Intervista a Jean-Jacques Aillagon

di Mariachiara Marzari e Massimo Bran | :venews

AillagonIl curriculum è mozzafiato. Un signore di 61 anni già direttore del Centre Pompidou e soprattutto già ministro della cultura nel Paese, la Francia, in cui la cultura è uno dei centri chiave della politica nazionale. Un ruolo, quindi, in cui mai si incontrerà qualcuno che non sia almeno eccelso.

Bene, in una città che spesso vive di un establishment, se così si può dire, non proprio di mentalità internazionale, il fatto che un singolo museo, per quanto uno dei più importanti del mondo, sia diretto da un ex ministro della cultura francese, beh, ci autorizza a sperare che in fondo Venezia non ha ancora smesso di attrarre menti, nonostante la sua tenacia nel concludersi in sé.

Aillagon è la mente del nuovo motore a dodici cilindri del contemporaneo prodotto da patron Pinault; un progetto che si sta velocemente configurando, con la definitiva assegnazione della Punta della Dogana, in un articolato disegno che vedrà Venezia davvero di nuovo al centro dell’arte contemporanea mondiale.
Biennale, Pinault, Guggenheim: difficile per chiunque opporre un tris perlomeno all’altezza.

In occasione della Biennale, abbiamo deciso di incontrare questo importante dirigente e manager culturale per capire un po’ più a fondo cosa stia davvero succedendo in città e nel mondo nel contemporaneo, un settore che ormai occupa da protagonista incontrastato il cuore delle politiche culturali internazionali.


Un anno a Palazzo Grassi. Un primo bilancio
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Un bilancio molto positivo quello di questo primo anno, con tre grandi mostre inaugurate con grande successo di pubblico e di critica, l’esito positivo della gara per la creazione di un nuovo centro d’arte contemporanea firmato Palazzo Grassi a Punta della Dogana, e un altro grande progetto alle porte, la mostra Roma e i Barbari prevista per gennaio 2008.

‘Vincitori’ della Punta della Dogana. Quali sono i punti forti del progetto Pinault per il nuovo polo museale contemporaneo?
Il progetto culturale destinato da Palazzo Grassi alla Punta della Dogana nasce da uno scrupoloso lavoro che ha visto impegnati esperti del mondo internazionale dell’arte e dell’architettura.
La prestigiosa collezione d’arte contemporanea di François Pinault, l’accurato progetto di Tadao Ando, e l’antica e consolidata tradizione veneziana di Palazzo Grassi, sono tutti elementi che potranno valorizzare questo luogo emblematico non solo per la città di Venezia, ma per l’Italia e l’intera comunità internazionale.
Ma il vero punto di forza è che con Punta della Dogana si realizzerà un circolo virtuoso che farà di Venezia una capitale viva e dinamica dell’arte contemporanea nel mondo.

Molti stanno già gridando a Venezia di nuovo capitale mondiale del contemporaneo. Spesso però c'è il rischio, anche da parte delle grandi istituzioni, di ‘utilizzare’ Venezia come una splendida vetrina sovrapponendosi, senza alcun percorso di interazione con il residuo corpo vivo della città e della sua società. In questo senso come crede di impostare in prospettiva il rapporto con le componenti attive del territorio?
Venezia è sempre stata un punto di riferimento internazionale per l’arte, ed oggi lo diventa in particolare per l’arte contemporanea. La nostra volontà è sempre stata quella di collaborare con tutte le istituzioni veneziane valorizzando l’offerta complessiva della città.
L’impegno per un’istituzione culturale consiste nel fare in modo che Venezia diventi sempre di più punto di riferimento per gli artisti, cosa che d’altra parte succede già in occasione delle mostre di Palazzo Grassi, durante le quali gli artisti si stabiliscono a Venezia per lunghi periodi per creare ed allestire le loro opere.

La Biennale nel 2000: quale la sua funzione in un mondo sempre più senza confini e con mille epicentri artistici? Può ancora essere uno specchio del mondo contemporaneo?
La Biennale ha il grande merito di conciliare una lunga tradizione con la capacità di essere sempre all’avanguardia, creando nuovi stimoli sia per gli artisti che per il pubblico.

Curatore, Direttore, Ministro della Cultura... Quali sono le linee-guida della sua politica culturale e quanto della sua esperienza è riuscito a ‘traghettare’ in questo nuovo incarico?

Ogni incarico deve prefiggersi delle linee guida ad hoc sempre nell’interesse e in un’ottica di offerta culturale di qualità per il pubblico. Quanto alla mia esperienza a Palazzo Grassi, il principale obiettivo è valorizzare l’arte contemporanea nel rispetto della tradizione che vede Palazzo Grassi promotore di grandi mostre di arte moderna del XX secolo e di storia delle grandi civiltà.

