Intervista a Davide Croff

12-set-2006
di Massimo Bran |:venews

Davide CroffPer la Biennale è la prova del… tre, numero a suo modo rotondo e perfetto, in cui l’esperienza dei due anni passati dovrebbe raccogliere i risultati migliori, con la macchina oliata e i circuiti levigati. Tre per Müller, ma tre soprattutto per Croff, colui il quale deve far girare la macchina-Biennale, perché, si sa, i contenuti sono importanti, ma quelli girano e sempre ci sono, mentre la struttura è il vero corpo vitale permanente del veicolo.
È un anno delicato, con l’insidia di Roma alle porte. Abbiamo voluto fare il punto con il presidente di questa unica e fondamentale istituzione culturale italiana, sempre alle prese con emergenze, insidie, avvicendamenti.

Dopo tre anni di presidenza della più importante istituzione culturale italiana, qual è il segno più profondo che questa esperienza le ha lasciato da un punto di vista professionale e da un punto di vista umano?

È un’esperienza che è arrivata un po’ inaspettata, considerando anche i miei trascorsi professionali precedenti, ma l’ho accolta con grande entusiasmo per diversi motivi. Prima di tutto perché trattasi, per l’appunto, della più grande istituzione culturale italiana e come tale non si può che essere onorati di dare un contributo assumendone la guida. In secondo luogo perché penso, e ne sono profondamente convinto, che l’esperienza manageriale, ancorché maturata in settori diversi, messa al servizio di un’istituzione culturale di tale livello possa comunque fornire del valore aggiunto, purché ovviamente abbinata ad un grande rispetto e ad un totale mantenimento dell’autonomia della componente culturale, rappresentata dalle figure dei direttori artistici e dei curatori. C’è un po’ anche la presunzione che un’esperienza manageriale possa essere utile in questo mondo della cultura, soprattutto in un periodo in cui il settore sta cambiando in modo sostanziale. Come è noto, infatti, la cultura, che da sempre in Italia è stata finanziata con contributi pubblici, ora deve fare i conti con i tagli pesanti e strutturali degli stessi; conseguentemente il ruolo dell’economia, del mercato, investe frontalmente questo settore tradizionalmente ‘assistito’. Terzo elemento è il fatto che per me, veneziano, poter tornare a Venezia dopo averla lasciata ormai da molti anni, subito dopo la laurea, e poter fare qualche cosa di utile per la mia città rappresenta una soddisfazione non da poco. Dopo tre anni non posso che confermare che l’esperienza è di estremo interesse. Tra l’altro ho scoperto un mondo che prima conoscevo solo dall’esterno, estremamente ricco, non solo per i suoi contenuti, ma anche per le persone che vi operano, e in particolare per il mondo dei direttori artistici, dei curatori, che all’interno della Biennale è costituito da persone di altissima professionalità, dalle quali c’è molto da imparare.

Da manager di istituti finanziari privati a manager di una società culturale di estrazione ministeriale. Qual è stato lo scarto, la differenza sostanziale che l’ha colpita maggiormente tra questi due differenti mondi e modi di operare e come vi si è rapportato?

Da un certo punto di vista la differenza è nei contenuti trattati; è evidente che c’è una bella differenza tra parlare di finanza e di produzione ed affrontare tematiche culturali. Devo dire che un aspetto che mi ha molto sorpreso è che questa attività, ancorché di matrice ex ministeriale, viene svolta in totale autonomia. Nella mia ancora breve esperienza posso tranquillamente dire che dalla politica non ho mai ricevuto nessuna forma di condizionamento che abbia in qualche modo reso difficile, o comunque vincolato, la mia attività. La terza riflessione è che, pur nella differenza dei contenuti, perché questa è evidente, le metodologie alla fine hanno dei punti in comune. In altri termini, l’amministrare una fondazione richiede delle skills professionali, delle doti di esperienza manageriale che possono comunque rivelarsi utili. Si tratta pur sempre di gestire macchine con mille ingranaggi, risorse umane composite, progetti con specifici obiettivi.

Dopo sette anni dal passaggio giuridico da Ente pubblico a Società di cultura, che cosa è davvero cambiato nella sostanza da un punto di vista della gestione e dello sviluppo di questa grande macchina culturale?

