Intervista a Tobia Scarpa
Jul-31-2006
di Marisa Chelodi e Massimo Bran | :venews
L’incontro con Tobia Scarpa lascia una traccia incancellabile ma leggera, quella di una presenza articolata e vivace, di un pensiero fresco che traspare dai modi, dai gesti, dalle parole, dall’atteggiamento, dai vestiti, dal tono della voce. Marisa Chelodi e Massimo Bran incontrano Tobia Scarpa,
architetto designer.
Questo il ricordo di una giornata di lavoro, il ricordo di una persona giovane, non ‘ancora’ giovane, ma ‘sempre’ giovane, o forse ‘più’ giovane: ‘più’ giovane di tutti quelli che non riescono a trasmettere sapienza
e conoscenza attraverso un racconto piano, pacato, che
staresti ad ascoltare all’infinito, a raccontarsi e a raccontare
di una vita densa senza impartire una lezione, ma
raccontando appunto, decantando nel filtro dei ricordi,
delle esperienze, delle situazioni vissute, dell’attualità lo
straordinario e il non comune; ‘più’ giovane di quelli che,
con linguaggio arrogante e artefatto, si impongono a delineare
innovativi tratti del contemporaneo. Così, la produzione di Tobia Scarpa attraversa il tempo secondo
una successione lineare di esperienze diverse che,
senza soluzione di continuità, legano ciò che è stato e ciò
che è, passato e presente.
Il suo rapporto con l’architettura, con la professione
dell’architetto: verrebbe facile pensare ad un legame
quasi inevitabile vista la sua ascendenza familiare.
È stato davvero un passaggio così scontato nella
sua vita questa scelta?
Sì, è stato proprio un passaggio del testimone.
Da quale faccia dell’architettura era più affascinato?
Prima di intraprendere questa professione ero affascinato,
come tutti i ragazzi, dalla parte eroica del mestiere. Dall’idea
dell’architetto come un conduttore, una persona che
assume delle responsabilità e quindi viene visto come figura
centrale di un fenomeno. Mentre per il pittore, come
per il poeta, tutto si coagula in sé, l’architetto è artista
nella misura in cui è capace di gestire la fantasia, l’organizzazione,
gli uomini per arrivare ad una conclusione finale
ben strutturata.
La scelta di percorrere la stessa strada che reazioni e relazioni ha fatto scattare nel rapporto con suo padre?
A differenza di come si esercita oggi la professione, e cioè
attraverso le strutture di insegnamento quali la scuola,
l’università, ecc, io ho seguito un percorso, anche se ‘familiare’,
più antico. Il mio apprendistato è stato come
quello di una bottega antica, in cui il “ragazzo” arriva e
impara i primi rudimenti che sono all’altezza delle sue capacità,
e mano a mano progredisce nel crescere, nell’acquisire
esperienze, fino ad assumere responsabilità diverse
e una visione profonda del mestiere, cosa che invece
l’università demanda a delle persone già adulte, a un’esperienza
successiva.
È comunque naturale chiedersi quanto la figura, la
storia, il lavoro di suo padre abbiano influito nella
sua storia e nel suo lavoro rispetto alla formazione
scolastica?
Il mio percorso scolastico non è stato lineare perché i periodi
“pre-sessantotto” mi hanno fatto disinnamorare della
scuola. Intanto avevo cominciato l’attività di designer,
per cui ho seguito più l’iter professionale che in quel momento
mi si stava proponendo e che vivevo con successo,
piuttosto che il percorso tradizionale della scuola. La mia
difficoltà è sempre stata quella di trovarmi un passo
avanti a quello che insegnava il docente, e questo rendeva
il rapporto difficile. Salvo che per le materie scientifiche,
ovviamente.
Per la presentazione della mostra di Treviso lei ha
utilizzato una frase delicata e commovente: Ciao Papà
«sia questo né presuntuoso né arrogante solo con
molta nostalgia un oggetto dedicato». Di suo padre
che cosa le è rimasto più addosso? Il lato umano, il
lato professionale, il senso estetico, il linguaggio stilistico,
la sapienza professionale e tecnica…
Questo è un problema un po’ complesso e contorto. Il
termine “ciao papà” è nato in forma provvisoria, un po’
giocosa, radicandosi sempre più, tanto da diventare più
forte della volontà di scegliere un termine più acconcio,
più adatto. È rimasto quindi “ciao papà”, e ora non mi
dispiace di averlo fatto perchè voltandomi indietro vedo
che moltissime ragioni lo giustificano: per esempio il distacco,
dovuto a una qualche forma di gelosia, placatasi
in seguito, perchè mio padre ha avuto grandi riconoscimenti
alla fine. Mentre io lavoravo, sembrava fossi più
importante di lui, mia madre non lo accettava, perché
sapeva bene che ero io ad essere in debito verso mio padre
dei suoi insegnamenti. Ciò ha creato, non dico dissapore,
ma delle difficoltà di rapporto. Questo “ciao papà”
nasconde la volontà filiale di riappropriarsi dell’aspetto
affettivo, che è pur sempre presente.
