Intervista a Fran Tomasi

1-ago-2006
di Massimo Bran | :venews
Fran TomasiDi solito passano almeno tre anni perché si ritorni a incontrare un qualche protagonista della società, dello spettacolo, della cultura. Almeno. Qualche rara volta vi si ritorna a stretto giro, perché l’attualità lo impone. Certo, il ritorno del suono dei Pink Floyd, David Gilmour, nel luogo del delitto non poteva che richiedere una chiacchierata con l’artefice di uno dei più clamorosi e discussi spettacoli della storia del rock internazionale. Fran Tomasi lo intervistammo lo scorso luglio per gli U2, vista la sua amicizia stretta con Bono, per misurare la temperatura del rock’n roll negli stadi del 2000.

Oggi però è un’altra cosa. I Pink Floyd a Venezia in quell’ormai lontano Redentore dell’89 fu un evento talmente enorme ed eclatante per i suoi esiti da rappresentare un vero e proprio spartiacque nella storia veneziana contemporanea. Da quella volta per ogni proposta musicale viene evocato lo spettro di quel giorno. Noi abbiamo voluto saperne un po’ di più. Nello spazio stretto di un’intervista abbiamo cercato di ricavare fatti sostanziali, andando sotto una superficie fatta di slogan e luoghi comuni. Nella convinzione che solo le grandi visioni portano con sé enormi contraddizioni. E piaccia o meno quell’idea un po’ folle di portare una delle più visionarie band della storia del rock in quel luogo unico e suggestivo fu un’intuizione geniale. Poi, si sa, gli esiti dipendono da molteplici fattori…

Nella tua storia di promoter quel giorno come si colloca da un punto di vista umano, delle emozioni, positive o negative che siano?

È un giorno indimenticabile della mia carriera: un progetto visionario, una sfida difficile sia sul piano tecnico che politico. Doveva essere, com'è stata, una grande festa per Venezia e i veneziani, rovinata da uno scontro politico violento, irresponsabile, incurante dei gravi rischi che poteva comportare per la sicurezza delle persone e della città. Le emozioni sono state contrastanti, da una parte la grande soddisfazione di aver realizzato un evento straordinario che rimarrà nella storia della musica e dall'altro lo stupore per la mia ingenuità, il rammarico di non aver saputo intuire la trappola disastrosa che si stava preparando, il rancore per il fatto che nessuno - giornalisti in primis - abbia mai cercato di raccontare cosa sia davvero successo.
Compito svolto finalmente oggi da Tommaso Gastaldo con la sua tesi.

Da un punto di vista professionale, invece, che cosa ha rappresentato quell’unicum e quale lezione hai appreso?


Da un punto di vista professionale è stata l'impresa più complessa che - grazie a tutto il nostro team affiatato ed entusiasta - abbia mai realizzato. La sfida si vinceva giorno per giorno.
Pensa solo alle grandissime zattere che per fortuna abbiamo trovato disponibili nell'alto Adriatico, senza le quali il concerto non si sarebbe fatto; o al gruppo di ingegneri e sub scozzesi che hanno studiato le maree e i fondali del bacino ed ancorato sul fondo le zattere del palco e del mixer. E così via. Un grande lavoro di squadra con i tecnici dei Pink Floyd ed esperti di tutto il mondo. Tutti noi abbiamo imparato qualcosa da questa esperienza unica sia sul piano tecnico che umano; la coesione e l'eccitazione generale erano al massimo.
La lezione, quella tosta, del giorno dopo, invece, è stata politica. Da allora non ho più lavorato ad un evento senza tenere ben a mente quanto diceva il grande Bill Graham: «La politica non è altro che uso e abuso del rock».

Come e da chi nacque quell’idea per i più temeraria?

All'interno del nostro ufficio. Si doveva inventare qualche sito speciale per i Pink Floyd che erano sempre alla ricerca di location eccezionali, particolari, dove l'effetto del loro show potesse ricavare un valore aggiunto.

