In marcia verso il futuro?
Aug-8-2007
di Massimo Bran | :venews
Mentre stiamo andando in stampa la nostra cara,
vecchia città è in pieno e accalorato affanno per il suo debutto
nel futuro. Un timido passo, come un primo assaggio di un
mare ventoso, freddo, che chiede di essere affrontato con cautela,
in progress lento e saggio.
Venezia e il suo quarto ponte, sostanzialmente inutile o poco utile, ma simbolicamente straordinario segno di resistenza nel contemporaneo.
Venezia e il suo quarto ponte, sostanzialmente inutile o poco utile, ma simbolicamente straordinario segno di resistenza nel contemporaneo.
Un simbolo
per riaffermare un’identità che per secoli si è rivolta verso
il domani e che da troppo è ripiegata sull’altro ieri, in una
paralisi strutturale ormai endemica. Una città che non sa più
dare del tu al futuro in maniera risolta e normale, e che quindi
cerca in dimensioni eclatanti ciò che dovrebbe trovare in un
quotidiano evolutivo.
Gesti e progetti straordinari per riaffermare una straordinarietà che non è più tale nell’eccellenza dell’oggi, che vive di eterna luce riflessa di un passato enorme e infinito.
A partire dal contemporaneo, architettonico, artistico, dello spettacolo: tutte eredità, ricche eredità.
E quindi i gesti, si cercano i segni, le tracce di una volontà a rifarsi ciò che si era, entità seminali ed archetipiche. Piccoli manifesti di un percorso vitale che si vuole ancora vivo.
La strada del presente è un cantiere pieno di buche e viaggiare regolarmente è un’impresa; si balla quasi immobili, salvo trovare all’improvviso qualche tratto piano in cui si accelera, fino alla prossima buca.
Si dà del gas, ebbri di un’illusione che presto si spegne.
Sono tanti, troppi gli esempi rivelatori di questa malattia del presente.
Gesti e progetti straordinari per riaffermare una straordinarietà che non è più tale nell’eccellenza dell’oggi, che vive di eterna luce riflessa di un passato enorme e infinito.
A partire dal contemporaneo, architettonico, artistico, dello spettacolo: tutte eredità, ricche eredità.
E quindi i gesti, si cercano i segni, le tracce di una volontà a rifarsi ciò che si era, entità seminali ed archetipiche. Piccoli manifesti di un percorso vitale che si vuole ancora vivo.
La strada del presente è un cantiere pieno di buche e viaggiare regolarmente è un’impresa; si balla quasi immobili, salvo trovare all’improvviso qualche tratto piano in cui si accelera, fino alla prossima buca.
Si dà del gas, ebbri di un’illusione che presto si spegne.
Sono tanti, troppi gli esempi rivelatori di questa malattia del presente.
Ogni volta che Venezia cerca prepotentemente di farsi di
nuovo alfiere del nuovo capita qualcosa che la rifà vecchia,
condannata al suo eterno splendore che fu.
Che sia un segno del destino o che sia l’inadeguatezza umana, è un fatto che sul punto di comunicare un nuovo irrompere sulla scena della modernità ogni volta c’è quell’ombra che allunga la sua oscura mano e riporta indietro la città.
Brucia la Fenice e la si rifà com’era, con effetto confetto, puntuale nei dettagli ma bomboniera: perché non un progetto contemporaneo, un’impronta viva nel cuore vecchio dell’urbe?
Dopo il disastro Pink Floyd, strumentale nyet per qualsivoglia raduno giovanile durato vent’anni, finalmente si decide di ridare del tu ai giovani ‘regalando’ loro nello splendido Parco San Giuliano (nota d’eccezione positiva in questa litania di cantieri spenti) il più grande festival rock d’Italia. L’Heineken Jammin’ lì, tra laguna e terra, luogo-simbolo per eccellenza delle due identità sovrapposte di questo territorio, votato a radunare gli uomini di domani in una grande festa musicale. Niente, proprio non ce n’è, ci si mette pure la sfiga in salsa caraibica, con uno pseudo-tornado che tira giù tutto.
Ciao e arrivederci, sempre che ci si riveda.