Nell’attualità, qual è il messaggio più forte, il senso
presente dell’opera di suo padre?
È molto complesso. Volendo semplificare parlo di due livelli,
il primo dei quali è rivolto alle necessità storiche del
momento, cioè al passaggio dal presente a ciò che segue
immediatamente dopo, gravato da aspetti teorici. Mio padre
può rappresentarsi come il ‘traghettatore’. L’altro invece
è la qualità, la quantità di ritmo poetico, una concentrazione
forte di senso lirico all’interno del suo lavoro, che
è esplicitato in modo particolare dai disegni, che esprimono
su questi due aspetti valuterei il successo di mio padre.
Ci sono dei temi che sente particolarmente vicini
nell’opera sua e di suo padre? E in che cosa sente
più di tutto la diversità, la lontananza?
Le ultime opere di mio padre, che sono quelle maggiormente
consapevoli, riflettono una personalità formata,
con un obiettivo articolato tra fantasia e desiderio di
raggiungere uno status. Quelle precedenti, come per
esempio il museo di Canova, o Castelvecchio, più vicine
alla sensibilità artistica di mio padre, che era quella di
cogliere la bellezza in tutti i suoi aspetti e quindi molto
adatto ad articolare i musei e le mostre, le sento più affini
a me. Io vivo con un sentimento straordinario, esaltante,
il lavoro di Possagno.
Qual è il suo atteggiamento nei confronti del restauro
e della conservazione delle opere e del patrimonio
culturale di suo padre?
Il problema del restauro è una ferita aperta nel dibattito
culturale, specie in Italia. Noi possediamo una grande
quantità di opere importanti e ne abbiamo poche di contemporanee.
Il tempo ne farà affiorare delle altre, che la
nostra cultura oggi non sa leggere. All’interno di queste
opere, figlie del nostro tempo che teme la morte e quindi
desidera mummificare le cose, la conservazione è un atto
molto importante, è un atto dovuto davanti alla grandezza
della poesia che viene espressa da certe opere
d’arte. Noi viviamo male questa situazione: sarebbe giusto
che ogni opera potesse avere la sua vita, e quindi anche
possiamo permetterlo, per non dimenticare i padri. È una
cosa che va sofferta e che va vissuta, portandola avanti,
non c’e alternativa!
La sua attività ha spaziato dal design all’architettura,
alla comunicazione. In quale ordine metterebbe
questi ambiti per descrivere il suo percorso di architetto
seguendo un ordine ideale di priorità? Se deve
dare una definizione di se stesso si sente più architetto,
designer, maestro d’arte, insegnante?
Non c’è un ordine, io non penso che ci sia una specializzazione.
Guidi diceva che la differenza fra un uomo di talento
e un genio è che il genio era costretto a fare solo quello
che sapeva. Ora io non mi considero certamente un genio.
Tento di essere un uomo di talento e come tale ritengo di
saper fare molte cose, magari male ma tante.
La comunicazione ha avuto un ruolo fondamentale
nella sua produzione: per il successo di un’iniziativa,
di un’impresa, conta di più il progetto di comunicazione
o la comunicazione dei progetti?
La comunicazione è fondamentale per avere successo in
un mondo caotico come questo, dove tutti suonano il
tamburo ed è difficile farsi sentire. Credo che ci voglia
molta forza, molta tranquillità e la capacità di mettere assieme
tutti gli elementi che consentono di dare completezza
al messaggio. Solo così possiamo sperare di vincere
la sfida internazionale. Ci aspetta un duro lavoro. Il problema
della comunicazione nell’informazione riveste
aspetti evidentemente morali che vanno tenuti presenti.
La pubblicità stessa, per esempio, non rispetta i problemi
morali e non esiste un’etica.
Il disegno è comunque il principale strumento della
comunicazione visiva: qual è il suo personale uso di
quest’arte? Rappresentazione di un oggetto, di un’idea,
di uno stato d’animo, comunicazione, strumento
cognitivo e indagativo?
