Intervista a Massimo Cacciari

14-giu-2006
di Massimo Bran | :venews

Massimo CacciariTempo di mondiali. Tempo di brutto calcio, truccato fino al midollo. Voglia di evadere nelle emozioni vere, pulendosi dal fango di cui questo straordinario gioco si è lordato.
I mondiali sono forse l’occasione per dimenticarsi un po’ Moggi & Co. Per parlare dell’emozione unica che un gesto sportivo procura, tra ricordi, impressioni critiche, impulsi passionali, volevamo incontrare qualcuno che dello sport non facesse necessariamente parte e che pure ne fosse coinvolto a livello di piacere e di tensione emotiva. Massimo Bran incontra Massimo Cacciari, filosofo-sindaco di Venezia.
Ci siamo guardati intorno a lungo e poi ci siamo detti perché no, rimaniamo qui, a casa, e due chiacchiere divertenti scambiamole con lui, il lìder maximo della Serenissima 2006. Sapendo che Cacciari è milanista (eh sì…), appassionato di calcio in generale, di ciclismo, abbiamo detto ma sì, per il Mose, tangenziali, ponti e quant’altro ce n’è ogni giorno da penare, divertiamoci un po’ su cose più serie per il nostro universo emotivo. Ne è venuta fuori una corsa su più registri, in cui la passione si è alternata alla riflessione, l’amarezza per il declino di questo mondo alla gioia dei ricordi di un’altra età.
Con un unico neo, la minimizzazione di Diego…(eh sì!)

Spesso il rapporto tra intellettuali e sport sa essere difficile, come sempre difficile è il rapporto tra alto e basso. È un po’ il conflitto tra la fisicità pura e il lavoro cerebrale, due dimensioni che comodamente immaginiamo divise. Qual è il punto di incontro tra il gesto sportivo e l’atto speculativo o artistico?

Per me è assai più difficile l’incontro con la politica che con lo sport, con cui non ho mai avuto alcuna difficoltà. Direi che tutti gli sport, più o meno, mi appassionano. In genere apprezzo gli sport nazionalpopolari, come il ciclismo o il calcio, ma seguo anche il tennis, la boxe. È lo sport in quanto tale che mi piace, la gara in sé, in termini propriamente e puramente agonistici. Lo sport è competizione, è gara, è agonismo, e sarebbe bello se questo agonismo non indulgesse a trucchi. Ma, ahimé, in ogni gioco c’è chi bara. Bisognerebbe che le norme in vigore fossero tali da rendere questa inevitabile dimensione di trucco la meno attiva possibile. Credo ci siano infinite relazioni, anche biologiche, tra il lavoro intellettuale e lo sport. Soprattutto tra lavoro intellettuale “estremo”, in cui le doti d’intuizione sono superiori a quelle di conoscenza ed erudizione, e lo sport. Si tratta di un rapporto elementare ed assolutamente diretto. Dopotutto si tratta di sfide con se stessi, sfide che necessitano di molto esercizio e allenamento, senza il quale non si potrà mai svolgere né un lavoro intellettuale né un qualsivoglia sport. Il tutto, poi, è legato all’elasticità dei muscoli che solitamente solo la giovane età permette; non è un caso che tutte le grandi imprese sportive, come le grandi scoperte, in particolare in ambito matematico, siano state compiute da persone in giovane età. Senza contare che, soprattutto nelle discipline matematiche, c’è l’elemento del gioco, della combinazione, il gusto del rischio e dell’azzardo, che sono componenti essenziali anche dello sport. Lavoro intellettuale e sport s’accomunano anche nella loro comune natura antitetica ad ogni mestiere di routine, essendo governati dalla capacità di “cogliere l’attimo”, di leggere la situazione nella sua fugacità, il timing, essenziale nell’agonismo.

Il calcio per lei è una forma di svago puramente ludico oppure è una passione che va oltre il piacere estetico?

Lo sport è una delle cose più serie che ci siano e quando diventa competitivo lo è ancora di più. Certamente ha a che fare sia col piacere estetico che con l’elemento ludico, ma questo va colto nel suo lato più serio, perché quando si parla di sport non si tratta solo di divertimento, si parla di agonismo e professione. Non c’è dubbio alcuno che si possa fare sport per divertirsi, ma non è sport vero, è gioco.