Che sia un segno del destino o che sia l’inadeguatezza umana, è un fatto che sul punto di comunicare un nuovo irrompere sulla scena della modernità ogni volta c’è quell’ombra che allunga la sua oscura mano e riporta indietro la città.
Brucia la Fenice e la si rifà com’era, con effetto confetto, puntuale nei dettagli ma bomboniera: perché non un progetto contemporaneo, un’impronta viva nel cuore vecchio dell’urbe?
Dopo il disastro Pink Floyd, strumentale nyet per qualsivoglia raduno giovanile durato vent’anni, finalmente si decide di ridare del tu ai giovani ‘regalando’ loro nello splendido Parco San Giuliano (nota d’eccezione positiva in questa litania di cantieri spenti) il più grande festival rock d’Italia. L’Heineken Jammin’ lì, tra laguna e terra, luogo-simbolo per eccellenza delle due identità sovrapposte di questo territorio, votato a radunare gli uomini di domani in una grande festa musicale. Niente, proprio non ce n’è, ci si mette pure la sfiga in salsa caraibica, con uno pseudo-tornado che tira giù tutto.
Ciao e arrivederci, sempre che ci si riveda.
Facciamo il ponte, dai, che è ora che Venezia si ridisegni un
po’; serve a poco, perché alla fine risparmi neanche un centinaio
di metri, diciamocelo. Però evviva l’architettura per l’architettura
qualche volta, soprattutto quando serve a dare un
pizzicotto in faccia a un corpo urbano snervantemente statico.
E chi chiami se non il più grande di tutti per un ponte nella città dei ponti? Santiago Calatrava, bel progetto, però…
Però, insomma sapete già tutto, prima lo scivolo per i disabili che non c’è, poi problemi statici, poi ancora misteriose complicazioni realizzative che forse non erano altro che scuse per rifinanziare costi lievitati a dismisura. Insomma, una tregenda: quello che doveva essere il simbolo di una nuova volontà di rinascita è stata una rappresentazione materica impressionante di una città, di una società in perenne sindrome di Stoccolma. E chi ama, chi la tiene in ostaggio è l’oscuro sé, avvinghiata a se medesima, a quella vecchiaccia ultracentenaria che non vuole davvero mollare la presa.
Cinque anni per un ponte su un canale largo cinquanta metri o giù di lì, mentre nel frattempo nel Mare del Nord tra Danimarca e Svezia in tre-quattro anni hanno realizzato il ponte più lungo del mondo, in Cina in cinque mesi realizzeranno, purtroppo, una superstrada sull’Everest fino a 5200 metri di altitudine (remember Tangenziale?), in Spagna il nostro Calatrava ridisegna in un lustro un’intera città, Valencia, trasformandola in una supermoderna capitale del mare. Venezia regina dei mari e maestra dei ponti aggrappata disperatamente a un ponte.
E chi chiami se non il più grande di tutti per un ponte nella città dei ponti? Santiago Calatrava, bel progetto, però…
Però, insomma sapete già tutto, prima lo scivolo per i disabili che non c’è, poi problemi statici, poi ancora misteriose complicazioni realizzative che forse non erano altro che scuse per rifinanziare costi lievitati a dismisura. Insomma, una tregenda: quello che doveva essere il simbolo di una nuova volontà di rinascita è stata una rappresentazione materica impressionante di una città, di una società in perenne sindrome di Stoccolma. E chi ama, chi la tiene in ostaggio è l’oscuro sé, avvinghiata a se medesima, a quella vecchiaccia ultracentenaria che non vuole davvero mollare la presa.
Cinque anni per un ponte su un canale largo cinquanta metri o giù di lì, mentre nel frattempo nel Mare del Nord tra Danimarca e Svezia in tre-quattro anni hanno realizzato il ponte più lungo del mondo, in Cina in cinque mesi realizzeranno, purtroppo, una superstrada sull’Everest fino a 5200 metri di altitudine (remember Tangenziale?), in Spagna il nostro Calatrava ridisegna in un lustro un’intera città, Valencia, trasformandola in una supermoderna capitale del mare. Venezia regina dei mari e maestra dei ponti aggrappata disperatamente a un ponte.
