Intervista a Luca Massimo Barbero: Lucio Fontana alla Guggenheim

Aug-1-2006
di Emma Kharan | :venews

Luca Massimo BarberoIn una giornata torrida, una di quelle in cui le pietre di Venezia non ti danno tregua, incontriamo Luca Massimo Barbero, curatore associato della Collezione Peggy Guggenheim, che ha ideato e progettato la mostra di Lucio Fontana, preziosa esposizione che riunisce due rare serie del maestro dedicate a Venezia e a New York.
Abbiamo chiesto a Barbero di raccontarci qualcosa di più delle sue visioni urbane utilizzando le atmosfere, le prospettive le fascinazioni delle opere di Fontana.


In una delle sale della mostra che la
Collezione Peggy Guggenheim ospita fino al 24 settembre Lucio Fontana. Venezia/ New York, il visitatore può leggere questo pensiero di Fontana: «New York è più bella di Venezia… Di notte è una grande collana di rubini, zaffiri e smeraldi». Nella possibilità di un dialogo immaginario con Fontana su Venezia e New York, tu che hai scelto di vivere in laguna cosa vorresti controbattere al Maestro?

Un dialogo immaginario con Fontana dovrebbe intanto avvenire in un luogo spaziale, bianco con nessun riferimento architettonico o artistico, quello dovrebbe essere il nostro spazio silenzioso delle idee sarebbe bello poter scherzare e discutere con lui… Mi dicono essere stato molto spontaneo ed anche di forte ironia e quindi sarebbe davvero un dialogo divertente sui massimi sistemi…
Ma, al di là delle fantasie, Fontana scrive quella frase su una cartolina, è appena arrivato a New York ed è il novembre 1961; il suo arrivo per la prima volta in città ha dello straordinario ed è per lui un assoluto choc. Immagina l’impressione di chi arriva in città per la prima volta dall’Italia, New York è strordinariamente viva, colma di energia di macchine, di palazzi enormi delle vere e proprie vette dell’architettura: i grattacieli. Sono sicuro che Fontana abbia visto in New York la realizzazione dell’utopia e del sogno futurista, quel sogno alla Sant’Elia di costruire una metropoli per l’uomo del futuro dove tutto è meccanico e di pura energia, è il grande sogno del Futuro che egli vede realizzato, in confronto la Milano dell’epoca sembrava vivere il ritmo di un piccolo paese industrioso; da qui l’entusiasmo che fontana comunica ai suoi amici. Scrive che è più bella di Venezia perché se la Serenissima è bella della storia del passato (e Fontana la considerava la città più bella al mondo) New York è la capitale del Futuro e questo non poteva non affascinarlo.
Fontana, poi, la ama di notte con tutte le luci, con Time Square, i neon, le grandi insegne intermittenti, con i ponti illuminati con le luci delle automobili in movimento (e penso al motto futurista «Una automobile in corsa è più bello della Vittoria di Samotracia»); è questo il fascino vibrante ed elettrico che lo strega e letteralmente lo stordisce ed è per questo ch’egli parla anche di “una città terribile”. Ne parla poi come di una collana di pietre preziose, una collana di elettricità pulsante e tremendamente viva.
Di contro lo capisco benissimo, non ci si salva dal primo impatto con l’energia di New York, sembra che tutto sia possibile che tutto corra per creare, sognare rendere le idee possibili. Non potrei dirgli niente in fondo, sono d’accordo dal punto di vista di energia pura, dell’Impresa verso il Futuro New York rimane una città ineguagliabile e Fontana ne coglie subito lo spirito. I suoi lavori sono cascate di luce, i riflessi dei suoi metalli cambiano lo spazio; penso che sia riuscito a reneder veramente l’idea dello Spazio della metropoli moderna e verticale.
Penso invece che sarebbe d’accordo con me a proposito dell’idea di vivere qui, una città in cui il silenzio è ideale per pensare, e la bellezza è sì statica ma è sempre un continuo cambiamento di luce di riflessi; e poi non dimenticare che per me Venezia è un luogo delle idee ma soprattutto un luogo dove tornare, una sorta di oasi lontana dal clamore talvolta troppo cinico della presunta modernità. È anche per questo che vivo in una zona a tre minuti dalla stazione e ad una mezz’ora dall’aereoporto; Fontana avrebbe apprezzato la capacità che abbiamo di spostarci così velocemente.

