Intervista a Ferzan Ozpeteck

5-apr-2007
di Fabio Marzari | :venews

Ferzan OzpetekIntervista a Ferzan Ozpetek, regista di talento, di quelli che hanno il cinema nel sangue e che non temono di regalare emozioni vere agli spettatori. Conosce assai bene il suo mestiere, avendo svolto una lunga gavetta, durata più di 15 anni come aiuto-regista, prima di passare al ‘comando’ dei suoi film.
È da poco nelle sale con il suo nuovo lavoro, Saturno contro, film che ha riscosso consensi unanimi di pubblico e critica.

Persona un po’ schiva, gentile, molto dosato nelle risposte, preferisce schernirsi e lasciare lo spazio ai suoi attori, che nell’occasione dell’incontro con il regista erano la sorprendente Ambra Angiolini, nei panni di Roberta, una ragazza che si droga, ha una bassa considerazione di sé ed ha un’unica vera grande passione per l’astrologia, e Luca Argentero, nei panni di Lorenzo, ragazzo malinconico, organizzatore nato, vero uragano di iniziative sia nella vita privata che nel lavoro.

Ozpetek, nato ad Istanbul, si è trasferito in Italia nel 1976 per studiare Storia del cinema all’Università di Roma e da allora è rimasto nel nostro Paese, con il ‘vantaggio’ di non essere italiano, ma naturalizzato italiano, il che gli ha consentito, psicologicamente ed antropologicamente, di vivere una ‘doppia’ natura, potendosi esprimere più liberamente, osservando senza enfasi ma con eguale complicità due culture, allenando l’occhio al contraddittorio, introiettando movenze e seduzioni diverse, permettendosi il privilegio di contaminare e di contaminarsi.
Il mètissage culturale si manifesta come un attraversamento di sensibilità oltre che di culture.
L’indole del cinema di Ozpetek contiene l’idea dello ‘spostamento’, sia esso di spazi (Roma- Istanbul), che di epoche (passato-presente), che di sessualità (etero-omo), nel quale determinante non è la partenza o l’arrivo, il distacco o l’avvicinamento, ma l’urgenza vitale di un tragitto, la necessità del cambiamento, l’istintivo desiderio di non fissarsi all’interno di una sola, predefinita identità.
Ed è così che i personaggi delle sue storie divengono esterrefatti e disponibili protagonisti di un viaggio interiore che li conduce a visitare, in un continuo gioco di riflessi, luoghi insospettabili della propria memoria, del proprio passato, della propria personalità.


Che cosa significa fare cinema oggi in un Paese diviso a metà, tra restaurazione e spinta al cambiamento?

Credo capiti ovunque. In tutto il mondo c’è questa tendenza ad essere divisi quasi a metà. In Italia c’è comunque una situazione abbastanza anomala, si ha davvero la percezione di una netta spaccatura in due. Malgrado ciò non riesco mai a legarmi alla vita politica di un paese, preferisco tenermi sempre al di fuori, mi diverte maggiormente parlare delle persone, uomini e donne con i loro sentimenti, le loro passioni, i loro ragionamenti.

Roma, la tua città di adozione, nemica di Venezia in ambito festivaliero. Che ne pensi di questa anomalia tutta italiana di due festival a breve distanza a farsi concorrenza diretta?

Trovo stupendo che ci siano due festival così importanti in Italia, forse perché è sempre preferibile avere più di una possibilità nella vita, avere due mariti, due mogli, due amanti, due case, due mari, due conti in banca, due Paesi, due lingue. Penso sempre a mia madre, che accoglieva tutti senza pregiudizi e quando è morto il suo primo marito mi disse: ho perso l’uomo che amavo.
E davanti al mio stupore, perché la credevo innamorata di mio padre, suo secondo marito, mi spiegò: perché, non si possono amare due persone contemporaneamente?
Io sono quindi molto favorevole: ben vengano due Festival!

Hai dato dignità di attore a persone di provenienza altra, reality o tv trash alla Boncompagni, tra l’altro con esiti davvero felici. Sei un talent scout o sai vedere oltre l’inutile di tanta, troppa televisione?

Io la televisione non la guardo mai e forse questo mi influenza abbastanza, nel senso che non ho proprio conoscenza di questo mondo in una scatola.
Quando ho incontrato per la prima volta Luca Argentero mi stava facendo un’intervista a Napoli, allora lavorava per Sky. Non avevo mai visto il Grande Fratello, però gli dissi «io ti conosco, forse ti ho già visto da qualche parte, ma non so dove…».
Non guardo mai da dove viene l’attore o l’attrice, non ha per me nessuna importanza; non ho pregiudizi nei loro confronti, non mi importa se siano famosi o meno, se vengano dal cinema o dalla televisione o dal teatro. Dipende tutto dal rapporto che si instaura tra me e loro negli incontri che faccio.
Una volta deciso il cast, prima di girare il film, faccio un paio di settimane di lettura a tavolino con gli attori di tutto il copione. È importante anche per la scrittura che le situazioni e i dialoghi siano verificati con chi poi li interpreterà, in modo che se ci sono dei dubbi, delle incongruenze, delle mancanze vengano fuori subito.
Per questo poi nei set dei miei film c’è quasi sempre un’atmosfera magica, di grande amicizia e collaborazione tra tutti.

Saturno contro è un esempio di film corale ben riuscito, in cui i personaggi riescono a dare il loro contributo alla storia senza prevalere l’uno sull’altro. Perdonami il paragone gastronomico, ma sai dosare gli elementi in maniera alchemica, sapendone trarre un filo narrativo senza sbavature, come un soufflè ben lievitato. Qual è il segreto dello chef?