Il primo ricordo di una palla che rotola, di un tocco che emoziona, di una rete che si gonfia.

Il primo ricordo vivido e plastico del calcio giocato fu un’acrobatica rete di Nordhal, mitico centravanti del Milan del leggendario trio Gre-No-Li, alle spese della Pro Patria (in quella stessa partita Nordhal segnò altri cinque gol). Fu uno dei primi incontri trasmessi dalla televisione. Sono quei ricordi ‘epifanici’ che ti disvelano la magia di una disciplina, di un atleta, di una maglia, senza troppi ragionamenti. Sboccia la passione, punto. Si parla dei primi anni ‘50 e da allora fui ‘condannato’ a tifare rossonero.

I suoi primi mondiali. Cosa e chi ricorda di un calcio ancora sostanzialmente pretelevisivo?

I primi che vidi furono quelli in Cile nel ‘62. Ricordo che la nostra Nazionale, giocando proprio con la squadra di casa, fu massacrata dall’arbitro peggio che in Corea. Era un altro calcio, meno ipertrofico nelle chiacchiere e nelle immagini. Quell’edizione fu caratterizzata da un calcio duro e infido, alla sudamericana escluso il Brasile, che è sempre un’altra storia. Anche se per l’Italia il peggior mondiale fu quello del ‘74, forse anche peggio di quello di Inghilterra ’66, con la storica rete di Pak Doo Ik. Un’equipe di grandi stelle appassite, divisa in clan, senza compattezza e voglia di lottare. I Rivera, i Mazzola, i Chinaglia, tutta gente che non si digeriva più. L’unica selezione peggiore di questa fu forse l’ultima, quella di Giappone-Corea 2002, una banda di nevrotici immaturi, con poca personalità. Mentre la miglior Nazionale, di gran lunga la migliore, fu quella del mondiale di Argentina ‘78, dove meritavamo senz’altro di andare in finale. Finale vinta dall’Argentina che noi avevamo castigato nella prima fase con quel meraviglioso gol di Bettega.

Si ritorna in Germania nel 2006. A noi piace per questo ritornare con la mente a quell’altra Germania, quella del ‘74. Un mondiale cerniera, in cui si chiudeva un passato fatto di lente evoluzioni, con quel bianco e nero immutabile, e al contempo si dischiudeva il futuro, con quella meravigliosa e rivoluzionaria Olanda che nello sport rappresentò l’onda del ‘68 e degli anni ‘70. Quel ritiro che sembrava un albergo con gli Stones e i Beatles, con mogli amiche e amanti in ritiro, tutti capelloni e con le collanine freak. Ma poi soprattutto l’invenzione del calcio totale moderno, senza il quale non ci sarebbe il calcio di oggi. La finale con la Germania fu uno scontro tra due culture e mentalità, tra l’ordine potente e preciso di un sistema tradizionalmente strutturato e l’organizzazione della fan-pertasia, delle idee, di un gruppo che osava sfidare il canone. Come venne percepita quella rivoluzione in un clima politicamente rivoluzionario in cui lei visse attivamente?

Nel ‘74 tutti erano tifosi dell’Olanda. Quella squadra seppe dare l’impressione di un gioco all’assalto totalmente nuovo. Una rivoluzione nel calcio e nel modo stesso di concepirlo che colpì tutti, soprattutto noi italiani abituati, appunto, al “gioco all’italiana”. Prima degli olandesi nessuno giocava in maniera così arrembante e “totale”. Si avvertì, per la prima volta, una vera e forte analogia tra la situazione politica ed il calcio. Fu una liberazione dalle catene tradizionali, dal “catenaccio” per l’appunto, dal difensivismo esasperato, dalla marcatura a uomo senza variazioni. Era il trionfo della fantasia organizzata, dell’azzardo calcolato, con una visione progettuale di un gioco che andava rinnovato ribaltandone la concezione schematica della sua struttura tattica sempre la stessa da troppi anni. In questo senso l’Olanda fu davvero uno specchio dei tempi che cambiavano. Va detto al contempo, però, che quel gioco “rivoluzionario” poteva essere interpretato in quei termini grazie ai vari Cruyff, Neeskens, Krol, Rep, esattamente come il Milan di Sacchi vent’anni più tardi potè rinnovare ulteriormente questo gioco “totale” grazie ai vari Van Basten, Gullit, Rijkaard, guarda caso olandesi pure loro. Il gioco “aggressivo”, con un pressing a tutto campo, lo si può fare con giocatori fisicamente adatti. Si tratta di questioni biologiche. Il calcio all’olandese coi giocatori italiani del 1974 non si sarebbe mai potuto fare. Al di là della mentalità si trattava di limiti fisici. L’unico che forse avrebbe potuto giocare in quel modo era Riva.