Credo che il primo cambiamento sostanziale sia da ricercarsi, per l’appunto, nell’assoluta autonomia della Fondazione da condizionamenti politici. L’organo amministrativo oggi è molto snello e dinamico, e questo credo rappresenti un elemento fortemente qualificante. Secondariamente ritengo che dal punto di vista dei contenuti la Biennale trovi nella sua tradizione un grande punto di forza, che poi altro non è che la ricerca dell’innovazione, la volontà di essere comunque un punto di riferimento nazionale ed internazionale per il mondo del contemporaneo. Profili che hanno disegnato il corpo della Biennale sin dal suo primo vagito e che rappresentano ancora l’identità, la vera costante della Biennale del 2000. Una fedeltà alla propria storia e alla propria vocazione culturale che secondo me è rimasta assolutamente intatta, come era giusto che fosse. Un elemento innovativo di questa ‘rivoluzione’ statutaria è rappresentato, come dicevamo, dall’esigenza e dalla possibilità di favorire l’ingresso dei privati all’interno dell’istituzione; su questa linea ci siamo mossi decisamente ed i risultati sono stati un consistente aumento della componente privata dei fondi che oggi sostengono la giovane Società. In tre anni abbiamo aumentato gli apporti di soggetti privati rispetto al triennio precedente dell’85 per cento e oggi del budget complessivo della Biennale, che è di circa 33 milioni, un terzo, quindi più del 30 per cento, sono fondi privati. Andando indietro nel tempo, ma non molto, cinque o sei anni fa, la percentuale si aggirava attorno al 5 per cento. La diminuzione dei contributi pubblici è del resto ormai un dato irreversibile e quindi questo aprirsi al mercato è una linea obbligata da seguire. Un percorso già ampiamente consolidato in molti altri paesi, soprattutto quelli di matrice anglossassone, che concepiscono il sostegno della cultura, se non integralmente, almeno in larghissima parte affidato proprio al contributo dei privati.

La Biennale da un punto di vista teorico e logico dovrebbe avere come ‘target’, come riferimento geografico il mondo e il suo territorio circostante. Non sempre ha saputo assolvere al meglio questa funzione. Spesso ha guardato verso l’orizzonte globale dimenticando però il ruolo chiave che la città e il territorio di riferimento ricoprono come opportunità di crescita per ogni progetto o evento culturale che sia. A che punto siamo oggi?

Io credo che la vocazione internazionale della Biennale faccia parte del suo stesso Dna; così la volle Selvatico quando la fondò, ormai 111 anni fa, chiamando a raccolta a Venezia l’arte contemporanea di tutto il mondo. Quindi, che la Biennale abbia una componente internazionale credo sia un dato costitutivo al quale non può rinunciare se non tradendo le proprie origini: di fatto costituisce uno dei suoi elementi di forza fondamentali. Detto questo, è anche vero che l’altro elemento di grande rilevanza della Biennale è quello di essere radicata in una città come Venezia, che con la sua unicità, con le sue caratteristiche straordinarie costituisce a sua volta un elemento fondante della Biennale stessa. Credo, quindi, che la Biennale debba avere contemporaneamente una grande attenzione al mondo e alla sua città di riferimento, con un equivalente grado di intensità. È un tratto essenziale della nostra visione, del nostro lavoro, e credo che i fatti siano lì a dimostrarlo. Posso citare quello che abbiamo fatto con il Carnevale quest’anno, quando il teatro è ritornato ad essere protagonista dei campi e dei campielli, con gli spettacoli distribuiti su tutto il tessuto urbano; nel campo del cinema i rapporti che abbiamo con la struttura di Esterno Notte di Circuito Cinema diretto da Roberto Ellero, che riporta in città i film appena proiettati alla Mostra del Lido. Una teoria di iniziative che tra l’altro andiamo progressivamente estendendo al di fuori del territorio di Venezia centro storico, per giungere sino a Mira e a Mestre. Aggiungo che nell’arco del nostro mandato, quest’anno ci sarà un’innovazione molto importante che riguarda non tanto Venezia, quanto l’Italia in senso lato: si tratta dell’inaugurazione del Padiglione Italiano in occasione della 10. Mostra Internazionale di Architettura, che entra a tutti gli effetti come un elemento strutturale stabile della Biennale. Proprio perché accanto all’attenzioall’attenzione per il mondo non venisse meno l’attenzione per il nostro paese, sempre ricordando che in fondo la Biennale è comunque una realtà del nostro paese, abbiamo voluto dedicare un padiglione esclusivamente all’arte e all’architettura italiana, con un suo curatore che ha il ruolo di commissario affidato al Ministero dei Beni Culturali, così come avviene per tutti gli altri paesi che hanno il loro padiglione ai Giardini o in città. È di fatto una promessa mantenuta, e non c’è ombra di dubbio che ci siano state delle forti sollecitazioni in tal senso, ma ben vengano! E difatti, siccome ritenevamo che queste pressioni fossero legittime, abbiamo cercato di fare del nostro meglio per mantenere la promessa e devo dire che ci siamo riusciti, addirittura con un anno di anticipo. L’idea originaria era di aprire per la mostra di Arti Visive del 2007; invece, grazie agli sforzi compiuti a stretto braccio con il Ministero delle Attività e dei Beni Culturali, siamo riusciti ad anticipare di un anno. Il che testimonia della nostra attenzione, del nostro ascolto anche delle voci più critiche, che forse saranno piacevolmente sorprese di questa rapida risposta. Quindi, attenzione al territorio circostante, alla componente nazionale, alla dimensione e vocazione internazionali di questo grande laboratorio culturale.