Eppure… Eppure forza
caro ponte, tifiamo tutti per te, perché comunque sia ci sei, sei
arrivato, quando ormai non avremmo avuto più la forza di telefonare
neppure a Chi l’ha visto.
E i ponti aprono solitamente delle vie, collegano mondi, rendono più veloci le transazioni, gli incroci culturali.
E vuoi mai che l’incubo (suo malgrado, s’intende) Calatrava trasformi ora tutto in un sogno febbrile di nuove tracce in divenire senza tregua verso il futuro che non c’è?
Insomma, se tutto va bene, e qui, scusate la scontata trivialità, è proprio il caso che al tre tutti ci tocchiamo all’unisono (non sarebbe male che il ponte per arrivare a destinazione tirasse giù Rialto: quale simbolo, quale rivolta migliore verso il passato opprimente che una tale catastrofe?), se il Ponte davvero accoglierà imperioso e futuribile i veneziani di ritorno dai mari e dagli alpeggi in agosto, beh, a quel punto proviamo ad immaginare questo simbolo come un interruttore che rivoluziona con la sua luce un intero ecosistema.
Fatto il Ponte dei Cinque Anni, vedremo materializzarsi la Città dei Cinque Anni: nel 2012 metro, tram, stadio, città della musica, palazzo del cinema, tangenziale, mose…
Quei sogni, insomma, che siamo abituati a rivedere concreti ogni volta che con Ryan Air approdiamo nelle europe in eterna trasformazione.
Vai Santiago, facci sognare, altro che Consorte…
E i ponti aprono solitamente delle vie, collegano mondi, rendono più veloci le transazioni, gli incroci culturali.
E vuoi mai che l’incubo (suo malgrado, s’intende) Calatrava trasformi ora tutto in un sogno febbrile di nuove tracce in divenire senza tregua verso il futuro che non c’è?
Insomma, se tutto va bene, e qui, scusate la scontata trivialità, è proprio il caso che al tre tutti ci tocchiamo all’unisono (non sarebbe male che il ponte per arrivare a destinazione tirasse giù Rialto: quale simbolo, quale rivolta migliore verso il passato opprimente che una tale catastrofe?), se il Ponte davvero accoglierà imperioso e futuribile i veneziani di ritorno dai mari e dagli alpeggi in agosto, beh, a quel punto proviamo ad immaginare questo simbolo come un interruttore che rivoluziona con la sua luce un intero ecosistema.
Fatto il Ponte dei Cinque Anni, vedremo materializzarsi la Città dei Cinque Anni: nel 2012 metro, tram, stadio, città della musica, palazzo del cinema, tangenziale, mose…
Quei sogni, insomma, che siamo abituati a rivedere concreti ogni volta che con Ryan Air approdiamo nelle europe in eterna trasformazione.
Vai Santiago, facci sognare, altro che Consorte…
di Massimo Bran
:venews agosto 2007
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La Fondazione Giorgio Cini fu istituita dal Conte Vittorio Cini, in ricordo del figlio Giorgio, con lo scopo di restaurare l'Isola di San Giorgio Maggiore, gravemente degradata da quasi centocinquant'anni di occupazione militare, di reinserirla nella vita di Venezia e di farne un centro internazionale di attività culturali.
Ieri notte, assiepati lungo le rive del Canal Grande, abbiamo assistito al passaggio, tra fischi e applausi, dell'arcata centrale del ponte progettato dall'architetto spagnolo Santiago Calatrava: un gigantesco arco di acciaio rosso, simile allo scheletro di un animale preistorico, lungo quasi 60 metri e pesante 250 tonnellate, ha sfilato lentamente sulle acque piatte del Canal Grande, chiuso al traffico per l'occasione, tra due file di veneziani e turisti curiosi, giornalisti e fotografi.
While Venice is getting ready for the great opening of its fourth bridge over the Grand Canal and it's trying to choose an appropriate name for its 431th bridge, in the Port of Marghera everything is ready for the second step of the assembling of the bridge connecting the train station with Piazzale Roma, designed by the Spanish architect Santiago Calatrava.
