Intervista a Natalia Aspesi

Oct-18-2006
di Massimo Bran | :venews 
   

Natalia AspesiA ridosso dell'imminente festa del cinema di Roma, Massimo Bran intervista Natalia Aspesi, critica cinematografica e giornalista, per parlare dei nuovi percorsi e del futuro dell’industria culturale e cinematografica in Italia.
Settembre per noi è l’indigestione di cinema. La Mostra con il suo fascino, le sue contraddizioni, i suoi contenuti ci cattura totalmente nel suo vortice, per poi subito dopo sentirci svuotati. Quest’anno, invece, ci ha pensato Roma a mantenerci vivi e curiosi. Inutile dire che c’è grande attesa, preoccupazione, eccitazione per capire che cosa sarà questa Festa del Cinema, che cosa rappresenterà per il domani dell’industria cinematografica italiana, come influenzerà il corso futuro già declinante di Venezia.
Non potevamo, quindi, non rimanere in visione, e per farlo volevamo parlare con qualcuno che alla settima arte dà del tu davvero. Natalia Aspesi è più di una critica cinematografica, interessandosi da sempre ecletticamente di svariati segmenti della società e del costume, figlia della miglior Milano degli anni che furono, quando il giornalismo indagava davvero e la società cresceva nelle contraddizioni di una modernità giovane.
Una testimone trasversale della società a cui abbiamo chiesto di parlare dei nuovi percorsi dell’industria culturale e cinematografica oltre ogni steccato critico.

Che impressione ha da un punto di vista dell’impianto curatoriale e da un punto di vista dell’impatto mediatico e popolare della Festa del Cinema di Roma?

A pelle si ha l’impressione che sarà una bella festa popolare, come amano sottolineare gli organizzatori, con un coinvolgimento effettivo e massiccio della città intera. Sull’impianto strutturale effettivo e la linea culturale dell’evento tutto è ancora molto indecifrabile, al di là dei numeri sonanti e delle star coinvolte.
Sembra una festa con tanti festival al suo interno, con una vocazione un po’ omnicomprensiva, insomma.
La cosa certa è che ci saranno ben 5.000 accreditati; sommati poi al pubblico non so immaginare come si riuscirà a gestire una simile massa di gente.
Comunque non si può mai giudicare in anticipo. Per ora Roma ha dalla sua l’effetto sorpresa; staremo a vedere.

Per molti questa è l’ennesima dimostrazione dell’incapacità del nostro Paese anche in termini di industria culturale a fare sistema. Sarebbe impensabile che a Parigi, per fare un esempio non proprio casuale, venisse in mente a qualcuno di fare un festival di grandi dimensioni dopo Cannes.
Qual è il suo parere?

Ognuno è libero di fare quello che vuole. Oltretutto i festival di cinema in Italia sono molti e alcuni tra questi, al di là di Venezia, assai importanti, vedi Torino.
Il Sindaco di Roma, con la sua passione per il cinema, ha voluto fortemente questa Festa e ho l’impressione che il contrasto tra Roma e Venezia sia più che altro una montatura dei giornali che, si sa, non sanno più di che scrivere.
Sono due rassegne molto differenti, basta scorrere la selezione dei film. Al di là di una manciata di film internazionali di buon livello, Roma offrirà l’occasione di poter fruire di quella grande parte di cinema italiano che non si riesce a vedere in altri festival.
A Venezia, invece, c’è un cinema che presenta film da tutti gli angoli della terra, i più dei quali anteprime mondiali, con un mix calibrato tra autorialità e star-system.
Sono quindi due festival di natura costitutivamente difforme, non vedo in che modo potrebbero danneggiarsi l’uno con l’altro. Per ora, almeno.