Non lo so, io cucino e basta. Mi metto in gioco in ogni momento, misuro le mie emozioni su un set, quindi piango, rido, mi diverto giorno per giorno. È questo per me ciò che conta davvero.
Saturno contro non racconta la storia di un personaggio in rapporto ad un gruppo ‘diverso’, ma racconta direttamente il ‘gruppo’, che è abbastanza omogeneo e decisamente borghese.
Il nucleo centrale del gruppo è formato da persone, più o meno dei quarantenni, che non hanno problemi economici, hanno un rapporto di amicizia molto stretto e intenso e di lunga data che presenta dei segni di stanchezza dovuta all’abitudine. A loro, col tempo, si sono aggiunti elementi più giovani che però fanno oramai parte integrante del gruppo, che si confronta soprattutto sul tema della separazione, sia nell’amicizia che nell’amore, mai ponendosi però come entità ‘alternativa’, anche se composto da persone con scelte sessuali diverse tra loro. Questo fatto non è sottolineato e non è la ‘differenza’ che li unisce, come nelle Fate ignoranti, ma l’amore e l’amicizia che hanno maturato in anni di esperienze in comune.

Prevedi di partecipare in futuro a qualche concorso, tipo Venezia o Roma?

Molto difficile che possa accadere. I festival in genere mi spaventano abbastanza, inoltre non so quanto mi possano essere utili. Mi sembra abbastanza rischioso, parlando di me, andare in concorso a Venezia. Preferisco venire a Venezia, senza la fobia dei ruggiti del leone, perdermi nel labirinto incantato della città e poi girare per la vostra regione, piena di cose pazzesche, come quelle meravigliose ville…

La tua patria, la Turchia, sempre in bilico tra Oriente ed Occidente, cosa rappresenta davvero per te?

La Turchia è una nazione piena di contraddizioni. Istanbul è una città straordinaria che culturalmente è venti anni avanti a Roma o Milano, ma poi ti sposti di dieci chilometri e sembra di tornare quarant’anni indietro. Vive, quindi, di questi contrasti. Ci sono segni di arretratezza democratica e civile ancora troppo vivi, come ad esempio la legge 301 che limita la libertà di espressione, il che è molto grave: dovrebbero eliminarla, e il fatto che se ne discuta è da un lato un bene, dall’altro la dimostrazione di un gap importante negli standard democratici europei.
Devo comunque molto alla mia terra, sono cresciuto sentendo le campane delle chiese e il canto del muezzin in un miscuglio di culture e religioni.
Nel mio paese forse il clima politico non è dei migliori, ma è anche vero che dall’estero la situazione sembra peggiore di quella che è.
Un po’ come in Italia con la Lega, quando Bossi fa casino; gli stranieri pensano che tutti gli italiani siano leghisti, e invece così non è.

Che rapporti hai con il premio Nobel della letteratura Orhan Pamuk? Vedremo mai un tuo film da un suo romanzo?

Pamuk lo conosco bene, abbiamo parlato spesso di collaborazioni, ci siamo incontrati progettando di scrivere una sceneggiatura tratta da Neve, il racconto di un poeta che dopo dodici anni di esilio in Germania torna a Istanbul e dopo pochi giorni, inviato da un quotidiano, parte alla volta di una città della provincia anatolica, Kars. Luogo dove fortissime sono le contraddizioni fra la Turchia moderna e laica e le sue profonde radici islamiche e dove da qualche tempo dilaga una vera e propria epidemia di suicidi: a togliersi la vita sono studentesse universitarie cui viene impedito di indossare il velo in aula, che si uccidono per difendere i loro ideali religiosi contro le imposizioni dello Stato laico.
Parlando con parenti e amici delle ragazze, il poeta rimane affascinato da questa città di provincia triste e remota, un tempo prosperosa città commerciale, oggi avamposto dell'integralismo islamico. Vedremo. Intanto, dopo Saturno, in progetto ho una bella vacanza…

E Roma?

Roma è il posto dove vivo ed in cui sto benissimo. Amo il mio quartiere, l’Ostiense; avrei potuto trasferirmi in centro, ma io mi trovo bene in questa zona, popolare, vera, autentica e soprattutto piena di ricordi personali. E poi ho costruito nel tempo il mio rifugio dove ospitare i miei amici, che sono la mia famiglia, mangiare insieme le polpette, di cui sono ghiotto, come nei miei film, andare da Andreotti, una pasticceria vicino alla Piramide, la stessa che ha preparato le torte per La finestra di fronte, un luogo fantastico, dove d’estate fanno un gelato buonissimo alla crema di limone, da provare!

C’è inevitabilmente uno Zeitgeist in Saturno che incide con problematiche sociali di estrema attualità…

Lo ‘spirito dei Tempi’ incide moltissimo, ma non direttamente; arriva per conto suo, non cercato, non voluto. Quando comincio a parlare di un film con Gianni Romoli non partiamo mai dai temi e, soprattutto, mai dall’attualità. Quasi sempre il punto di partenza è un episodio, un’emozione, un ricordo. Non voglio dare messaggi, non desidero parlare di pacs o dico che dir si voglia; non credo affatto che questo sia un problema delle coppie omosessuali, ma di tutti coloro che vogliono decidere liberamente con chi unirsi.
Nel mio film parlo di questo, dei sentimenti che uniscono gli esseri umani. E dei più deboli. Le persone fragili mi commuovono.

di Fabio Marzari
:venews aprile 2007
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