camera di Commercio ha tirato fuori tre milioni e mezzo di euro. Venezia ha attualmente uno dei territori più ricchi d’Italia (leggere a riguardo il libro Schei, eventualmente): che allora aprano il portafoglio le categorie, gli industriali, le istituzioni anziché piangersi addosso! Se non viene percepito il ruolo chiave che in un sistema-paese e in un sistema-regione deve avere un'istituzione del respiro e del prestigio di una Biennale, beh, allora vuol dire che il declino è il destino di una società e di un establishment non all'altezza.


di Massimo Bran
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aprile 2006
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