Il vizio di Venezia è un po’ quello di straparlare di improbabili megaprogetti che mai si realizzeranno, dimenticandosi di proporre progetti medi e realizzabili di recupero di spazi che sarebbero forse sufficienti a risolvere un sacco di problemi nell’organizzazione di eventi. La Biennale stessa negli anni lo ha dimostrato con l’area dell’Arsenale e non solo. Il Palazzo del Cinema certo serve, però non crede che a questo punto, piuttosto di perseguire un megaprogetto difficilmente finanziabile, non sarebbe più opportuno lavorare su quello che c’è, ampliando spazi e funzioni?

Bisogna avere ogni tanto il coraggio di pensare in grande. Queste strutture hanno ormai settant’anni ed il nostro è l’unico caso di un grande festival che non ha visto in alcun modo evolvere le proprie strutture. Pensiamo, come ovviamente viene spontaneo, a Cannes, che non solo ha un palazzo ben più grande del nostro, ma che si appresta a costruirne uno di nuovo ancora più funzionale e ampio. Persino i piccoli festival denotano questa relazione forte tra contenitore e contenuto, perché non bisogna dimenticare che nel frattempo l’attività delle mostre del cinema si è evoluta. Lo diceva Müller di recente. Credo che la Mostra di Venezia meriti un’infrastruttura più adatta ai tempi. D’altra parte è difficile che una struttura pensata, seppure in grande, 70 anni fa oggi possa essere sistemata semplicemente con qualche pennellata e qualche marginale intervento.

Sì, ma quali sono le sue previsioni a riguardo?

Io sono partito dall’idea, peraltro in piena sintonia con il Comune, che ci fossero gli elementi per attivare il processo. È chiaro che i soldi sono l’elemento di vincolo pregiudiziale però, come qualcuno ricordava di recente, il denaro in qualche misura, se il progetto è valido, si può recuperare. Se mettiamo insieme una componente privata e una componente pubblica, ci sono dei margini per essere ottimisti e pensare che questo progetto possa diventare realtà. Certo, ci vuole uno sforzo corale e soprattutto forte convinzione: questa è una partita che vale la pena giocare, anche nell’interesse della città tutta. Per quanto riguarda i tempi, si sa, da noi in Italia non è facile essere rapidi per ciò che concerne i grandi progetti. Posso solo dire che, nella misura in cui oggi mi occupo di un’attività di Venezia, faccio quello che è in mio potere per favorire, facilitare, accelerare il tutto. È chiaro che non è una cosa che può essere risolta da una sola persona, proprio perché c’è un concorso di volontà, di responsabilità, di iniziative, di finanziamenti da armonizzare progressivamente e da portare poi alla soluzione. Però intanto, finalmente, il processo si è mosso, c’è un progetto specifico, si sono attivate le dialettiche istituzionali fisiologiche, si sono concretizzati dei contatti importanti con grandi gruppi privati.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali distensive è un fatto che nell’ambiente del cinema, e non solo, la Festa del Cinema di Roma sia vissuta come un vero attacco alla leadership di Venezia. Per i più sembra una sovrapposizione un po’ provinciale di un paese che non eccelle nel fare sistema. Sarebbe difficile pensare, per esempio, che i francesi si inventassero un festival a Parigi per ‘infastidire’ Cannes. Qual è la sua posizione a riguardo e come stanno vivendo questo rischio la struttura e la città stessa?

