Intervista ad Angela Vettese

30-nov-2006
di Massimo Bran | :venews

Angela VetteseIntervista ad Angela Vettese, una delle figure di punta della critica d'arte internazionale, si muove a 360° nel variegato mondo del contemporaneo. Laureata in Filosofia, è stata docente presso le Accademie di Belle Arti a Milano e Venezia, all’Accademia Carrara di Bergamo e presso il Politecnico de la Universidad de Valencia.

Attualmente insegna storia dell’arte presso il CLEACC (Corso di Laurea in Economia per le Arti e la Comunicazione) dell’Università Bocconi di Milano.
Ha progettato insieme a Marino Folin, Marco de Michelis e Germano Celant la Facoltà delle Arti presso lo IUAV di Venezia, dove dal 2001 dirige il CLASAV (Corso di Laurea Specialistica in Arte Visiva) come docente a contratto di storia dell’arte contemporanea.
Ha fatto parte del Comitato Scientifico della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Dal 1986 collabora all’inserto domenicale de «Il Sole 24 Ore».
Ha curato mostre e redatto saggi in catalogo per istituzioni internazionali, tra cui: La Biennale di Venezia (1993 e 1997), il MoCA di Los Angeles, la Serpentine Gallery, la Chisenhale Gallery e il Victoria and Albert Museum di Londra, il Magasin di Grenoble, il Musée de la Poste di Parigi, la Galleria Nazionale di Sarajevo, il MAK di Vienna.
Al suo attivo numerose mostre e cataloghi monografici e diversi saggi diventati classici: Investire in arte: produzione, promozione, e mercato dell'arte contemporanea 1991, Capire l’arte contemporanea 1996, e, con Marco Meneguzzo, Guardare l'arte. Cultura visiva contemporanea: le recensioni, i temi e gli appuntamenti 1999.
È presidente della Fondazione Bevilacqua La Masa, direttrice della Galleria Civica di Modena, curatrice per l’arte contemporanea del Fondo Ambiente Italiano e della Fondazione Antonio Ratti.
Un curriculum che non lascia dubbi e che tuttavia non le ha risparmiato critiche proprio a Venezia, ma la sua determinazione a non sopportare ingerenze ha permesso alla città stessa, grazie alla politica culturale di una ‘giovane’ Fondazione sapientemente diretta, di poter continuare ad alimentare con stimoli e contenuti sempre nuovi nel paludoso ambiente culturale e artistico il contemporaneo.

Sono ormai quattro anni che lei dirige un'importante struttura del contemporaneo. Più di un bilancio complessivo, ci piaceva capire qual è l'aspetto che più l'ha colpita in positivo e quale invece le ha prodotto maggiore frustrazione da un punto di vista dello sviluppo pregettuale e curatoriale della Fondazione.

Presiedere la Fondazione Bevilacqua la Masa è stata un'esperienza eccezionale da un punto di vista formativo. Ci sono nicchie di potenzialità di questa struttura che, pur se pensate oltre cent'anni fa, ricalcano ciò che oggi cercano di essere le istituzioni internazionali attente al proprio territorio. Sono stata felice di potere organizzare mostre di artisti importanti come Alex Katz, Marlene Dumas, ThomasRuff, Kim Sooja, Karen Kilimnik, Roni Horn, Yona Friedman.
Ma più ancora sono felice di avere potuto suscitare un flusso di artisti locali che lavorano negli studi alla Giudecca e che passano dalla sede di Palazzetto Tito per incontri organizzati ad hoc almeno due volte alla settimana. Non sono più nemmeno un pubblico, sono una parte attiva della Fondazione. Solo ad alcuni di loro abbiamo potuto garantire una personale o la presenza in una mostra collettiva, ma cerchiamo di fare un lavoro che dall'informazione passa alla formazione e di qui anche al comprovarsi con le proprie potenzialità.
Alcune istituzioni hanno mostrato di volere collaborare con noi (Accademia di Belle Arti, Iuav, Fabrica tra le altre) e speriamo che questo bacino possa ancora allargarsi. Tra le cose che mi sconcertano, l'assoluta indifferenza in cui viviamo dal punto di vista istituzionale. In parte questo ci concede una certa libertà, ma altrove un centro come la BLM avrebbe ben altri appoggi.

In Italia non eccelliamo di certo nel fare sistema. A tutti i livelli, nella politica, nell'economia, nella cultura. Ragioni storiche profonde ci condannano a un campanilismo perenne, quasi ineluttabile. Venezia è un po' un simbolo da questo punto di vista, con mille cose in cantiere, ma grande difficoltà di mettere a sistema in maniera funzionale tutte le attività. Intanto volevamo sapere se ha trovato conferma nel suo lavoro di questa tendenza, e se sì quali sono a suo avviso i primi interventi urgenti e concreti che dovrebbero essere svolti in termini di coordinamento e sinergia per una politica culturale da grande paese europeo quale noi siamo?

Come direttrice della Galleria Civica di Modena (incarico per il quale vengo pagata, by the way, diversamente dalla presidenza BLM) faccio parte dell'AMACI che riunisce i direttori di museo italiani.
In quel contesto ho notato come si cerchi di fare sistema, ma ci si scontri anche con specificità molto diverse. Per esempio, al Nord i giovani artisti vengono monitorati da archivi privati e anche comunali. Al Sud questa realtà non esiste. Per converso, a Napoli si è ritenuto di investire denaro della Comunità Europea in gran quantità per varare un museo come il Madre, mentre al Nord - sono pur sempre milanese e la decadenza di quella realtà mi brucia - da anni non si esce dal piano del "vedrete che faremo".
Il problema non è il campanilismo, ma l'effettiva diversità di quello che sta sotto a ogni campanile.

