Punta della Dogana: un nuovo museo veneziano d'arte contemporanea?

16-mar-2007
di Massimo Bran | :venews

Punta della doganaOgni stagione ha le sue ‘mode’, i suoi percorsi culturali à la page, le sue fenomenologie dettate dalle tendenze effettive dei linguaggi sociali e dalle più prosaiche esigenze del mercato.
Questo, naturalmente, vale anche per la cultura, per la cultura da copertina perlomeno, e quindi anche e soprattutto per l’arte.

Mode che evaporano dopo il loro quarto d’ora di prime time, o che invece poi diventano con il tempo abitudini consolidate. Così è stato per il boom delle grandi mostre negli anni ’80, che hanno aperto al popolo dei pullman le porte di una fruizione più massificata dei linguaggi figurativi, con il boom dei vari Monet, Van Gogh, Cezanne, Picasso.
Uno scarto nelle logiche fruitive dell’arte che ha rivoluzionato il target a cui puntare perlomeno con le mostre più ‘facili’, demolendo i recinti autoreferenziali all’interno dei quali il mondo dell’arte nella sua complessità viveva da sempre. Certo, l’abbattimento interessava solo alcuni separè, non certo le muraglie a ‘difesa’ delle avanguardie, del mondo delle gallerie, delle tendenze più aggressive del contemporaneo.
Per anni si è pensato che questa divisione di ‘blocchi’, questa separazione netta tra fruizione di massa di mostre popolari e idee, di grandi musei e il ristretto ma potente mondo degli addetti ai lavori delle gallerie e delle esposizioni contemporanee, fosse una dimensione eterna, non scalfibile. Un po’ come l’Unione Sovietica, che, fino a tre anni prima e anche meno, nessuno ipotizzava implodesse repentinamente, rassegnandosi alla ‘stasi’ permanente.
E invece… e invece eccoci qui, oggi, a ragionare di contemporaneo come di una dimensione essenziale per le politiche culturali e anche turistiche di tutte le città medie e grandi, ma anche ormai delle più piccole. Chi l’avrebbe detto solo dieci anni fa che gli incomprensibili linguaggi in diretta dell’espressione artistica fossero pane da dare in pasto al popolo dei pullman?
Oggi non esiste città europea che non si doti di un centro espositivo di arte contemporanea, o di una Biennale, Triennale, Quadriennale, o di una Fiera, o di mostre e performances a ciclo continuo.
Le quotazioni dei vari Cattelan, Hirsch, Koons, Barney raggiungono livelli inimmaginabili prima per artisti tutto sommato giovani e in attività.
Insomma, dare del tu al contemporaneo per qualsiasi giunta di qualsiasi città è il must di questo inizio secolo.
Venezia, come sempre, ha rappresentato l’archetipo culturale anche in questo settore e, come sempre, ha saputo e sa capitalizzare poco la sua pole position storica.
La Biennale nasce qui ed è tuttora un modello copiato e sempre più in evoluzione in tutti e cinque i continenti. Una kermesse che potrebbe tranquillamente garantirsi una leadership eterna nel contemporaneo, per i contenuti, il contesto, il prestigio storico, il fascino, e che invece gioca sempre più in difesa, come del resto la Mostra del Cinema, entrambi fondativi di nuove formule espositive, entrambi in difficoltà nell’assecondare il loro indiscusso e persistente potenziale superiore.
Eppure la Serenissima, nel suo inarrestabile declino sociale, urbano, politico, con l’aggravante di risiedere in un paese che più di ogni altro in Europa sconta un atavico ed inestirpabile particolarismo che gli esclude la possibilità di saper fare sistema, rimane a tutt’oggi una meta e una sede imprescindibile per l’arte contemporanea. Ci vogliono tenacia e pazienza secolari per riuscire a distruggere il capitale storico-culturale di un luogo siffatto, sicché in laguna si può ancora scommettere, e si potrebbe ancora stravincere solo agendo con un po’ più di lungimiranza e coscienza di sé.
L’arrivo di Pinault è la dimostrazione di quale sia il potere attrattivo della città. Con la Guggenheim e la Biennale si va a formare un tridente d’attacco potenzialmente ineguagliabile da qualsiasi altra compagine urbana.
Purtroppo, però, già dai primi passi di questo nuovo assetto d’attacco Venezia soffre della “sindrome Real Madrid”, in cui i più grandi solisti di “eupalla” non fanno la squadra più grande, perché ognuno si fa i fatti suoi e pensa alle sue tasche e alla sua immagine. L’allenatore poco può fare, però è il solo a poter riaccordare l’orchestra. E l’allenatore del tridente veneziano non può che essere il Comune, il quale però è schiacciato dal peso mediatico ed internazionale dei tre punteros, i quali per tutelare i propri affari non hanno necessariamente bisogno di lui, pur invocandone a ogni piè sospinto il ruolo essenziale e vitale per le future sorti e progressive delle arti lagunari.
La punta della Dogana è un manuale del pasticcio all’italiana, altro che matrimonio! Due colossi supportati da due istituzioni provincialmente in guerra per l’idiosincrasia dei rispettivi conducator, Regione e Galan per la Guggenheim, Comune e Cacciari per Palazzo Grassi, che si fronteggiano con proposte alternative in un bando di assegnazione di quello che dovrebbe essere l’agognatissimo museo d’arte contemporanea, illustre assente nella città del contemporaneo per eccellenza. Bene, uno dice, sana competizione, vincerà il migliore… Macché, pareggio è!
Vince la logica permanente del compromesso all’italiana, in cui non scegliere è l’unica vera scelta costante. Collaborare in maniera sistemica per ottimizzare l’offerta culturale, magari coordinando contenutisticamente e temporalmente, nel senso di armonizzare un calendario intelligente, le attività espositive, trovando dei terreni anche di sinergia in alcuni percorsi espositivi, non significa coesistere in uno spazio cogestito. È assurdo. Ognuno gioca per conto suo, magari dialogando con passaggi intelligenti col compagno di reparto, ma ognuno nella sua zona, altrimenti ci si pesta i piedi! Fare sistema è semplice se sussistono una mentalità agile e procedure snelle; è un’impresa colossale se vincono i sospetti e il particolarismo.