Io non entro sulla questione se questo paese sia o meno capace di fare sistema, forse non lo è, però io mi sono trovato la festa di Roma già confezionata: in nessun modo Venezia ha potuto incidere su questa decisione, che si è autonomamente concepita e realizzata in altri ambiti. Partendo da questo punto di vista, la nostra linea è stata quella di cercare, per quanto possibile, di fare uno sforzo affinché questa manifestazione fosse meno invasiva possibile nei confronti di Venezia. Da qui il lavoro fatto perché i profili, le strutture, gli obiettivi, il feeling di questa manifestazione fossero per quanto possibile diversi da quelli di Venezia. La mia opinione è che comunque un giudizio non possa essere dato che dopo, dal momento che evidentemente ancora non sappiamo cos’è questa Festa del Cinema di Roma; ne abbiamo sentito parlare, ne abbiamo letto annunci, però di fatto deve ancora svolgersi una prima edizione. Vediamo come si configura, poi se ci dovessero essere degli aggiustamenti da fare, e potrebbero essere ad esempio quelli relativi alle date, ci attiveremo in questa direzione. Però, ecco, aprioristicamente, non avendo la possibilità di verificare tangibilmente lo spot di questa iniziativa, ci è sembrato più realistico cercare di lavorare nel frattempo affinché fosse meno invasiva possibile nei confronti di Venezia. A dieci giorni dall’avvio della Mostra il lavoro svolto dal nostro direttore non mi sembra sia stato frustrato o reso più difficile dalla presenza di Roma; la selezione, assolutamente straordinaria, lo comprova. Non si sono verificate sul campo liti o ostacoli di sorta. Vediamo cosa succede; in ogni caso saremo sempre attenti e pronti a tutelare esclusivamente gli interessi di Venezia, perché questa è la cosa più importante. Concludo dicendo che per sua stessa natura il momento culturale attuale è di dialogo e di confronto, quindi non mi spaventa dovermi raffrontare con altre iniziative. Tra l’altro la Biennale ha una lunga storia in tal senso, perché è stata modello e madre di decine di altre manifestazioni di questo genere, sia nel campo del cinema e delle arti visive, che nel campo dell’architettura e credo che nessuno oggi possa dire che per questo la Biennale abbia perso il suo appeal, il suo ruolo e la sua reputazione internazionali. Tanto che oggi, ogni volta che si parla di Biennale, il riferimento è sempre e comunque la Biennale di Venezia.

C’è un modello di struttura culturale di livello internazionale a cui le piacerebbe ispirarsi, almeno per alcuni aspetti, per ammodernare la Biennale?

