Intervista a Maurizio Scaparro

11-lug-2007
di Massimo Bran e Fabio Marzari  | :venews

Maurizio ScaparroMaurizio Scaparro
, uomo di cultura e regista teatrale, direttore del 39simo Festival Internazionale del Teatro, ha scelto per l’edizione 2007 il tema Goldoni e il teatro nuovo.
A 300 anni dalla nascita dell’illustre veneziano, abbiamo parlato di Venezia, Goldoni e Festival e delle novità proposte quest’anno.

Scaparro è un profondo conoscitore di Venezia e del territorio, al punto di non essere considerato un foresto, privilegio di pochi non veneziani.
Al regista romano riuscì l’impresa, oggi divenuta semplicemente inimmaginabile, di mettere in maschera una città, da Teresa Foscari al macellaio, nelle prime edizioni del Carnevale.
Un ricordo ancora indelebile, che in qualche mondo si rinnova ora con questa attesissima Biennale goldoniana.
Un’occasione per allargarci anche ad una disamina sulla salute odierna della cultura in questo, per usare un docile eufemismo, contraddittorio Paese.

I trecento anni di Carlo Goldoni. Cosa rappresenta davvero per la cultura italiana ed europea questo autore chiave della storia del teatro?

Non sono nato “goldoniano”, nessuno che non sia veneto nasce goldoniano.
Quando si è ragazzi spesso si fanno delle cose di cui ci si pente da adulti! Con un gruppo di amici, nel pieno dell’intemperanza e stupidità tipica dell’età giovanile, siamo andati a teatro per far casino e fischiare Cesco Baseggio, uno dei più grandi interpreti goldoniani di tutti i tempi.
Quando egli morì, salii sul palcoscenico - non ricordo in qual teatro - e dissi: «È morto Baseggio, io desidero chiedergli scusa per tutta la maleducazione che molti di noi ragazzi abbiamo avuto nei confronti di uno come lui».
Carlo Goldoni ho potuto proprio conoscerlo ed amarlo mano a mano che mi sono addentrato nel pianeta Goldoni come regista.
Il primo lavoro, molti anni fa, è stato Il Feudatario, seguito poi da una trilogia composta da Una delle ultime sere di Carnovale, Il teatro comico e I mémoires.
Queste tre scelte rappresentano per me una spiegazione del grande affetto che nutro per lui.
Sento l’amore che aveva per il teatro e la conoscenza che ancora non abbiamo piena del suo linguaggio. Ci sono delle parole, dei temi-chiave ricorrenti come ironia, malinconia o curiosità che non sono stati ben scandagliati ed approfonditi nella messa in scena dei suoi lavori.
Il manierismo è stato uno dei grandi nemici di Goldoni; La locandiera di Visconti rappresenta il punto di svolta in termini di regia moderna dell’opera goldoniana, la scoperta che dietro un apparente pacato borghese vi era non certo un rivoluzionario, ma un profondo conoscitore della società, un attento studioso che osservava con passione la quotidianità della vita, entrando nei tratti universali di ogni dove.
Un vero glocal ante litteram, che parlando veneziano ti spiegava l’Europa.
Il rapporto aperto e moderno che egli è riuscito ad avere con il Vecchio Continente oggi si ripropone con la piacevole sorpresa del campus universitario, in cui 1000 studenti vengono a Venezia, a loro spese, per studiare i suoi lavori. Un fatto mai accaduto finora e che ci rende tutti orgogliosi, a dimostrazione che per loro, i più giovani, Goldoni rappresenta qualche cosa che noi neppure pensavamo fosse, ossia proprio il teatro nuovo, il padre della riforma, forse il padre di quello che è il teatro moderno, in particolare attraverso due sue opere fondamentali, Il teatro comico e I mémoires.

La Biennale ha come sua missione precipua il contemporaneo. Omaggiare così direttamente un classico del ‘700 a prima vista potrebbe sembrare un deragliamento.
Come ha cercato di dare un’ impronta di ricerca presente nel percorso di un colosso del passato?