Questo matrimonio utopistico alla Dogana è esattamente la fotografia di una logica asistemica, di un’incapacità di guardarsi attorno, di volare alto.
Venezia non è solo Guggenheim, Biennale, Palazzo Grassi, sono anche altre storiche istituzioni cittadine quali la Querini Stampalia, Ca’ Pesaro, la Bevilacqua La Masa, ma anche l’Accademia di Belle Arti, lo IUAV e il sistema universitario in generale, nonché la galassia, in realtà non troppo luminosa, delle gallerie private.
Un patrimonio immenso, che andrebbe davvero valorizzato da una logica sistemica, come in tutte le Barcellona, le Parigi, le Londra, le Berlino d’Europa. Significa fare anche poche, intelligenti mosse, a partire dalla comunicazione, dalla promozione internazionale, con un biglietto da visita ineguagliabile se condiviso, mostrando al mondo lo straordinario patrimonio di oggi, non sempre e comunque di ieri, di questa città seminale.
Significa ragionare su tavoli aperti senza troppe sofferenze ed invidie, coscienti ognuno di sé e della propria funzione, fuori da qualsiasi logica compensativa e compromissoria, ma individuando quei due, tre tracciati-chiave in comune in cui regalarsi reciproco valore aggiunto.
Comunicare al mondo che c’è qui un mondo ricchissimo e coordinato, con dei ponti accessibili e riconoscibili che uniscono le isole contemporanee dell’arte.
Nella città dei ponti, in tutti i sensi, architettonico, culturale, geopolitico, almeno questo non dovrebbe essere un problema.
Ed è invece, allo stato, il problema dei problemi.


di Massimo Bran
:venews
marzo 2007

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