Tra i grandi fuoriclasse che sono poi gli artisti di Eupalla, come direbbe il mai troppo compianto Brera, ci sono i geni connotati da un grande senso della costruzione organizzativa del gioco, vedi Cruyff, Platini, Di Stefano, Zidane, e i geni puri in sé, di un’autoreferenzialità sublime e vincente egualmente, vedi Maradona, Baggio, Sivori, Zico. Lei con che “genia”sta?

Nessun giocatore di calcio, come nessun interprete di un gioco di squadra, può essere totalmente “genio e sregolatezza”. Ciò di cui una squadra ha bisogno è l’affidabilità, ed è per questo che i giocatori che vorrei avere in una mia ipotetica squadra sono Platini o Cruyff. Platini era delizia tecnica, senso del gol, ma soprattutto straordinaria visione tattica del gioco. Il massimo. Si tratta di giocatori assolutamente affidabili che a loro volta danno affidabilità a tutto il team. Maradona, ad esempio, poteva risolvere decine di partite, ma non aveva la stessa affidabilità in un intero campionato. Giocatori così vincono i campionati del mondo con una mano e l’anno dopo possono anche mandare in serie B una squadra. Io preferirei un giocatore che “faccia squadra” per tre o quattro stagioni, che dia una garanzia totale.

Il calcio e lo sport in generale offrono straordinari spunti narrativi con la loro epica in qualche modo classica, con quelle storie archetipiche della parabola dalla polvere alle stelle che sempre solletica l’immaginario onirico del popolo. Però, tutto sommato, a parte il caso della boxe, che richiama il concetto primordiale della lotta per la sopravvivenza e che soprattutto il cinema ha esaltato, lo sport è un po’ in credito con la letteratura e il cinema stesso. Sì, è vero che soprattutto in America Latina c’è una grande letteratura sportiva, Galeano e Soriano su tutti, però comunque sia il deficit narrativo in rapporto alle emozioni e alla curiosità che lo sport sa suscitare è un dato innegabile. Perché?

Il cinema non si è dedicato molto al ciclismo, ad esempio, perché correre in bici è già di per sé vivere un ‘romanzo intimo’. Il Tour de France e il Giro d’Italia sono dei ‘romanzi popolari’ che parlano molto bene da soli, con le facce e le storie di quotidiana fatica, generosità, rivalità che disegnano di per sé la propria epica. Poi c’è da distinguere certamente tra sport solitario e di squadra. Lo sport puramente individuale è più facile da raccontare, da indagare psicologicamente, disegnando le curve di una vita. Assai più difficile è inventarsi un epos su una squadra, perché la squadra stessa è già di per sé un epos, se lo costruisce da sé. Il pugilato è forse l’unico sport che è stato raccontato anche all'eccesso se si vuole, proprio perchè le sue storie e i suoi personaggi hanno una loro classicità, legandosi veramente alle origini dell’uomo, alla lotta per la sopravvivenza. La dimensione del ciclismo, invece, è estremamente nazionalpopolare.
Oggi nessun romaziere importante, con un suo stile ed una sua forma comunicativa determinata che, in quanto tale, è quasi opposta a quella popolare, può riuscire a raccontare qualcosa di veramente significativo su uno spunto, un soggetto prettamente popolare, costruendo così un “metaromanzo”.
Chi ha ‘raccontato’ il ciclismo, niente di più però che una cronaca d’autore, furono grandi giornalisti, Brera su tutti, e qualche grande scrittore prestato al giornalismo, vedi Soldati. A parte la boxe, come dicevamo, il cinema si è avvicinato agli sport popolari solo con alcuni filmacci comici. Ricordo Totò al Giro d’Italia, che fu uno dei peggiori Totò mai visti. Oppure sul calcio una serie di b-movies inguardabili.