Siamo di fronte ai 300 anni dalla sua nascita e sarebbe stato molto grave non ricordarlo a Venezia. Se non lo avessimo fatto noi, oggi non avremmo avuto celebrazioni a livello nazionale.
Lavorando nell’ambito della Biennale, mi sono trovato a pensare che il Goldoni nostro contemporaneo fosse un percorso intrigante e fertile da seguire.
La prima risposta che cerchiamo di dare con questo Festival Internazionale del Teatro è quella di ricreare un rapporto vitale tra il teatro stesso e i giovani, ponendo le basi di un laboratorio creativo permanente, progetto che più di ogni altro mi sta a cuore.
L’aver fatto nascere il campus universitario, che spariglia le carte, non vuole rappresentare un salto tra il contemporaneo e l’antico, ma tra quello che è giovane e quello che è vecchio, che è un limite diverso.
In secondo luogo, sul fronte della produzione ci è sembrato assolutamente stimolante individuare autori e scrittori contemporanei, italiani e francesi soprattutto, che provassero a vedere se attraverso testi di Goldoni, o semplici spunti da Goldoni, potessero nascere sollecitazioni nuove, tensioni presenti.
Infine il rapporto tra classico e non classico: come sottrarsi in quanto Biennale a questa eterna dialettica?
Un regista che amo molto e mio caro amico, Peter Brook, diceva che vorrebbe fare ogni anno due regie: un testo classico con gli occhi del contemporaneo, un testo contemporaneo con gli occhi del classico. Un’affermazione contro ogni superficiale e rigida schematizzazione, classico e contemporaneo, vecchio e nuovo… Ci troviamo di fronte ad un patrimonio classico che ha resistito perché parte di tutti noi, poi c’è una sorta di ansia del nuovo che dobbiamo sempre cercare di trasmettere in ogni lavoro in cui ci cimentiamo.
È questa la forbice con cui stiamo modellando questa edizione goldoniana della Biennale.
Ci saranno spettacoli che piaceranno, altri che piaceranno meno, però quando vengo a sapere, ad esempio, che arrivano in sette da Istanbul per il campus, allora mi sento soddisfatto, comprendo che siamo di fronte ad una svolta in materia di festival.
Cosa sono i festival? Il riciclaggio del già visto e del già prodotto, oppure qualcosa che possa anche portare fatti nuovi? E quali possono essere questi fatti nuovi? Possiamo parlare di giovani ignorandoli? Il passo futuro dovrebbe essere quello di fare in modo che qualcuno di questi stessi giovani, grazie anche al campus, siano i protagonisti del prossimo festival. Sarebbe un passo epocale. Lavoro per questo, a prescindere se sarò io od altri il prossimo Direttore della Biennale Teatro.

Quale linea ha seguito per coinvolgere autori e scrittori?

Una piccola preferenza l’abbiamo riservata al Veneto. Abbiamo scelto esperienze vive di questa regione, scrittori anche noti come Tiziano Scarpa o Marinelli credo meritino di ricevere queste proposte da un’istituzione che è, per sua vocazione storica, sia internazionale che territoriale.
Poi ci sono gli stranieri, francesi soprattutto, e molti dell’area est europea.
C’è il teatro croato, che propone Arlecchino servitore di due padroni, con i due padroni uno serbo e l’altro croato.
Abbiamo pochi soldi, dobbiamo lavorare in equilibrio precario costante.
La missione della Biennale è quella di considerare i confini del mondo come suo naturale territorio, e questo vale naturalmente anche per il sottoscritto.
Penso al Carnevale teatro, non avrebbe potuto nascere una festa così concepita senza una tensione di ‘confine’, o al Teatro del mondo di Aldo Rossi, impensabile se non in un contesto di progetto universale.

Fare cultura in un paese contraddittorio, con festival in ogni dove. La parcellizzazione delle iniziative favorisce la diffusione della cultura o ne svilisce il senso a favore di iniziative talvolta ‘bizzarre’?

