Incontro con Giandomenico Romanelli

23-ago-2007
di Chiara Casarin | :venews

Incontro con Giandomenico RomanelliIncontro con Giandomenico Romanelli, Direttore dei Musei Civici Veneziani, guida d’eccezione alle mostre Venezia e l’Islam e Artempo. È lunedì mattina e Giandomenico Romanelli, Direttore dei Musei Civici Veneziani, ci accoglie nel suo studio, a fianco del Museo Correr, in perfetto orario...

 

Importante e differenziata l’offerta culturale in questo momento presente ai Musei Civici: dall’arte contemporanea della personale di Cucchi al Correr a Bertozzi&Casoni. Le bugie dell’arte a Ca’ Pesaro, dalla sorpresa Sargent and Venice sempre al Correr all’intrigante esposizione di un album di disegni a soggetto navale di Luca Carlevarijs a Ca’ Rezzonico, dalla rivelazione Artempo a Palazzo Fortuny all’appena inaugurata Venezia e L’Islam a Palazzo Ducale.
Quest’ultime due esposizioni sono forse le più ricche di spunti, vuoi per lo straordinario recupero di un luogo-chiave dell’arte veneziana, vuoi per la rilevanza storico-culturale ed economica dei rapporti della Serenissima con l’Oriente islamico. E su questi temi, allora, abbiamo voluto soffermarci.

 

 


I Musei Civici, che non temono, estate dopo estate, confronti di nessun genere con le ‘vetrine’ più alla moda e di tendenza del contemporaneo, stanno per proporre una grande mostra a Palazzo Ducale intitolata Venezia e l’Islam. Contenuto e contenitore dell’esposizione sembrano quanto mai essere un tutt’uno.
 

Si, il 27 luglio inauguriamo la mostra Venezia e l’Islam che è stata ideata dall’Institut du Monde Arabe di Parigi e poi inviata al Metropolitan Museum di New York dove si è chiusa pochi giorni fa.
Perché Palazzo Ducale? Se noi entriamo nella Sala dello Scrutinio, che è poi il sito specifico che ospiterà la mostra, ci sono cinque grandi dipinti dedicati agli scontri tra Venezia e l’Islam, tra cui quello, enorme, sulla battaglia di Lepanto. In effetti, bisognava stare un po’ attenti che non fosse politicamente scorretto presentarla in questi spazi, ma così è la storia, una sorta di caleidoscopio, diorama storico dell’interpretazione dell’Islam da parte dei veneziani.
In realtà i veneziani hanno fatto molti più affari che battaglie col mondo arabo: c’è stata reciproca frequentazione nei commerci, per Venezia il mondo islamico era il passaggio obbligato verso l’Estremo Oriente e la città era il porto in cui tutti i prodotti e le culture orientali passavano per entrare in Europa.
La mostra non è un racconto storico dei rapporti tra Venezia e l’Islam, tema tra l’altro già affrontato in passato. Questa volta si tratta di reciproci influssi messi a sistema: gusti, scelte culturali, tecniche di lavorazione, forme; pensiamo solo al vetro o alla lavorazione del cuoio.
A Venezia il riferimento principe e il trait d’union per definizione con il mondo islamico è sempre stato rappresentato incontestabilmente da Bisanzio, da Istanbul. La cosa interessante e nuova è che qui, invece, saranno messe in evidenza le relazioni con altre aree-chiave del mondo islamico: Nord Africa, Alessandria d’Egitto e il Cairo, per poi proseguire nel Medio Oriente, Palestina, Siria, Damasco, la Persia.
Tra Venezia e questi luoghi c’è un legame che viene addirittura prima che con Istanbul, basti solo pensare che il corpo di San Marco è arrivato da Alessandria d’Egitto.
 

Artempo a palazzo Fortuny ha avuto grandi riscontri di critica e di pubblico, naturalmente anche per l’agognata riapertura di questo straordinario spazio espositivo.
Un’operazione particolare e anche rischiosa, con una commistione di linguaggi artistici non così consueta in questi spazi. Che cosa si è voluto comunicare con questo progetto espositivo?
 

Artempo è stata un’operazione molto più complessa, stratificata e sfaccettata rispetto alle altre mostre ai Musei Civici. Si trattava di prendere in mano e rilanciare Fortuny come spazio, come impasto di cose, di arte, tecniche, ambienti, architetture, riaprendo quasi tutti gli spazi interni, trovando partners per le risorse, qualcuno che consentisse di concepire una lettura nuova di Fortuny senza tradirlo.
È stata adottata la teoria del “non restauro”, ho coniato io stesso il termine di “autorestauro”.
Il palazzo, assistito, si sta autorestaurando per diventare uno strumento utile senza mai perdere nemmeno un sospiro dell’atmosfera che lo ha plasmato, qualificato, definito.
È stata dunque un’impresa abbastanza curiosa e delicata, oltre che complessa.
Il nome stesso della mostra è una specie di compresso binomio, di fusione tra due elementi, e in sé indica il senso dell’operazione: creazioni artistiche e oggetti che provengono dalla natura, artificialia e naturalia.
Nel primo piano del palazzo è montata una gigantesca wunderkammer, che accoglie naturalia assieme a molte opere d’arte contemporanee, ad esempio il gruppo di terracotta dei guardiani della morte che proviene da Vera Cruz, che è davvero emozionante, e Jan Fabre con il suo mantello di coleotteri.
Naturalia e artificialia insieme producono un effetto straniante incredibile.
Ci sono poi oggetti d’uso o simbolici che il tempo ha reso opere d’arte: il tempo diventa costruttore di forma, dispositivo d’artisticità.
La chiave del futuro di Palazzo Fortuny sarà questa, vogliamo continuare così.
Abbiamo progetti di mostre non ancora datate, ma lo spirito sarà sempre quello di non toccare il palazzo, salvaguardandone tutti gli elementi nella loro integrità fisica, rendendolo visitabile, introducendo delle chiavi di lettura storiche del palazzo e della sua fortuna in America, Francia e Spagna, paesi in cui Fortuny è un vero e proprio mito.


di Chiara Casarin | :venews
agosto 2007
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