Candiani casa della cultura

Nov-30-2006
Candiani casa della cultura
di Massimo Bran | :venews

centro culturale candianiIl concepimento e un buon utilizzo di un centro polifunzionale di cultura contemporanea è un’operazione che richiede una particolare cura nella lettura dei bisogni della domanda territoriale e del senso dell’offerta da produrre conseguentemente.
Ciclicamente partono delle mode che poi tutti rincorrono, con l’errata idea che tutto sia percorribile ovunque.
Fin che si tratta di Oktoberfest, Notti Bianche o Feste della Musica tutto può anche filare liscio, perché alla fine al di là del senso contestuale di simili eventi in luoghi geografici opposti a quelli che hanno dato origine al tutto, se la cosa va, se i numeri ci sono, evviva!, con buona pace del già visto e del già vissuto.
Quando si parla invece di grandi progetti culturali che interessano strutture importanti con un mandato prospettico permanente, beh, allora il discorso incomincia a farsi un tantino differente.
L’idea del centro culturale polifunzionale (oggi tutti amano abusare del termine multimediale) è nata da una necessità di creare da un lato uno spazio-sintesi che metta in relazione gomito a gomito i diversi linguaggi artistici contemporanei, da un altro quello di poter attingere ai lavori artistici, a testi, a studi pluridisciplinari in unico contesto con mezzi e strumenti sempre più funzionali e moderni.
Ce ne saranno stati decine prima, ma l’idea del grande contenitore poliforme urbano in cui tutte le lingue della creatività potessero incrociarsi nasce, probabilmente, con l’affermazione del Centre Pompidou a Parigi. Un edificio avveniristico e visionario in cui Piano e Rogers concepiscono uno spazio accessibile a tutti con delle forme metropolitane estreme per i tempi. Un centro in cui attività espositive, biblioteche, emeroteche, videoteche, spazi di incontro e di visione coesistono e interagiscono in progetti che il più delle volte vengono concepiti sin dall’inizio trasversalmente.
Quindi elemento dinamico ed elemento permanente che coesistono ed interagiscono. Da allora, ma anche da prima ripeto, qualsiasi città europea di medie dimensioni si è dotata di uno spazio consimile, proprio perché a differenza di una singola mostra o evento, sono luoghi che hanno una funzione sociale quotidiana importante, assicurando alla popolazione un luogo certo, vivo giorno per giorno in cui soddisfare curiosità, fame culturale, emozioni visive. Una sorta di casa del popolo postmoderna, se mi si passa la boutade.

A Venezia tutto questo non è mai esistito incredibilmente, visto che se c’è una città al mondo che ha scritto delle pagine memorabili perlomeno a livello espositivo, se non proprio produttivo, del Novecento è proprio lei.  Anche se non si può anche qui non riflettere su queste mancanze lagunari per capire meglio che cosa ha portato a concepire uno spazio importante come quello del Candiani.
L’idea in sé poteva essere buona, anche se eternamente viziata da un riflesso compensativo per cui si ritiene che Mestre debba essere in qualche modo culturalmente risarcita per la sua strutturale sudditanza. Così facendo non si parte mai dalla sua identità deforme e però in ricomposizione, da una realtà urbana che ha le sue specificità, anche interessanti, e che quindi richiede delle risposte specifiche a delle domande che nascano da sé, non fuori da sé. Certo, risposte che devono armonizzarsi con quanto Venezia già offre, però non per l’appunto con soluzioni residuali, scimmiottando ciò che non sarà mai ripetibile, ossia il prestigio culturale veneziano, quanto invece partendo da ciò che Venezia non saprà mai dare, ossia un’offerta strutturata in termini di tensioni contemporanee vissute sul territorio. Il centro però già nasce male architettonicamente, con spazi dispersivi e spesso poco funzionali nella loro ripetitività dimensionale, che poco permettono degli stacchi di fruizione anche grandi, con magari piccoli vani per cose di nicchia e spazi di respiro importanti per eventi di maggior richiamo.
Comunque, al di là di questo vizio di partenza incontestabile, l’accento posto su di esso nel suo reiterarsi è divenuto sempre più un alibi per l’incapacità di dotarsi di una visione forte, che quando sussiste è di per sé capace di esorcizzare qualsivoglia gap strutturale, trasformando vizi in virtù. È l’idea eterna della cattedrale nel deserto che è sbagliata. E la cattedrale nel deserto non sta tanto nella cattedrale in sé, ma nei riti che vi si officiano. È un po’ lo stesso discorso che vale per il Palazzo del Cinema. Gli stolti dicono che non serve; eccome se serve! Solo che diviene un danno se le idee del suo utilizzo non sono chiare, ritenendo che una struttura di per sé risolva criticità che invece attengono a un sistema economicoculturale che non sa essere propulsivo.
Il Candiani è.
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