La chiusura del cerchio

1-ago-2006
di Massimo Bran | :venews

Pink Floyd Venezia 1989Anche Venezia ha avuto il suo 1989. Poco dopo Tienanmen, un po’ prima delle rivoluzioni di velluto. Tanto per non mancare a qualche appuntamento con la storia, visto che è il suo mestiere, da qualche secolo in qua. Un ‘89 ludico, senza spargimenti di sangue, lungo un paio di giorni, con una coda infinita di piagnistei. I Pink Floyd quella sera non avrebbero probabilmente mai immaginato di  interpretare il ruolo di protagonisti di un ‘89 italiano, probabilmente non se ne sono ancora accorti e mai se ne accorgeranno.
Del resto Venezia una sua rivoluzione non poteva certo farla scatenare da un qualsivoglia signor nessuno. Il muro andava sfondato da chi se ne intendeva, in tutti i sensi, da chi anch’esso come mestiere aveva quello di rispondere agli appuntamenti con la storia.
Un terremoto festoso e anarchico, con volti stralunati dalla gioia, dall’angoscia, dall’eccitazione, dalla preoccupazione, dallo sbalordimento, dallo smarrimento. Tutte reazioni tipicamente contrastanti di una giornata rivoluzionaria, in cui fronti consapevoli e masse inconsapevoli vivono su registri completamente propri e spesso a piani paralleli le rispettive emozioni.
Una giornata particolare, come abbiamo intitolato evocativamente l’intervista a Fran Tomasi, il promoter ‘visionario’ che ebbe l’ardire di immaginare e condurre in porto la più folle e, a suo modo, geniale idea-evento degli ultimi trent’anni. Così particolare che non si è mai ripetuta e mai più si ripeterà, segnando un punto di non ritorno dell’idea contemporanea di questa città irreale. Purtroppo, allora, un’idea a mio avviso non poi così nefasta e anzi suggestiva proprio nel suo lato circense, da intendere come unicum irripetibile, finì nell’infido e letale tritacarne di uno scontro di potere epocale, che vedeva fronteggiarsi le truppe di De Michelis pro-Expo, con un’idea del futuro di Venezia come luogo di sensazionalismi e di energie imprenditoriali alla completa mercé dei grandi numeri e dei grandi eventi e delle grandi infrastrutture, alle colonne della sinistra più minimalista, più attenta alla salvaguardia, alla cultura della conservazione degli equilibri fragili della città. Due atteggiamenti specularmente opposti, due facce di una stessa medaglia, sempre d’oro e insfilabile quale è quella dell’irriproducibile provincialismo italiano. Un provincialismo che è la vera tara della nostra contemporaneità, che non ci permette neanche minimamente di immaginare la possibilità di costruire un vero sistema-paese. L’eterna Italia ostaggio dei no, non si può fare, incapace di immaginare grandi progetti, schiava delle pastoie burocratiche, la stessa Italia che conseguentemente di fronte a questa inerziale staticità produce poi come reazione idee-faraoniche assurde, tipo ponti sullo stretto, Mose, Expo veneziani, e via andare. Un trend che non può stupire, in cui si intrecciano e si combattono approcci opposti ma unitamente collegati da un minimo comun denominatore: l’anormalità del paese Italia.
I Pink Floyd quel giorno rappresentarono simbolicamente tutta questa uterina e costitutiva contraddizione del nostro agire ed essere. Un evento fantastico, suggestivo, impattante e forse anche devastante, che poteva però segnare un momento storico di vitalità per una città incapace di osare.
Un evento a rischio, certo, il cui rischio però una classe politica irresponsabile decise di cavalcare anziché di domare. In nessun paese d’Europa si sarebbe potuto gestire in maniera così campanilistica
e superficiale un evento del genere, con scioperi mirati di servizi pubblici, con un’improvvisazione dilettantesca della gestione dei flussi, con cumuli di immondizia studiatamente lasciati a marcire per ore e ore ad uso e consumo delle speculazioni mediatiche di mezzo mondo.
L’Expo non si doveva fare? Morissero i Pink Floyd e tutti i filistei!
Un evento così è per sua natura antitetico alla natura stessa della città. Ma quante strumentalizzazioni! Diciamoci la verità, una volta ogni dieci anni, gestito con professionalità e senso di responsabilità politica adeguati, spettacoli eclatanti si possono anche fare. Si fanno ovunque, in centri storici egualmente delicati. Del resto, fino a una decina d’anni fa le masse delle domeniche di Carnevale non erano poi di tanto inferiori a quelle che accesero quella notte di luglio del 1989.
Quindi bando alle stupidaggini. Possiamo essere d’accordo, e certo lo siamo, che Venezia non è adatta a queste cose, ok. Che però sia fatale che un simile bordello capiti senza possibilità alcuna di controllarne gli eccessi è una cosa che fa ridere i polli. Il problema drammatico è che quel gioco al massacro di quel Redentore epocale ha regalato Venezia ai pasdaran dell’immobilismo, del conservatorismo fine a se stesso, alle schiere del santo decoro. I Pink Floyd come pietra tombale, sacro alibi per mettere la museruola al rock in città. Assurdo, demenziale, eppure tragicamente vero. È come arrendersi gai all’inettitudine, chiudendo gli occhi verso il mondo, quel mondo occidentale che da sempre è uso vivere la modernità con laico e pragmatico senso dell’organizzazione, con una cultura del fare, del rendere vivibile e possibile la normalità, anche sul terreno ludico dello spettacolo, che non è certo un settore secondario della vita di ogni giorno dei cittadini.
In quell’89, pur tra mille contraddizioni, le giornate particolari furono simbolo di liberazione di nuove energie, nuove speranze, nuovi sogni. Fatte le debite proporzioni e decidendo di stare al gioco, la particolarissima giornata della Serenissima fu la tomba di nuove energie per il suo futuro.

Oggi Gilmour ritorna in Piazza dopo 17 anni. In tono raccolto, alfiere di quel jurassic rock che ormai un po’ tristemente domina la scena live internazionale. Un cerchio si chiude, riconnettendo simbolicamente la città in un ipotetico circuito di normalità nel vivere i suoi spazi. Al di là del contenuto artistico, non c’era modo mediaticamente migliore per chiudere i conti. Speriamo non solo mediaticamente.


di Massimo Bran
:venews agosto 2006

Foto di Paolo Jacob
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