Eri conscio dei rischi che si correvano in una città non certo avvezza e aperta, oltreché poco adatta, ad eventi del genere?

Francamente no. Vedi, un altro problema di quel concerto era che le parti coinvolte erano molteplici e spesso in contrasto: il gruppo, noi, i politici, la Rai, il regista, etc. L'idea originaria - nostra - era quella di riproporre per il Redentore una zattera con dei musicanti in attesa dei fuochi, come da tradizione. Nelle nostre intenzioni era e doveva essere uno spettacolo solo per un pubblico in barca, con un palco molto distante da San Marco. Addirittura si era considerato di allestire il palco alla Giudecca dove c'è la Guardia di Finanza. In seguito, sia per esigenze televisive che per altre pressioni che volevano Venezia più ‘visibile’, si è spostato il palco in mezzo al bacino. Nell'ipotesi originale, quindi, non si sarebbe avuto quell'affollamento sulle rive. Successivamente, accogliendo la soluzione definitiva, ho certamente sottovalutato l'incapacità della città di gestire un’enorme massa di persone. Come funziona in questi ultimi anni il Carnevale? Mi pare che il numero di persone non sia molto diverso da quello avuto per i Pink Floyd. A quei tempi il sistema più avanzato di controllo era quello dei vigili sul ponte della Libertà che bloccavano l'entrata al messaggio radio: «Fioi, xè pien!». E intanto la gente sbarcava in stazione...

L’evento si presentava produttivamente di per sé complesso. In più era un periodo particolarmente cruciale per il futuro di Venezia, con la battaglia furente per l’Expo, che vedeva contrapposti il fronte di De Michelis e il PCI con i verdi. L’evento finì per rappresentare suo malgrado un momento mediatico in cui consumare una battaglia campale sul destino della città. Quanto incise tutto ciò nella produzione e quanto consapevoli eravate all’inizio di questa dimensione?


La tua domanda contiene già la risposta: il problema è stato l'Expo, la cui bocciatura preventiva doveva avvenire attraverso un ‘disastro’ cercato e provocato. Certamente abbiamo cavalcato l'atteggiamento favorevole dei socialisti. La discussione in consiglio è stata forte e alla fine ha prevalso il consenso all'evento. Il fatto sostanziale, però, fu che alla fine i socialisti si fecero le scarpe a vicenda (Salvadori era socialista? Oppure DC?... È ridicolo, se non tragico, che un uomo così sia ancora in giro!), il sindaco scappò e il PCI, nella persona di De Piccoli, con coraggio e responsabilità firmò il permesso al concerto cinque minuti prima delle 21, ora di inizio prevista dello show!

Il gruppo come visse questa situazione? Comprese le difficoltà, la straordinaria complessità della cosa oppure visse la vigilia come uno dei tanti eventi da loro attraversati?

A parte la preoccupazione per l'incolumità del pubblico - nel pomeriggio ci fu un vero e proprio terrorismo dell'informazione: rapine, feriti, stupri, risse inesistenti - come dicevo prima, l'eccitazione era al massimo. Tutti noi ci rendevamo conto che stavamo facendo qualcosa di davvero speciale e unico. Così insieme, tutti, abbiamo vissuto la frustrazione e la delusione del giorno dopo, il capovolgimento dei notiziari e della stampa - prima inneggianti al grande evento, poi per giorni la condanna di un disastro, la caccia a un colpevole senza volto, un “mai più così” (ma così cosa, come, chi?), sempre seguendo la legge del marketing e del vendere ad ogni costo alla faccia della deontologia professionale, che richiederebbe un'indagine seria sui fatti accaduti. Quello che mi ha dato più fastidio probabilmente è stato il fatto che, alla fine, il gruppo mi abbia preso un po’ in giro, bonariamente, perché apparivo, tra tutti, l'unico a pagare un certo prezzo, ingiusto. Infine mi dispiaceva che non siano mai, forse, riusciti a cogliere il senso profondo di quanto era accaduto - peraltro inconcepibile per un inglese - e che l'abbiano considerata semplicemente come una ‘italianata’, una cosa da buffoni.