La Biennale di Venezia è per se stessa modello, quindi non copia nulla. Ovviamente tiene conto di quello che accade nel mondo e di quello che gli altri fanno. In questo siamo molto attenti: io personalmente ho sempre intrattenuto rapporti estremamente fertili e continui con tutti i responsabili di grandi manifestazioni culturali internazionali, proprio perché attraverso il dialogo, l’analisi e la riflessione c’è sempre da imparare. È importante però affermare sempre la specificità che caratterizza la Biennale, la sua unicità. Per esempio, nessuna manifestazione di arti visive o di architettura registra, attorno alla mostra principale, la partecipazione ufficiale di 60-70 paesi con i rispettivi padiglioni nazionali che intervengono con le loro esposizioni, arricchendo in modo straordinario la storia e il presente della Biennale. Ad ogni modo personalmente credo che la capacità che molte di queste grandi istituzioni culturali internazionali hanno avuto di aprirsi ad un pubblico più vasto (come ad esempio la Tate Modern di Londra, che è diventata oltre che un’importantissima galleria permanente del contemporaneo, anche un fondamentale punto d’incontro a livello planetario sia in termini di linguaggi artistici, che di pubblico), sia senza dubbio una lezione da apprendere e una fonte di ispirazione. Una cosa alla quale presterei particolare attenzione, dunque, è questa capacità di andare incontro alle nuove esigenze, in un momento in cui anche l’arte si globalizza e diventa sempre di più un linguaggio aperto a molti.

Da sempre nella culla dell’arte contemporanea si lamenta l’assenza di un museo a ciò dedicato. Ora è arrivato Pinault il quale, dopo Palazzo Grassi, sta per acquisire la Punta della Dogana per inaugurare il nuovo Museo d’Arte Contemporanea. Come vive la Biennale questa sostanziale novità dell’offerta culturale di Venezia e quali rapporti ha impostato e vorrà impostare con la struttura del magnate francese?

La Biennale nasce come esposizione temporanea e tutte le sue manifestazioni hanno questa caratteristica di temporaneità, il che peraltro non ci ha impedito soprattutto negli ultimi anni di ampliare le attività permanenti, che in diversi modi e titoli sono presenti per periodi più lunghi nel corso dell’anno e che, quando riusciremo ad avere una sede definitiva ed idonea per l’ASAC, potranno trovare proprio nell’Archivio Storico un punto aperto a disposizione del pubblico e degli studiosi, facendo sì che la Biennale acquisisca una parte di attività che potremmo definire permanente. Però non c’è dubbio che il cuore della nostra attività sia diverso perché nasce come termometro espositivo della contemporaneità, quindi mutevole e in fieri, antitetico a ogni forma di museificazione. Detto questo, con Pinault, con i Musei Civici, come con tutte le altre grandi istituzioni culturali della città, abbiamo rapporti non solo di buon vicinato, ma di reciproca collaborazione, tanto che durante le Biennali ci sono delle esposizioni collegate, a latere, che si svolgono in altre sedi della città, tra palazzi e musei. Quindi c’è un’assoluta disponibilità al dialogo, che speriamo possa cominciare a concretizzarsi anche con cose apparentemente semplici, come il coordinamento dei tempi delle esposizioni, di facilitazione reciproca per rendere più fluida la possibilità di visitare le diverse mostre. Un atteggiamento di totale apertura che penso possa dare un po’ alla volta buoni risultati.

Alle porte due grandi eventi, la Mostra del Cinema e l’Esposizione di Architettura. Un auspicio vero e nuovo per l’una e l’altra.

Per quanto riguarda Architettura, quest’anno la Biennale si propone un tema assolutamente nuovo, inedito e mai affrontato prima in questa molteplicità di aspetti. Ci troviamo di fronte ad una scommessa straordinaria che amplia molto il raggio d’azione di questa mostra, che certamente è e rimarrà mostra di architettura, ma che coinvolge un ampio spettro di problematiche globali. Quindi l’auspicio è che questo nostro tentativo di avventurarci in un terreno nuovo possa essere apprezzato e possa soprattutto dare un concreto segnale e contributo alla soluzione dei grandi problemi che saranno presentati, tanto che l’obiettivo della mostra è di concludersi con un manifesto da mettere a disposizione di coloro che hanno responsabilità di governo delle città grandi e piccole, proprio come spunto di riflessione. Per quanto riguarda il Cinema, nell’anno della grande discussione con Roma, l’augurio è quello di continuare ad essere quella che è sempre stata la Mostra, ossia una kermesse di grande vetrina e al tempo stesso innovativa. Ma questo più che un augurio è quasi una certezza, perché il lavoro svolto dal nostro direttore e la qualità delle pellicole che vedremo confermeranno che Venezia veramente non ha paura di nessuno.


 di Massimo Bran
:venews settembre 2006
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