Ormai i festival emergenti sono quelli metropolitani, che hanno colto la trasformazione dei nuovi linguaggi e delle nuove tecnologie della settima arte e che soprattutto si sono sottratti da una logica autoreferenziale di settore per aprirsi davvero a un grande pubblico.
In questo senso Venezia ha un impianto fermo a un’altra età, quando il cinema proiettava davvero nelle masse un’aura mitica e perciò aveva bisogno di rinforzare il suo mito in vetrine e passerelle superesclusive.
Che senso contemporaneo residuale può ancora conservare quindi un festival concepito negli anni ’30? Quali trasformazioni identitarie e strutturali dovrebbe apportare al suo impianto?


In un certo senso i festival stanno diventando un po’ inutili. Più dei festival contano oggi i produttori, presenti a queste grandi vetrine mondiali per pubblicizzare il film in uscita dopo una settimana, o addirittura il giorno stesso, nei cinema di tutto il mondo. In sé i festival sarebbero quindi delle macchine un po’ obsolete, se non fosse che conservano ancora un’importante ed esclusiva funzione, ossia quella di rappresentare l’unica vetrina, l’unica possibilità per le cinematografie più deboli di mostrarsi, di farsi conoscere.
Sono stati i festival europei a far conoscere agli appassionati la cinematografia cinese o, come è successo in passato, quella giapponese, tanto per fare due esempi tra i più scontati.
Certo non sono film popolari, ma è giusto che ci sia anche un tipo di cinema per coloro che non vogliono solo passare due ore di nebbia passiva, ma capire qualcosa in più del mondo e dei tempi che si vivono. In questo senso i festival svolgono un’importante ruolo culturale che va difeso. Poi, certo, soprattutto i più antichi devono sapersi anche rinnovare, altrimenti il pubblico si allontana.
A Venezia mancano le strutture. È la città per prima che se ne frega completamente del festival. Sono quarant’anni che vengo a Venezia e ogni volta sento dire che l’anno prossimo ci sarà il nuovo Palazzo del Cinema. Nel frattempo Cannes ha costruito il suo Palazzo polifunzionale e ora ne sta costruendo uno ancora più grande.
Stranamente i veneziani sembrano quasi soffrire una manifestazione che qualsiasi altra città farebbe carte false per fare propria; gli unici a non soffrire sono gli albergatori, che non tirano fuori una lira speculando da parassiti, con servizi tra l’altro scadenti. Venezia non è vero, quindi, che non può fatalmente rinverdire la sua gloria dandosi un senso contemporaneo più dinamico. Non sa darselo. La possibilità c’è; mancano la volontà e ormai, temo, anche la capacità.

Qual è tra i grandi festival generalisti quello che preferisce sia da un punto di vista personale, in termini di contenuti artistici e di atmosfera, sia da un punto di vista della funzionalità e dell’organizzazione?

Mi piace molto Cannes, perché lì c’è la sensazione di un cinema che nasce: c’è un continuo incontro tra produttori, attori, registi, con giovani e meno giovani che arrivano con le proprie storie e i propri soggetti cercando di venderli. Dipende certamente dalla presenza del mercato, ma non solo. È questa atmosfera di incontro, di possibilità, di speranze che ruotano attorno al cinema.
Venezia è più una mera grande vetrina del meglio che si è prodotto artisticamente in quell’anno nei cinque continenti. Sono due mondi diversi; d’altra parte, ripeto, non si può fare mercato dove non ci sono le strutture. Ugualmente in America il mercato lo fa solo Toronto, non Montreal ad esempio. In ogni continente ci può essere un solo mercato. Hong Kong lo è per l’Asia, Toronto per l’America, Cannes per l’Europa.

Lei è una delle voci storiche del giornalismo milanese. Ha vissuto da vicino il periodo d’oro anche da un punto di vista culturale della capitale meneghina. La Festa del Cinema è l’ultima pietra su cui Roma sta edificando il suo primato assoluto nel panorama culturale italiano.
C’è qualcosa di irreversibile in questo o pensa che la sua città saprà ritornare ai livelli internazionali di un tempo?