Più che bizzarre ovvie, magari fossero bizzarre, esprimerebbero almeno della creatività. Spesso sono fatte per pura visibilità di un’amministrazione, perché dietro non c’è nessun pensiero.
Oggi ci troviamo di fronte ad una rinnovata attenzione che il Ministero ha rivolto ai grandi festival, come quello prossimo venturo di Napoli, il Festival Nazionale del Teatro, che rappresenta una grande scommessa per quest’arte, per la città, per il Paese tutto.
Io sono sempre dalla parte di chi ritiene che un evento culturale, un festival, uno spettacolo non possano nascere per bandi o per concorsi statali. Certo ci sono delle eccezioni, dei casi in cui dall’alto è giusto segnare un percorso di rivitalizzazione di un settore culturale che ha bisogno di una rinnovata spinta verso il futuro.
Se poi questo festival favorirà davvero una terra vitale e complessa anche culturalmente come quella partenopea, dando spazio di espressione a una creatività autonoma e non guidata, questo lo potremo sapere solo tra qualche mese.
Penso sia comunque da considerare lodevole sin d’ora che il Ministero voglia tentare di ravvivare attraverso la parola festival il rapporto con i giovani.
C’è, è vero, d’altro canto lungo tutto il Paese una proliferazione eccessiva di festival che va a svilire l’importanza di alcuni eventi centrali imprescindibili, come per l’appunto speriamo questo nuovo festival napoletano.
L’abbondanza anche vitale delle iniziative non è sempre sinonimo di buona qualità, perché subentra la frenesia del fare, dell’esserci per esserci.
Ritengo che la Biennale stessa operi un eccesso di festival tra danza, musica e teatro.
Ho già detto al Presidente Croff che sarebbe opportuno far ricadere nella biennalità i tre importanti festival di danza, musica, teatro, minori solo da un punto di vista mediatico.
Se un anno ci fosse un laboratorio permanente e l’anno dopo le rappresentazioni, avremmo sicuramente un festival più ragionato.
Se quest’anno ho potuto sviluppare con pochi soldi questo grande progetto, è proprio perché ho avuto due anni per lavorarci sopra; se avessi cominciato solo quest’anno, non avrei potuto ottenere gli stessi risultati.
Ciò detto, io salvo sempre la Biennale, perché credo sia ancora l’unico organismo interdisciplinare di livello internazionale nel mondo e troppo spesso Venezia stessa se lo dimentica.
Nel nostro Paese abbiamo la forza, che è anche un’enorme debolezza, di cento città e di cento lingue, uno straordinario patrimonio variegato, ma al contempo un freno alla capacità di unificare e di fare sistema.

Dopo l’intervento di Bertolucci su «Repubblica» e di altri intellettuali e artisti su altri media, qualcosa sembra muoversi nel silente dibattito culturale italiano. Al di là dei manifesti, quali sono le vere azioni possibili da un punto di vista politico-culturale per ridare dignità e visibilità alla qualità artistica?

Dare luce alle ombre e ombre alle luci… Non è un fenomeno solo italiano. La crisi del partito socialista francese dopo le presidenziali, la sua rimonta alle ultime elezioni, e tutti di che parlano? Della separazione di Ségolene Royale, ca va sans dire!
Come si vede, ogni mondo sa essere paese. Certo, noi poi siamo sempre i primi in questo senso, purtroppo.
Dovremmo porci degli obiettivi semplici e chiari, tanto poi sono sempre gli stessi.
Ma è possibile, per fare uno degli esempi più à la page, che l’Italia in Europa non possa ospitare Arte, un canale interamente dedicato alla cultura?
Non è certo un problema di costi, via. Che ci diano delle risposte serie!
Poi c’è la priorità dell’attenzione alle istituzioni: è solo amandole che puoi modificarle, malgrado tutto quello che si pensi ed io stesso pensi degli sprechi e del mal funzionamento.
Negli anni ‘80 avevamo una speranza di poter avere un incontro, anche creativo, tra istituzione e movimento; solo da questo incontro puoi evitare che le istituzioni non diventino museo e che il movimento non respiri solo l’aria della piazza.
In questo senso tutto è ancora da costruire, tenendo presente che non abbiamo neppure una legge per il teatro e che operiamo, per contro, su un nefasto terreno di eccessiva regionalizzazione, parcellizzazione, con conseguente, nociva auto-referenzialità di ogni singola occasione o progetto.
Ho detto Arte per dire televisione, ma l’attenzione alla qualità va cercata sin dalla prima formazione, nel rapporto con le scuole, per evitare che studenti ignoranti vadano a fischiare i futuri Baseggio(!)…
In paesi come la Germania e l’Inghilterra i giovani a scuola possono, non devono, scegliere come materia di studio o il teatro, o il cinema, o la danza, o la musica. Automaticamente si fa una selezione di tendenze e di vocazioni, per cui il giovane lentamente poi si cimenterà o semplicemente fruirà della disciplina che gli è più affine.
Da noi, per assurdo, ci aiuta molto la pessima televisione, perché è arrivata ad un tale punto di improponibilità che un numero crescente di persone escono più volentieri di casa in cerca di altro svago, perché non la si regge più! Arte o i canali tematici, perché non si fanno? Ce lo devono spiegare, subito, ma vanno richieste però queste cose.
Gli uomini non mancano e le idee neppure. Vogliamo delle risposte, oggi, e noi tutti operatori culturali dobbiamo richiederle insistentemente, perché non tutto, come sempre, scivoli via nell’abitudine.

Nell’orgia dell’estate veneziana tra arte, danza, teatro, cinema, mostre importanti si rischia l’indigestione. Quali sono i consigli di un uomo di cultura per sopravvivere alla sovra-esposizione da eventi culturali?