È indubbio che parlare di Pink Floyd a Venezia equivale evocare uno spettro. Non a caso da quel giorno un granitico alibi si è eretto per respingere qualsiasi evento musicale di dimensioni importanti. Nel mondo, invece, come venne vissuto e come viene ricordato l’evento? Quanto ha contato per la tua immagine in un’ottica internazionale il fatto di aver firmato questo spettacolo epocale?

Dopo tanti anni sono ancora considerato - e non solo a Venezia - o un eroe oppure un infame attentatore alla salvaguardia della città. Anche in giro nel mondo c'è chi ricorda con grande gioia lo spettacolo, chi, invece, con un sorriso ebete mi ricorda di "come l'ho combinata grossa". Sul piano personale e professionale non è cambiato nulla. La mia immagine e la stima come professionista sia sul piano nazionale - ho subito un’indagine giudiziaria e ne sono uscito perfettamente pulito: se avessi commesso in quel frangente anche il più piccolo errore sarei ancora appeso a testa in giù in piazza - che internazionalmente sono rimaste assolutamente integre. Quello che mi avvilisce è il fatto che si è rimasti rispetto a quell’episodio acriticamente a favore o contro senza aver compiuto lo sforzo di trarne davvero una lezione. Complici, ovviamente, la pigrizia colpevole e menefreghista dei mezzi di informazione che non hanno mai fatto il loro dovere di ricerca della verità.
Inorridisco al pensiero che lo stesso meccanismo di ‘disinformazione’ venga inevitabilmente applicato a settori ben più importanti della musica. Pensa alle castronerie che ci propinano ogni giorno sulla politica, l'economia, le guerre!!! In questo modo si continua a cavalcare ancora la ‘puzza’ e l'orrore dell'immondizia lasciata allo sguardo del mondo per due giorni per interessi contrapposti, che nulla avevano a che fare con l'interesse della Serenissima.

Mi sembra perfetta l’idea di chiudere il cerchio con un concerto di Gilmour in una dimensione raccolta in quella stessa Piazza. Hai avuto qualche timore nel riproporre la faccia dei Pink Floyd ancora qui, sul luogo del delitto? Come è stata accolta la tua riproposta e come l’ha presa il buon David?


Molti vivono questo concerto di Gilmour come un ritorno, una sorta di riparazione al concerto del 1989. Non nascondo che anche per noi, nel proporlo, ci sia stato un momento in cui questo pensiero ci sia passato per la mente. La verità è che si tratta di due eventi completamente diversi. Così la penso io, così la pensa sicuramente Gilmour e così, allo stesso modo, la pensano il sindaco e la sua giunta. Per noi è di nuovo un piacere portare un gran bell’evento in questa magnifica città. David è entusiasta e il Comune ha accolto la proposta con prudenza prima per poi dimostrare un grande spirito di collaborazione, sostegno ed equità nel gestire tutti quegli aspetti che inevitabilmente possono porre in contrasto parti diverse. Desidero ricordare che il Comune è stato particolarmente sensibile
alla proposta in quanto doveva fare parte di un gruppo di eventi organizzati in favore di Emergency. Mi pare di capire ora che il nostro sia rimasto l'unico di questi eventi ipotizzati. Mi dispiace che non si tratti di un concerto ideato per sostenere Emergency, ma invece di un fatto imprenditoriale con costi altissimi inserito successivamente nel programma, che potrà quindi solamente e volentieri offrire in questa occasione un piccolo sostegno economico. C'è in progetto da parte di Gilmour e Strada di chiedere a Cacciari una disponibilità a concederci la piazza ogni anno per un evento ben misurato, totalmente a favore di questa importante organizzazione sanitaria.