Nutro una profonda ‘invidia’, unita ad un senso di rammarico,
per non essere capace o non avere avuto le occasioni
di realizzare i disegni che ha fatto mio padre, che
considero unici, irripetibili e meravigliosi. L’avvento delle
nuove tecnologie richiede ovviamente una risposta che
deve essere coerente, e il mio lavoro personale, che è
quello di concentrare la fantasia in un concetto logico,
mi fa preferire maggiormente una serie di appunti cartacei,
immediati, che poi si sviluppano nella lavorazione ed
elaborazione attraverso i computer, i software e tutto ciò
che la tecnologia può offrirci.
Nel processo di progettazione entrano numerose variabili
estranee al puro processo creativo, che ne diventano
vincoli ineludibili, quali ad esempio la realizzabilità
tecnica, il rapporto con la committenza. Dalla
storia e dalla critica sappiamo che, almeno in molti
casi, questi per lei sono diventati risorse per una precisa
caratterizzazione del progetto (il rapporto con la
produzione, il legame completo e complesso con una
committenza importante): trasformare le difficoltà in
risorse è un approccio che si può assumere a insegnamento, valido anche per altri vincoli (normativi, amministrativi, ambientali, economici)?
Nel suo lavoro ritorna costante il rapporto con la fase artigianale della produzione, il confronto con i suoi progetti ha qualificato la produzione di alcune botteghe artigiane sul territorio producendo knowhow di qualità. Potrebbe in parte questo essere un retaggio della tradizione culturale, sociale e produttiva del territorio veneto, strettamente legato alla capacità del ‘fare’?
Il suo rapporto con Venezia.
Venezia è un luogo di grandi memorie, ha un fascino straordinario, ma come città è morta e quindi non possiamo più considerarla un luogo dove vive della gente e costruisce la sua storia. La storia di Venezia è già stata scritta ed è stato posto il sigillo della parola fine. Poi c’è una Venezia minore, che fa il suo lavoro a giornata per quelle poche decine di migliaia di persone che abitano il centro storico.
Qual è stato il suo rapporto con la Scuola di Architettura?
Il rapporto con la Scuola d’Architettura di Venezia è duplice: da un lato insegno alla scuola di disegno industriale, dall’altro, ho sempre cercato di evitare un rapporto con la scuola stessa. Conosco poco, non sono in grado di fare una lettura e quindi non so dare una valutazione. Non mi pare oggi sia all’altezza dei tempi in cui insegnavano architetti famosi quali Albini, Piccinato, Scarpa stesso, o quelli della generazione successiva, gli Aldo Rossi, i Gregotti, etc.
Quanto peso ha nella formazione e nella pratica professionale di un giovane l’esempio, il valore, l’influenza dei grandi maestri?
di Marisa Chelodi e Massimo Bran
Sicuramente bisogna avere il coraggio di scoprire ogni giorno l’acqua calda e pure l’ombrello, perché non è vero che tutti gli ombrelli sono uguali. Per esempio noi ci scontriamo con leggi che nascono in Europa, ma vengono rese efficaci in Italia; dal mio punto di vista producono un infinito e profondo danno nei confronti del bene e della ricchezza artistica del Paese. Mi riferisco ad esempio alla legge Merloni, che pur avendo degli aspetti positivi ne ha di terribili, in quanto stimola e permette la speculazione profonda da parte degli operatori, senza tener conto che le opere d’arte devono essere difese assolutamente in tutte le maniere e senza concessioni di nessun genere. Questo invece non avviene. Non è facile destreggiarsi tra leggi e regolamenti e poi a complicare ulteriormente il quadro interviene una burocrazia, spesso ottusa ed onnipresente. Si combatte quotidianamente contro i mulini a vento.
Nel suo lavoro ritorna costante il rapporto con la fase artigianale della produzione, il confronto con i suoi progetti ha qualificato la produzione di alcune botteghe artigiane sul territorio producendo knowhow di qualità. Potrebbe in parte questo essere un retaggio della tradizione culturale, sociale e produttiva del territorio veneto, strettamente legato alla capacità del ‘fare’?
Lavorare con gli artigiani o lavorare con un’industria, termini e percorsi che spesso oggi si confondono l’uno nell’altro: abbiamo degli artigiani che lavorano con delle macchine sofisticatissime. Oggi ogni produzione seriale implica continue maturazioni tecnologiche, niente è uguale a se stesso, perché comporta costantemente delle maturazioni tecnologiche. A questo punto abbiamo a che fare con qualche cosa di più complesso, che risponde a delle necessità che modificano le strutture che ci hanno formato culturalmente. Quindi è necessario essere plastici in questo senso.