Qual è il Paese che a suo avviso lavora al meglio in termini di politica culturale, con particolare riferimento all'arte, e perché?

La Finlandia. Perché ha pochi abitanti e molta voglia di luce, in termini fisici così come metaforici.

Qual è il modello di Fondazione Culturale, di Galleria, di Museo a cui le piace ispirarsi?

Se potessi ancora e sempre il Pompidou. Ma in Italia non si può perché non abbiamo metropoli in grado di riempirlo e dargli un motivo di esistere.
Mi piace l'audacia dell'Austria, dalla follia architettonica della Kusnthaus di Graz al cerchio chiuso del Museum Quartier a Vienna. Forse è sbagliato, ma c'è.

Qual è o quali sono i suoi maestri a cui si ispira nell'impostazione curatoriale di una mostra o più complessivamente nella gestione di un importante ente culturale?

Il primo libro che ho letto e sottolineato venti volte, dai diciassette ai quarantasette anni, è stato Ambiente Arte di Germano Celant, catalogo della prima Biennale che ho visto.
Ma di maestri proprio neanche l'ombra; ho la sfortuna di non averne avuti e l'ho pagato con errori e lentezze. Per fortuna ho avuto e ho molti coetanei da ammirare e ora anche ragazzi più giovani che, provenendo dalle scuole curatoriali che nel frattempo sono nate in mezzo mondo, hanno già molto da insegnarmi.

Il fiorire di biennali ed affini, il moltiplicarsi di fiere e l'invasione degli spazi dedicati all'arte contemporanea; quale ruolo e quale importanza effettiva assumono nel panorama artistico internazionale? Arte diffusa e democratica o mercato globalizzato? Insomma, "Where are we going"?

L'arte è di nicchia, inutile immaginare un pubblico da blockbuster. La sua espansione mi sembra però un buon sintomo di quanto si cerchi rifugio nell'ambito del simbolico.
Ovviamente c'è una gara in corso tra mostre e fiere e alla fine vincono le fiere, avendo più mezzi e addirittura più forza propositiva sul piano culturale.
Del resto anche i Salon erano fiere, anche la Biennale di Venezia all'inizio vendeva. Non c'è niente di male. L'arte non è democratica ma il mercato può essere globalizzato, come da sempre è stata globalizzata l'elite. Anche nel Medioevo le stesse idee viaggiavano tra Parigi e Oxford, anche se a piedi e non in giornata.

Ci si interroga fino allo sfinimento sul concetto di contemporaneo.
Quali sono a suo avviso gli artisti che oggi meglio incarnano il concetto di contemporaneità e perché?

Il concetto di contemporaneità è relativo. È il qui e ora che scappa via come sapone. Ma è anche ciò che permane al fuggire di tutto. Leggo gli artisti su questi criteri. Ma non chiedetemi una top ten.

Lei ha scritto il libro “Artisti si diventa”. Sin dal titolo sembra un accento in progress, sull'idea di un duro lavoro di crescita continua piuttosto che su un'idea di folgorazione, di genialità in sé, quasi a evocare una dimensione artigianale dell'arte. È così?

Certo. È facile capirlo con altre discipline, vedi, ad esempio, la danza. Si nasce con il senso del ritmo e con un corpo che facilita la danza, ma se non ci si applica fin da piccoli non si arriva da nessuna parte. Analogo il discorso per la muscia: a che servirebbero tante ore sudate di solfeggio se il talento fosse una folgorazione? E perché mai l'arte visiva dovrebbe fare eccezione?

L'insegnamento, la curatela, la critica: non ha mai pensato di passare dall'altra parte, cimentandosi direttamente con il lavoro artistico?

Proprio mai. Ci vuole una dose di autostima che non ho. E una fatica bestiale.

Ritornando a Venezia, quale è la sua opinione sul vero ruolo contemporaneo della Biennale?

Se la Biennale si accorgesse di che cos'è e rappresenta potrebbe veramente ritornare la prima nel mondo, cosa che da tempo non è più.
È l'unica manifestazione al mondo di cultura contemporanea decisamente interdisciplinare. Ma in Italia a nessun politico importa rilevarlo. Quindi non viene coccolata, ma semmai bistrattata da tutti, ministri compresi.

Da anni si parla di un museo di arte contemporanea a Venezia. Qual è il suo progetto ideale per una sede espositiva di questo genere a pochi giorni dalla scelta della miglior proposta per la Punta della Dogana?

L'ho già detto anche se non piacerà a tutti: un piccolo Pompidou. Ricordando che in quel luogo si va statisticamente più per il centro di documentazione e il panorama che per le mostre. Mostre ok, ma ci vuole struttura e un pensiero votato al tempo lungo. Sapendo che anche un negozio di panettiere per i primi tre anni lavora in perdita.

La sua Venezia. Un aggettivo, un pensiero, un'impressione che restituisca il suo rapporto con questa città.

I luoghi in cui la vita si scatena di più sono le paludi. Sembrano stagni moribondi ma al contrario generano di continuo. Così per me: Venezia mi rigenera.



di Massimo Bran
:venews novembre 2006
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