Mangiare poco, mangiare meno… Non seguire la moda, ma il desiderio. I cibi sono più o meno tutti sani, e non c’è problema di costi, quindi si può scegliere bene. Mangiare poco per evitare l’indigestione.
Fuor di metafora, è bello vedere uno spettacolo e poi ragionarci sopra, senza andare ansiosi di corsa a vederne un altro.
Permettetemi di fare un discorso a parte su Mestre, che mi sta molto a cuore.
All’anteprima del campus e del festival, lo avevo promesso al Candiani, presento a Mestre I mémoires, proprio per dimostrare un legame forte con il territorio veneziano tutto.
Un’operazione importante che vuole dare un segnale culturale di condivisione alla città nel suo insieme.

La formazione di Maurizio Scaparro, uomo di teatro. Autori, attori, testi della sua vita.

È casuale il mio ingresso in questo mondo. Da ragazzino ho cominciato a fare teatro mentre ero alle medie, a Roma, e mio fratello, più giovane di me, ora noto psicologo, aveva come maestro Mario Scaccia, il quale mi incitò a cimentarmi sulle scene.
La mia prima parte recitata fu nelle vesti addirittura di Gesù Bambino, e una volta fatto Gesù Bambino ci si chiede quale altro ruolo possa essere più importante.
Nessuno, infatti, e così fortunatamente conclusi la mia folgorante carriera di attore...
Più tardi ho fatto il critico teatrale per l’«Avanti». Poi, rubando voracemente con gli occhi il mestiere di amici e grandi autori, ho tentato di cimentarmi con la regia.
Il che non significa che appena lo fai lo sei, casomai lo puoi forse diventare.
I due punti di riferimento per la mia età sono stati Visconti e Strehler.
Sono romano e quindi ho conosciuto prima Visconti, poi Strehler che arrivava da Milano.
ono diventato loro amico, soprattutto di Strehler, con cui ho condiviso qualche esperienza importante.
Quando Giorgio fu nominato direttore del teatro d’Europa, Lang mi nominò congiuntamente direttore della sezione giovani del Teatro d’Europa stesso, condividendo così una straordinaria esperienza professionale con un vero maestro.
Da un punto di vista dell’amore in sé per il teatro, io non posso considerarmi come stile né viscontiano né strehleriano; del poeta il fin è la meraviglia, loro me l’hanno data, poi io ho usato la mia.
Per quanto riguarda gli autori, viviamo un momento che non è di crisi particolare, anche se a volte ho la sensazione che sia un po’ in crisi il testo copione: lui, lei, l’altro...
C’è negli anni una consolidata tendenza a poter lavorare attorno a progettualità costitutivamente fondate sulla contaminazione fertile, viva tra teatro, cinema e letteratura, con risultati spesso apprezzabili.
Non si tratta di sintesi compiute tra i diversi linguaggi espressivi, che vivono comunque innanzitutto nei loro codici artistici; si tratta più che altro di attingere reciprocamente i tratti estendibili, arricchendo e allargando i confini espressivi di un’arte. Poi il limite stupendo del teatro è sempre quello di essere una lingua, e in questo senso stiamo forse andando verso un’europeizzazione della creatività espressiva e linguistica, non ci sono più limiti geoculturali definiti. Io personalmente sento molto il Mediterraneo, altri possono sentire, come ad esempio Strehler, più il nord, le nebbie; io vivo più il sole, avverto maggiormente il rapporto tra teatro e piazza.
Attualmente ho un’idea che mi ‘impone’ di realizzarsi, spero a breve, nata da un ricordo di venti anni fa, quando con Massimo Ranieri allestii a Palermo, e poi a Strasburgo e Marsiglia, Le mille e una notte.
Ho pensato che se oggi chiedi a un ragazzo o a un vecchio cosa gli venga in mente parlando di Bagdad, nessuno dice Le mille una notte, o Sherazade o i giardini fioriti, o Sindbad; la risposta è purtroppo una e solo una, guerra. In venti anni sono riusciti a distruggere i sogni.
Vorrei allora mettere in scena uno spettacolo ricostruendo una specie di piazza, che può essere il palcoscenico, dove è appena scoppiata una bomba, come è accaduto nella strada dei librai di Bagdad, dove tutto è saltato per aria, dove si vedono volare frammenti di fogli, pietre, polvere da sparo, dove ora non c’è più niente, mentre fino a ieri lì c’erano frammenti anche di Shakespeare.
In questo scenario apocalittico pesco schegge di vita sopravvissuta: un ultimo cantastorie che arriva, un soldato americano, un ragazzo, una donna…
Un tentativo di recuperare tra le tristi polveri di Bagdad quanto è possibile del ricordo, senza il quale non c’è futuro.

di Massimo Bran e Fabio Marzari
:venews luglio 2007
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