Lavorare con l’artigiano è lavorare con un uomo, che lavora con le proprie mani e che realizza una quantità di ‘finezze’ che la macchina non è in grado di realizzare. La macchina viceversa ha una capacità di linguaggio, di rigore, che aiuta la progettazione, nel senso che non la fa divenire banale, perché più rigorosa. Ovviamente sono atteggiamenti che devono essere di volta in volta sviluppati per calarsi correttamente nel tema.
Il rapporto con il territorio è stato per lei determinante e se sì in che termini?
Lavorare con l’artigiano è lavorare con un uomo, che lavora con le proprie mani e che realizza una quantità di ‘finezze’ che la macchina non è in grado di realizzare. La macchina viceversa ha una capacità di linguaggio, di rigore, che aiuta la progettazione, nel senso che non la fa divenire banale, perché più rigorosa. Ovviamente sono atteggiamenti che devono essere di volta in volta sviluppati per calarsi correttamente nel tema.
Il rapporto con il territorio è stato per lei determinante e se sì in che termini?
Ritengo che qualche cosa di positivo negli anni l’abbiamo espresso: in termini economici, artistici e professionali. Quasi sempre succede che il desiderio di guadagno sovrasti il senso dell’opportunità. Quando si trova un cliente disposto a sacrificare parte del proprio interesse per costruire dei parcheggi sotterranei per avere sopra un prato fiorito, questa è una ricchezza per tutti. Questo ordine di grandezza e di idee, questa qualità dovrebbe essere diffusa e diventare un’attitudine mentale di tutti, soprattutto delle parti sociali più sensibili ed economicamente più in grado di sostenere questo pensiero. Invece, basta guardarsi attorno per vedere come abbiamo rovinato il territorio. E sarebbe bastato molto poco per farlo diventare un paradiso.
Il suo rapporto con Venezia.
Venezia è un luogo di grandi memorie, ha un fascino straordinario, ma come città è morta e quindi non possiamo più considerarla un luogo dove vive della gente e costruisce la sua storia. La storia di Venezia è già stata scritta ed è stato posto il sigillo della parola fine. Poi c’è una Venezia minore, che fa il suo lavoro a giornata per quelle poche decine di migliaia di persone che abitano il centro storico.
Qual è stato il suo rapporto con la Scuola di Architettura?
Il rapporto con la Scuola d’Architettura di Venezia è duplice: da un lato insegno alla scuola di disegno industriale, dall’altro, ho sempre cercato di evitare un rapporto con la scuola stessa. Conosco poco, non sono in grado di fare una lettura e quindi non so dare una valutazione. Non mi pare oggi sia all’altezza dei tempi in cui insegnavano architetti famosi quali Albini, Piccinato, Scarpa stesso, o quelli della generazione successiva, gli Aldo Rossi, i Gregotti, etc.
Quanto peso ha nella formazione e nella pratica professionale di un giovane l’esempio, il valore, l’influenza dei grandi maestri?
La storia della scuola è la storia della scuola. Gli studenti che vengono nella scuola oggi non sanno nulla e si rivolgono al mondo dell’informazione, che è molto attivo e procura una tale massa di segnali che talvolta i ragazzi possono esserne sconvolti; però tutto sommato hanno una visione più ‘panica’ di quello che è il mondo. L’università dei grandi maestri era una scuola riferita ad un paese come l’Italia, ma oggi un’Università, per essere tale, deve rivolgersi al mondo intero, non può fermarsi a un’identità territoriale circoscritta, occupandosi di risolvere problemi locali.
Qual è il suo rapporto con l’architettura contemporanea, con quello che si definisce l’establishment o lo star-system dell’architettura?
Non ho nessun rapporto. È un mondo che non mi appartiene.
Qual è il suo rapporto con l’architettura contemporanea, con quello che si definisce l’establishment o lo star-system dell’architettura?
Non ho nessun rapporto. È un mondo che non mi appartiene.
:venews luglio 2006
Foto di Pino Guidolotti
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Everyday from 8. a.m. to 11 p.m.
Venezia celebra il centenario della nascita di un suo illustre concittadino riuscendo a perdere l’occasione di ospitare in maniera permanente il centro studi emigrato nella vicina Treviso. Nemo propheta in patria, è una storia vecchia che si ripete spesso e comunque la spiccata sensibilità verso la cultura degli accoliti gentiliniani si è dimostrata più efficace e concreta dei chiacchiericci inutilmente snob dei serenissimi sinistri.