Milano è abbandonata dai milanesi e quindi non ci può essere una grande spinta culturale se a promuoverla non sono per primi i cittadini. A Milano ci sono due o tre fondazioni private, soprattutto d’arte, come la Fondazione Pomodoro o la Fondazione Prada, che fanno cose molto belle. Ogni volta che ci sono manifestazioni di questo genere la gente accorre e non ce n’è mai abbastanza. L’amministrazione pubblica, invece, non mi pare molto interessata a promuove la cultura, forse per mancanza di soldi, che è certo un motivo importante.
Le mostre sono molto vistose ma non eccezionali e comunque promosse da aziende private, come per esempio l’ultima esposizione di Basquiat, supportata da Chrysler. Insomma, c’è sempre qualcun altro che paga e questo qualcun altro ovviamente vuole qualcosa in cambio in termini di pubblicità.
Di sicuro non siamo reduci da amministrazioni con delle visioni sistemiche di sviluppo molto aperte. Veltroni è uno che conosce il funzionamento dell’industria culturale più dei nostri sindaci, questo è sicuro. Quindi da un lato l’erosione dell’energia e dell’entusiasmo nel cuore vivo della società, da un altro lato una classe dirigente che non produce scarti innovativi.

Dopo Camilla Cederna, con Oriana Fallaci se ne sono andate due controverse e contrastanti figure-chiave del giornalismo italiano, ma soprattutto due personalità, al di là delle loro sbandate provocatorie o ‘mistiche’, che hanno aperto le porte con il loro carisma e la loro forte intelligenza alle donne nella società che contava, nelle sfere alte delle professioni.
Cosa ricorda di quei tempi, quanto l’hanno ispirata queste figure irripetibili, quanto è rimasto di vivo oggi di quell’età?

Camilla Cederna è una persona che ho conosciuto bene e che ho molto amato. È stata per me una maestra. Aveva una capacità di vedere il mondo con leggiadria, eleganza, ironia. Era una grande maestra di scrittura e di idee. Fallaci è una giornalista celebre.
Tutti sanno chi è Oriana Fallaci, ha venduto milioni di copie dei suoi libri, ma da un punto di vista giornalistico e sul piano dei valori credo che Camilla abbia da insegnarci molto di più; è più difficile parlare profondamente di un paese contraddittorio e bizantino come l’Italia, che collezionare scoop importanti, senz’altro, nel mondo a caccia dei personaggi del momento. Il suo era un grande giornalismo di inchiesta, era la prima e la sola nell’Italia degli anni ’60 e ’70 ad occuparsi delle grandi tragedie di quel periodo e lo ha fatto benissimo, poi gli altri l’hanno seguita.
In un’età in cui realizzare inchieste, reportage, o anche semplici articoli di indagine quotidiana voleva dire ancora scavare davvero nella realtà, girare le strade, parlare con la gente, interrogare testimoni e protagonisti. Oggi i più stanno seduti dietro al computer e pescano nelle agenzie.
Ecco, di quell’età stimolante Camilla fu uno dei fari indiscutibili, un esempio di lucidità ed originalità intellettuali per più di una generazione.

L’ultimo libro e l’ultimo film che l’hanno emozionata o colpita.

The Queen mi è piaciuto molto per ragioni propriamente politiche. Ha descritto benissimo lo scontro tra il vecchio e il nuovo. Dopo dieci anni il nuovo cade come doveva cadere il vecchio, che invece rimane perfettamente in piedi.
Sul fronte letterario, invece, mi hanno molto colpito, lo dico sottovoce altrimenti mi ‘sgridano’, una serie di libri scritti negli anni ‘20 da un autore inglese di nome Benson. La protagonista è Lucia, una ragazza molto frivola e mondana che vive in un piccolo paese britannico e ne è, per così dire, la regina. Quindi un mondo di stupidaggini, di vuotaggine, di sciocchezze. Però divertente. Più divertente ancora di Woodhouse.


di Massimo Bran
:venews ottobre 2006
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