Italia - Francia: due politiche culturali a confronto. Affinità, differenze, contraddizioni.
Le differenze tra Italia e Francia sono tante e sottili, tali da non poter essere riassunte in una risposta retorica.
Entrambi i paesi hanno cercato di affrontare ognuno a suo modo la diffusione della cultura e generare nuovi flussi di pubblico. Entrambi i paesi vantano esperienze in tal senso di grandissimo livello: penso ad esempio alla capacità del Centre Pompidou di creare offerte diversificate e accattivanti, così come all’indiscusso merito dell’Italia nell’aver saputo creare la più grande vetrina d’arte contemporanea al mondo, la Biennale di Venezia.

In Italia il rapporto tra pubblico e privato nell’arte è ancora tutto da costruire. Lei che ha lavorato ad altissimo livello in entrambi i campi, come coniuga questo rapporto?
Se Palazzo Grassi ha alle sue spalle la grande passione di un privato innamorato dell’arte e di Venezia, Punta della Dogana potrebbe rivelarsi un ottimo campo dove cercare di creare uno spazio di dialogo tra pubblico e privato.

Prima ci sono stati i grandi prestiti tra musei, ora i musei esportano il proprio brand stesso nel mondo, creando succursali in luoghi un tempo improbabili. Cosa pensa di questa nuova politica di marketing?
Le dinamiche e le tecniche del mondo del business e dell’impresa non possono che far bene alle istituzioni culturali. Anche la cultura deve imparare a dialogare con il mondo esterno e a trovare il più possibile in maniera autonoma le risorse per portare avanti i propri progetti.

Come è cambiato a suo avviso in questi ultimi trent'anni il ruolo dell’arte nella società contemporanea, e in particolare il ruolo dell’arte contemporanea?

Il ruolo dell’arte contemporanea si è sviluppato soprattutto negli anni Novanta, grazie al crescente coinvolgimento di nuovi attori, pubblici e privati, che si sforza di interessare un pubblico sempre più vasto. Si tratta di un sistema composto da musei, gallerie, artisti, critici, collezionisti, nonché imprese che investono in cultura, che può essere considerato punto di forza sia per la qualità delle politiche culturali del territorio sia per la vitalità e molteplicità delle iniziative promosse dai soggetti privati.

Francois Pinault nelle sue ‘imprese’ artistiche è sempre stato associato e accompagnato da una grande firma dell'architettura mondiale. Ora è il tempo di Tadao Ando. Nelle strutture espositive del contemporaneo sempre più spesso il contenitore supera e sovrasta il contenuto, con il risultato che non così raramente il pubblico vada a visitare l'edificio con maggior interesse delle opere esposte. Un'interazione fervida che però può ingenerare confusione, equivoci circa la natura di un luogo innanzitutto espositivo. Qual è la sua opinione a riguardo?

Ritengo che l’incontro tra Palazzo Grassi, edificio settecentesco, e il moderno restyling dei suoi interni, nel segno minimalista di Tadao Ando, possa essere considerato come un esempio da seguire nelle modalità di intervento negli edifici storici. Tadao Ando ha infatti riportato alla luce l’edificio nella sua purezza, rendendolo spazio adatto ad ospitare l’arte nelle sue varie espressioni, attraverso un intervento tutto ispirato al principio di reversibilità.
Diverso è il discorso quando si parla di architetture create dal nulla, che diventano quindi dei veri e propri monumenti a sé.

Il collezionista, una razza meticcia e multiforme: il mecenate, l'imprenditore illuminato, l'amico degli artisti, l'amatore fortunato... …
e nel caso di François Pinault anche un collezionista attento, preciso nel collezionare in profondità raccogliendo importanti ensemble monografici degli artisti che predilige.
Questo fa sì che la sua collezione sia caratterizzata da una grande capillarità della propria estensione dagli anni ’50 ad oggi.

Il suo ‘museo’ ideale e la sua collezione ideale.
Il museo ideale è quello che sa portare la vita al suo interno e stimoli culturali al suo esterno, quello che sa dialogare con le persone e il suo territorio, pur proponendosi come protagonista di respiro internazionale. Quanto alla collezione ideale, direi che non esiste in quanto collezione, ma in quanto modo illuminato di collezionare.

La sua Venezia.
La mia Venezia è quella delle piccole sorprendenti scoperte che ogni angolo della città continuamente ti riserva.


di Mariachiara Marzari e Massimo Bran
:venews giugno 2007

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