Nell’era delle multinazionali che ormai stanno cancellando la figura tradizionale del promoter, tu rimani una figura ancora ‘romantica’, nel senso che appari e scompari come e quando ti pare, fuori da un’apparente logica imprenditoriale che setaccia a 360 gradi il mercato. Sembra quasi che ti spendi solo quando ti va, quando qualcosa o qualcuno ti intriga. Quanto contano nel tuo lavoro per come tu lo concepisci le motivazioni, gli stimoli culturali, le suggestioni umane?


Ancora una volta hai posto una domanda che contiene quasi perfettamente le mie intenzioni di risposta. È così: più che romantico, direi idealista. Non farei e non ho fatto mai (o solo raramente... e per errore e superficialità con conseguenze disastrose) niente che non sia stato motivato dalla passione, dalla convinzione che quello che stavo facendo avrebbe potuto migliorare anche di una virgola il mondo intorno a me, si trattasse del lavoro nello spettacolo, di una docenza, di una consulenza. Progressivamente mi sono sottratto da questo mondo via via sempre più controllato da pochi, con logiche sideralmente distanti dal mio modo di intendere questo lavoro. Da una parte gli americani, con la loro vocazione monopolistica, dall'altra un gruppo di promoters autoctoni che si sfidano all'ultimo
dollaro per acquisire un tour: niente idee, niente eventi speciali, niente decisioni, perché ora si prendono ordini dal manager o dall'agente. Prima il promoter aveva un ruolo essenziale in qualità di vero e proprio consulente di fiducia per quel dato mercato. A parte pochissimi che conservano un pizzico di passione e tentano di svolgere al meglio il loro lavoro, si tratta di un branco di imbecilli, noiosi e boriosi con i quali è difficile avere una conversazione che non riguardi solo ‘donne & motori’ o gossip sul loro mondo. Quindi mi dedico a progetti speciali (e se ne vedranno delle belle…), faccio in alcuni casi delle consulenze oppure delle docenze (Facoltà di Sociologia dell'Università La Sapienza).

In un’era di professionalità asettica e spersonalizzante, tu fai valere i rapporti costruiti nel tempo con gli artisti, che spesso sono fondamentali per il loro entourage nello scegliere con chi lavorare. L’anno scorso ci parlavi del tuo rapporto speciale con Bono. Con Gilmour, invece, che intensità c’è?


È vero, con molti artisti - e pochi manager e agenti - ho mantenuto un buon rapporto. Sono persone eccezionali con i quali ci si può confrontare, condividere o discutere animatamente della propria Weltanshauung. Questa l'ho messa lì per quelli di ‘donne & motori’ e per Cacciari... Non solo con Bono, ma anche con i Simple Minds, Annie Lennox, Peter Gabriel, David Byrne e molti altri.
Con David c'è una grande simpatia e stima reciproca. Entrambi abbiamo una certa età e pigrizia e una famiglia numerosa a cui abbiamo voluto dare maggiore attenzioni di quante ne abbiamo date in passato. Così ci capita meno spesso di incontrarci e di coltivare la nostra relazione. L'ultima volta ci siamo incontrati nel backstage del Live 8 a Londra. Non ho osato chiedergli di Roger, così abbiamo chiacchierato di figli…

A guardarsi in giro leggendo i nomi di chi suona e chiudendo poi gli occhi ci si potrebbe tranquillamente proiettare con la macchina del tempo nei sixties. Ormai non è più qualche eccezione, ma la regola: il rock’n roll sembra entrato nella fase della sua classicità, una bestemmia inconcepibile fino a qualche anno fa. Gilmour,Waters, Stones, Dylan, Plant, Burdon, B.B. King, Eagles… È un po’ come andare all’Arena a vedere l’Opera. Per alcuni tutto questo è triste, per altri invece è godimento puro, l’occasione per i più giovani di ascoltare chi ha costruito questa musica. Eppure non credi che se il rock’n roll non sa ciclicamente produrre dei cortocircuiti generazionali nuovi rischia di imbalsamarsi per sempre? Come interpreti questo consolidarsi del classico? Il Live 8 a Londra da questo punto di vista faceva impressione…