Hai immaginato e voluto con tenacia questa mostra che dal 10 ottobre sarà ospitata al Solomon R. Guggenheim di New York. Il viaggio di Fontana da Venezia a New York nel 1961 non fu semplicemente un passaggio di geografie. Cosa significa per te ripercorre a distanza di 45 anni lo stesso itinerario?

45 anni hanno radicalmente cambiato la storia del viaggiare. Andare a New York oggi è sicuramente più facile, rapido; il mondo oggi si permette di correre e ti permette di essere in America anche solo per due o tre giorni, tornare e poi ripartire. Si è persa la dimensione quasi rituale del viaggio e del suo lento trascorrere. Ripercorrere queste due tappe per me non sarà che un ‘Omaggio’ al maestro, a Fontana che, anticipatore come sempre, aveva compreso l’importanza di questi due luoghi geografici ma soprattutto la forza delle simbologie racchiuse in queste due straordinarie isole artificiali costruite e volute dall’uomo.
Sarà poi fondamentale il confronto, l’approfondimento che gli americani ed il pubblico internazionale potranno avere con l’autore e la sua opera. Riscoprire Fontana che non è esposto in musei americani dal 1977, la sua opera, la carica assolutamente attuale del suo lavoro… Pensa ai manifesti della televisione che Fontana inizia a menzionare negli anni Quaranta e pubblica agli inizi degli anni Cinquanta, o alle installazioni, alle opere con i neon; Fontana è il vero padre dell’arte contemporanea in molti suoi aspetti ed è ancora in parte da studiare e confrontare con l’oggi.

Venezia era tutta d’oro, Notte d’amore a Venezia, Il cielo di Venezia… Dai titoli dei dipinti che Fontana dedica alla città sembra emergere una visione romantica ma anche sensuale. Quanto raccontano le “Venezie” della città?

Dai titoli è evidente un vero innamoramento di Fontana per l’atmosfera di Venezia. Ne è affascinato, per lui Venezia è un luogo sontuoso dove l’uomo ha creato nei secoli un contesto unico, assoluto, direi artificioso al massimo, una vera macchina barocca per i sensi. Per questo Fontana utilizza una materia straordinaria, pastosa, viscosa e ricca quasi del metallo fuso plasmato con le dita, toccato, sedotto toccandolo invece che dipinto.
Tutta questa materia che è d’oro, di bronzo e d’argento è il simbolo della ricchezza della storia della città da Bisanzio al Barocco ma è soprattutto un’idea dei sensi che in quella città sono sempre stimolati, accesi. Fontana crea dei dipinti dove anche i buchi, i tagli sembrano alludere all’acqua, al sole ed ai riflessi; ogni opera rappresenta un momento particolare che è sempre dedicato alla fascinazione della luce nello spazio, sia esso il cielo, la laguna di notte ed i suoi riflessi o la meraviglia dei mosaici di San Marco colpiti dai raggi della luna.
Non penso che esista una serie di opere così profondamente legata a Venezia, non in modo illustrativo ma in modo percettivo, sensuale e chi abita qui supera immediatamente l’idea banale dell’illustrazione per comprenderne l’essenzialità profonda, simboleggiata in ogni singola opera.
Una serie rara e felice anche per l’autore.

Fontana usa il metallo per rappresentare la metropoli americana. Avendo a tua disposizione qualsiasi strumento, media, materiale cosa useresti per dare vita alla tua visione di New York?

Utilizzerei un acceleratore di visione: un acido lisergico.


di Emma Kharan
:venews
agosto 2006
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