La Serenissima Repubblica marinara e la tradizione oltre la competizione
8-mag-2007
La Serenissima Repubblica marinara e la tradizione oltre la competizione
Chissà se Caterina apprezzò davvero
la parata. Forse ammirò di più Venezia,
dove tornava dopo tanti anni, e
che aveva visto quasi esclusivamente
dalla grata del monastero dove era
stata educata. Avrebbe voluto innamorarsi
come ogni ragazzina, ma il
suo nome glielo impediva. Era una
Corner, nobilissima famiglia veneziana,
anche se la storia la ricorda come
Caterina Cornaro.
E un aristocratico
veneziano, che si era guadagnato
il blasone con i traffici e non per
diritto di sangue, doveva innanzitutto
obbedire ai doveri che comportava
il proprio stesso nome, prima che
gustare i piaceri del suo rango.
E il dovere di Caterina fu un matrimonio per procura con un re vecchiaccio, ma il cui regno, quello di Cipro, interessava alla Serenissima.
Non appena suo marito morì, da Palazzo Ducale imposero a Caterina di donare Cipro a Venezia.
Era il 1488 e Caterina poteva tornare a casa, portata in trionfo lungo il Canal Grande e omaggiata dal doge, il vessillo di San Marco al suo fianco.
Quella stessa parata rivive nell’apertura del palio delle Repubbliche Marinare che torna a Venezia ogni quattro anni.
La contesa tra il galeone azzurro con il cavallo alato di Amalfi, il galeone bianco con il grifo genovese, l’aquila pisana sul galeone porpora e il galeone verde con il Leone Marciano è ospitata a turno dalle quattro città marinare.
In questa sfida qualcosa di profondo ed eterno conta più della componente sportiva e della rievocazione storica. Il senso del mare, la ragion d’essere di Venezia.
La sfida è nata nel 1954 e da allora i vogatori della Serenissima se lo sono aggiudicato ventotto volte. Segue Amalfi, nove successi.
Scorrendo l’albo d’oro si può trarre un’unica conclusione, quasi scontata. Una sola delle quattro Repubbliche marinare conserva ancora il senso del mare.
Pisa è ormai lontana dalle coste, forse per effetto della maledizione dantesca che si augurò che l’Arno la sommergesse. L’Arno fu più clemente e si è limitato a trasportare detriti verso la foce e ora Pisa dista una decina di chilometri dalla costa.
Per Amalfi il mare è la vita, ma è un mare da cui non si salpa, fatto di costiere a picco e di turiste tedesche in topless.
Anche Genova continua a vivere di mare, ma è un mare meccanizzato, sospinto dai diesel dei cargo che attraccano alle darsene di Sampierdarena.
Per Venezia è diverso. Certo anche a Venezia, come a Genova, il mare è macchina, è Porto Marghera e Canale dei Petroli.
Ma nell’immaginario del quotidiano il mare, o meglio la laguna, significa innanzitutto società remiere e gite in sampierotta alle Vignole, Regata Storica e Fongher che la vinse a cinquantaquattro anni, i D’Este contro i Vignotto. Il senso quotidiano del mare, in una parola. Quello che fu la dannazione per Caterina, mandata a conquistare un avamposto per i traffici dei mercanti realtini.
Ma quello stesso senso del mare che per Venezia è la vita stessa.
E il dovere di Caterina fu un matrimonio per procura con un re vecchiaccio, ma il cui regno, quello di Cipro, interessava alla Serenissima.
Non appena suo marito morì, da Palazzo Ducale imposero a Caterina di donare Cipro a Venezia.
Era il 1488 e Caterina poteva tornare a casa, portata in trionfo lungo il Canal Grande e omaggiata dal doge, il vessillo di San Marco al suo fianco.
Quella stessa parata rivive nell’apertura del palio delle Repubbliche Marinare che torna a Venezia ogni quattro anni.
La contesa tra il galeone azzurro con il cavallo alato di Amalfi, il galeone bianco con il grifo genovese, l’aquila pisana sul galeone porpora e il galeone verde con il Leone Marciano è ospitata a turno dalle quattro città marinare.
In questa sfida qualcosa di profondo ed eterno conta più della componente sportiva e della rievocazione storica. Il senso del mare, la ragion d’essere di Venezia.
La sfida è nata nel 1954 e da allora i vogatori della Serenissima se lo sono aggiudicato ventotto volte. Segue Amalfi, nove successi.
Scorrendo l’albo d’oro si può trarre un’unica conclusione, quasi scontata. Una sola delle quattro Repubbliche marinare conserva ancora il senso del mare.
Pisa è ormai lontana dalle coste, forse per effetto della maledizione dantesca che si augurò che l’Arno la sommergesse. L’Arno fu più clemente e si è limitato a trasportare detriti verso la foce e ora Pisa dista una decina di chilometri dalla costa.
Per Amalfi il mare è la vita, ma è un mare da cui non si salpa, fatto di costiere a picco e di turiste tedesche in topless.
Anche Genova continua a vivere di mare, ma è un mare meccanizzato, sospinto dai diesel dei cargo che attraccano alle darsene di Sampierdarena.
Per Venezia è diverso. Certo anche a Venezia, come a Genova, il mare è macchina, è Porto Marghera e Canale dei Petroli.
Ma nell’immaginario del quotidiano il mare, o meglio la laguna, significa innanzitutto società remiere e gite in sampierotta alle Vignole, Regata Storica e Fongher che la vinse a cinquantaquattro anni, i D’Este contro i Vignotto. Il senso quotidiano del mare, in una parola. Quello che fu la dannazione per Caterina, mandata a conquistare un avamposto per i traffici dei mercanti realtini.
Ma quello stesso senso del mare che per Venezia è la vita stessa.
di Pierluigi Tamburrini
:venews maggio 2007
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Nella piccola isola di San Lazzaro, tanto cara al poeta Byron, sorge il monastero dei Padri Armeni, circondato da un'immenso giardino. Annessa al Monastero sorge la chiesa di San Lazzaro, di origine gotica, che fu ricostruita nel XIX secolo.