Beh, io ho sempre ritenuto che i Pink Floyd siano i Mozart o i Bach del '900. Quindi parte di quei rari momenti in cui la musica diventa immortale. Vedo pochi altri gruppi che possano lasciare questo segno nella storia. Lo lasceranno per il loro enorme successo, più che per la musica composta. Sì, credo che il salto, la differenza, la qualità della musica rock si manifesti, si verifichi in momenti in cui riesca di nuovo ad incidere nella società, nei suoi costumi. Riesca, insomma, a scuoterla come Elvis, i Beatles e i Rolling Stones, gli U2 negli anni '80. Il problema è che viviamo tempi molto più complessi, dove questa splendida ‘democrazia’ ci offre il migliore dei mondi possibili - cerchiamo anche di esportarla! -, è molto ‘permissiva’, poche sono le regole a cui ribellarsi. Oggi siamo più ‘liberi’, non basta muovere le anche come Elvis o portare i capelli lunghi come negli anni '60 per mettere in discussione un sistema sociale. Stiamo vivendo un ritorno ad un nuovo feudalesimo dove la ricchezza del pianeta - e quindi il potere - si concentra per il 60% nelle mani di 500 multinazionali che ci tengono legati - come lo definisco io - ad un guinzaglio molto lungo, con un’informazione sempre più mastodontica a cui abbiamo accesso con le più svariate ed evolute tecnologie, ma che non sappiamo più discernere, ricavarne i significati e i contenuti più profondi. Non voglio dire con questo che la buona musica debba per forza essere legata ad una coscienza politica, ma certamente è quasi sempre stata intrisa da un disagio, un rifiuto, un'angoscia, da un sentimento, insomma, che riusciva ad interpretare in una sintesi artisticamente espressa il vissuto di una generazione. Oggi quali valori o sentimenti possono provocare la stessa capacità di identificazione, di aggregazione? Forse l'alienazione. Ed è per questo che i Pink Floyd rimarranno, ahimè, ancora sulla cresta dell'onda per parecchio tempo.
Credo comunque che ci siano molti gruppi interessanti e sulla buona strada. Aspettiamo. Io ho fede.

Qual è il progetto più intrigante che hai nel cassetto?

Sono diversi i progetti che occupano la mia mente: dall'arte contemporanea alla musica classica. Sto producendo un disco con un grandissimo tenore ispirato ad un discorso filologico molto interessante. Sarà una sorpresa. Il progetto più visionario e quindi più eccitante è quello di realizzare una nave-palcoscenico che porti in giro nei porti del Mediterraneo - con l'intento di riaprire un dialogo culturale e di stimolo alla comune vocazione di pace di molti - dalla Traviata al balletto classico, dal Cirque du Soleil al concerto rock. L'idea è intrigante e, francamente, è stata inizialmente pensata nella speranza che possa incuriosire ed incidere sulla decisione dei Pink Floyd di suonare un'ultima volta insieme.

Venezia e la musica: un tuo immaginario progetto utopico.

Beh, la nave certamente farà tappa anche a Venezia. Magari al Tronchetto! A parte i sogni, credo che Venezia abbia bisogno di un progetto culturale articolato nel pieno rispetto delle sue ‘fragilità’, che abbia un carattere internazionale ed integri le importanti manifestazioni che già da anni vengono proposte. Penso a qualcosa di originale, ma simile come valore culturale a quello che viene fatto a Spoleto, a Perugia per Umbria Jazz, dove la città è coinvolta interamente nelle piazze e nei teatri.



di Massimo Bran
:venews agosto 2006
Indietro
Share/Save/Bookmark

La tua vacanza inizia da qui

Call Center Prenotazioni Alberghiere

  Tutti i giorni dalle 8.00 alle 21.00 tel. 041 5222264 oppure
199 173309
 

Welcome Desk

5 Welcome Desks nei punti strategici di arrivo in città!