Si dà per assodato che lo sport, e il calcio in particolare, essendo un oppio per i poveri è anche una buona merce per fare dell’ottima demagogia politica. Da Bartali che distrae l’Italia dopo l’attentato a Togliatti ai Mondiali dell’82 che distraggono il paese da una stagione di piombo che non finisce mai, dalle vittorie del Maccabi Tel Aviv di basket come collante patriottico di un popolo all’incontro all’arma bianca tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado come metafora della guerra che anticipa simbolicamente e di fatto quella vera, lo sport è sempre stata un’arma micidiale in mano ai populismi.Vedi l’ultimo utilizzo del Milan da parte di Berlusconi. Conta davvero così tanto secondo lei questa forma di strumentalizzazione di una passione collettiva?

Lo sport ha avuto, da sempre, una connotazione politicizzata ed è sempre stato politicamente strumentalizzato. Le Olimpiadi antiche insegnano, più strumentali di quelle... Lo sport è sempre stato un affare politico e a tutt’oggi questa sua valenza conta ancora moltissimo. Per un personaggio che svolge un’at-tività per la quale l’elemento “visibilità”, l’elemento “proiezione nazionalpopolare” è significativo ed importante, è quasi fatale ricercare un’amplificazione sportiva per i suoi fini. C’è chi lo fa più spudoratamente, chi meno, ma certo ignorare l’ascendente che lo sport ha sul popolo è da stolti. È sempre stato così e sempre sarà così. Il problema è che un tempo era proprio la città che partecipava e celebrava i suoi atleti, ora è il privato che usa la dimensione sportiva per la propria visibilità. Tuttavia è inevitabile, anche per un sindaco, interessarsi della squadra di calcio della città, perché se ciò non avviene è come se non ci si interessasse di una parte significativa della cittadinanza. Gli Stati hanno sempre strumentalizzato la dimensione sportiva da quando questa è apparsa. Lo sport ha offerto spunti di guerra o di pace sin dalle prime civiltà. I Greci e i Romani sono lì a dimostrarlo, con le Olimpiadi, i gladiatori, ecc. Poi c’è stato un periodo secolare di eclissi totale dell’incidenza dello sport nella società; dalla fine del mondo antico al ‘700 c’è stato il buio assoluto. Con la modernità si è ricominciato a utilizzare strumentalmente lo sport per controllare la società, per esaltarla, per distrarla, per provocarla. Certo, oggi i paesi più civilmente e democraticamente evoluti usano meno platealmente le passioni popolari a usi propagandistici; in Scandinavia di sicuro il calcio non è soggetto agli stessi utilizzi strumentali cui è sottoposto nei paesi latini. Però sono ancora delle eccezioni evolute, poiché tutti i paesi, e sono i più, in cui l’affermazione dell’immagine nazionalpopolare è importante, vedi anche i paesi del socialismo reale come la Cina e Cuba, lo sport riveste nella costruzione della fede patriottica un ruolo importantissimo. Basta vedere il dominio dei paesi dell’Est con qualsiasi mezzo di tutte le discipline olimpiche fino agli anni ’80.

In uno sport sempre più muscolare e potente, chi ancora le produce emozione tra i pedatori del 2000?

Nel calcio di oggi nessuna o poche emozioni. Ronaldinho è divertente, un giocoliere straordinario, però lo vorrei vedere in un campionato davvero duro. Ma è simpatico e molto forte, certo. L’ultimo grande giocatore che ha emozionato anche nella difficile veste di uomo-squadra è Zidane, sicuramente. Oggi il calcio, come tutti gli altri sport, ha preso la strada della predilezione delle doti atletiche piuttosto che tecniche. Va da sé che i talenti facciano difficoltà ad emergere e quindi il terreno delle emozioni si isterilisca. È triste, ma è così.

Lo scandalo di questi giorni che sta travolgendo il calcio italiano un po’ è la scoperta dell’acqua calda, un po’ è l’incredulità che ci cattura scoprendo davvero che era tutto così. Non crede che da un punto di vista del costume e degli individui in sé forse educativamente sia ancora peggio di Mani Pulite, visto che è di un gioco che si tratta, il gioco dei bambini? Non trova tutto questo il sigillo del declino senza argini di un paese che ha perduto in ogni campo la più elementare cultura delle regole?

Questo scandalo è assolutamente più grave di Mani Pulite, pertasia, ché dimostra quanto profonda sia l’infezione determinata dalla corruzione. Quando gli scandali interessano i lavori pubblici, gli appalti miliardari, i traffici finanziari, in qualche modo sei preparato, è quasi un’eventualità normale. Nei grandi capitali, nel grande mondo degli affari, è contemplabile e concepibile che ci possa essere anche una grande corruzione. Invece nel mondo dello sport, nell’immaginario collettivo un caso di corruzione di tale natura e di tali proporzioni appare del tutto innaturale. Quindi se la corruzione è arrivata fino a questi livelli anche nello sport, vuol dire che il suo virus può infettare davvero tutto e tutti. Da un punto di vista simbolico perciò è molto peggio di Mani Pulite, perché qui si è corrotto un gioco che muove passioni autentiche. Un’immagine davvero disastrosa del nostro calcio e del nostro mondo. Dopodiché, ragionando al di là delle emozioni, una cosa del genere era non solo prevedibile ma anche non troppo sconvolgente. La trasformazione del calcio attuata nell’ultimo quindicennio attraverso il business dei diritti televisivi, le sponsorizzazioni sempre più invasive, le squadre divenute società per azioni, ha raggiunto un tale livello per cui è ormai inevitabile che vi siano le stesse situazioni e degenerazioni che si possono incontrare in qualsiasi altro settore dell’economia e della finanza. Ma nell’immaginario collettivo, certamente, la cosa è ancora più grave. Credo comunque che se succedono queste cose in Italia, analogamente succedano un po’ dappertutto. Il mercato professionista è uno, alla fine, e dubito che se c’è un’infezione così profonda in questa parte del corpo, altrove siano tutti perfettamente sani. Credo, allora, che di fronte allo scoppio di tali scandali in Italia si debba cogliere anche il lato positivo del male. Dopotutto, se accadono cose del genere, vuol dire che da noi, alla fine, è quasi impossibile tenere i fatti nascosti. Nel nostro Paese ci sono degli anticorpi che segnalano la malattia in modo infinitamente più rapido e più radicale che in altre nazioni. Sono assolutamente convinto di questo, come sono convinto che i meccanismi di trasparenza e di controllo in Italia, malgrado quel che si possa pensare, funzionino assai meglio che in altri paesi. Non perché ci siano delle intelligenze politiche che li fanno funzionare in modo migliore, ma semplicemente perché siamo più chiacchieroni, perché tutto e tutti sono molto più in piazza che altrove. È un costume, per così dire, che fa sì che anche i lazzaroni siano in piazza e questo comporta che si scoprano più facilmente che in altri contesti. Un lato positivo non ricercato ma effettivo. È< pur sempre qualcosa.

Ai mondiali vien quasi voglia che l’Italia esca subito, perché se poi vince si perpetua la cultura miracolistica che ci condanna all’anormalità da sempre. Lei cosa spera e prevede?

Io farò il tifo per l’Italia e spero che vinca, altroché! Se uno ha la passione poi si fa travolgere dal gioco, dall’emozione. E quindi non esiste vivere i mondiali da indifferenti. Tanto vale non vederli. Ripeto, lo sport e il calcio non sono solo un gioco, ma un fatto agonistico serio, in cui la competizione è un fattore strutturale. De Coubertin ha espresso una delle più grandi sciocchezze della storia. Partecipare è importante per gli amatori, e anche lì poi non è detto che l’elemento competitivo non possa proprio mai avere un suo senso. Ma per le competizioni, lo dice il termine stesso, ai massimi livelli conta vincere, punto. Certo, salvaguardando le regole, ci mancherebbe. Quindi non tifare Italia è una reazione sciocca che non serve a nulla.

Il Real Venezia. Una boutade, una provocazione, un sogno?

È una provocazione che può diventare un progetto fattibile. Basta che le forze già attualmente presenti nello sport veneziano si concertino e trovino una strategia comune, e si può fare. Il risultato non sarà certo il Real Madrid, ma creando un terreno concreto di sinergie, di economie di scala, di maggior penetrazione nel mercato pubblicitario, si potrebbe costituire una grande società seria. Non è un percorso facile, ma è la vera strada da seguire. È chiaro viceversa che se ognuno si tiene stretta la sua microsocietà di B, C1, C2, C3, è evidente che non ci sarà alcun futuro per uno sport serio.


di Massimo Bran
di :venews giugno 2006
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