Incontro con Marco Muller

Sep-7-2007
di Massimo Bran | :venews
 
Incontro con Marco MullerIn un periodo in cui la Mostra del Cinema ha subito i più pesanti attacchi autoctoni alla sua leadership dell’industria-cinema italiana, in primis con l’italianissima invenzione della Festa del Cinema di Roma, dopo quattro anni si può proprio dire che sul fronte curatoriale non c’era miglior conducator difensivo e controffensivo di Marco Müller.

Il quale giunge alla fine, per ora, del suo mandato quadriennale allestendo un’edizione della Mostra davvero con il botto. Non manca nulla, non c’è che dire, in questa 64. Mostra del Cinema di Venezia.
Abbiamo allora voluto scavare un po’ più a fondo sull’identità di una strategia curatoriale che sembra avere sempre di più delle linee culturali totalmente caratterizzanti e proprie.

 

«L’unica idea del futuro pare sia un’estrapolazione dell’eterna immobile attualità», cito dal suo testo programmatico della Mostra del Cinema 2007.
Mi è subito venuta in mente la Biennale Arte ancora in corso di Robert Storr, Pensa con i sensi - senti con la mente, il quale sin dal titolo indica la cifra del contemporaneo, ossia l’impossibilità di fornire mappature sistemiche delle espressioni e dei saperi, in un continuum permanente frammentato.
La bussola sembra essere la ricerca continua di fermenti senza troppe direzioni codificate. Vale anche per questa 64. Mostra?
 

Riuscire a dire qualcosa in più del contemporaneo come superamento della modernità è una vocazione identitaria della Mostra del Cinema quanto, naturalmente, della Biennale Arte.
In futuro non si potrà non andare verso una ben più diffusa osmosi tra i vari linguaggi artistici, che qui nella nostra istituzione veneziana trovano un terreno quotidiano diretto di confronto.
All’interno della Mostra, per esempio, affronteremo quest’anno il percorso svolto da Kluge nel ripensare ai rapporti storici tra cinema, musica e opera lirica.
In qualche modo le cose stanno già andando, quindi, in questo senso, ossia verso l’abbattimento strutturale di steccati tra alfabeti che di per sé si cercano, chiedono relazioni.
Al tempo stesso credo sia importante ribadire che c’è sempre un momento di emozione quando da tutto ciò che vi era di prevedibile in forma di sceneggiatura, in forma di progettualità nella pagina scritta, anziché ricavare conferme narrative consequenziali si registra una riaffermazione della dimensione inafferrabile del racconto filmico.
In tal senso credo che in questa edizione della Mostra troveremo parecchi punti di non ritorno. Senz’altro si continuerà a fare cinema in termini convenzionali, però segni precisi della impossibilità di tornare indietro costituiranno nel loro insieme la mappatura caratterizzante di Venezia 2007. Segni, non sistemi coerenti; non è il presente delle certezze ideologiche, estetiche, poetiche. Si cercano segnali, tracce di nuove visioni: ciò che conta è la tensione verso questa ricerca.

 

È la sua quarta edizione. È già un percorso storico, che proprio alla sua ultima tappa, almeno per ora, sembra aver disvelato definitivamente i suoi tratti distintivi, il principale dei quali sembra proprio essere una dialettica sempre più fitta e intrecciata tra l’alto e il basso, il canone e l’esperimento, dando forza al mandato artistico storico della Mostra, per poi eventualmente trasformarlo in valore di mercato.
Il risultato sembra essere quello un po’ sorprendente che la grande industria hollywoodiana non solo non abbandona Venezia, ma addirittura si mette in gioco in concorso. Quale e quanta strategia c’è in tutto questo?

 

Si tratta di partire come sempre dalla storia della Mostra, da tutto quello che le ha permesso di diventare un punto di riferimento per l’intero cinema mondiale in tutte le sue inclinazioni di genere, di logiche industriali, geografiche.
Io in realtà non so poi cosa si voglia intendere per cinematografie nazionali; ci sono dei contesti di produzione, degli ambiti industriali con i quali si lavora con una complicità diversa.
Quindi c’è una parte di ambiti industriali che a questo punto ha riconosciuto l’importanza di un appuntamento che è forte per la sua storia e, soprattutto da un punto di vista mercantile, per le sue date.
Il momento che rivela l’attrattività artistica, lo straordinario specifico cinematografico di alcuni film, ma al tempo stesso l’impatto, attraverso le prime, su diversi gruppi di spettatori che rivelano la campionatura di mercato che permette poi ai film di avere un’altra carriera.

Facciamo due esempi clamorosi dello scorso anno: The Queen, nessuno tra produttori e distributori internazionali si aspettava una tale, irresistibile ascesa del film in tutti i più importanti paesi.
Produttori concordi alla fine nell’individuare nella spinta propulsiva che ha dato Venezia, grazie a una serata magica in cui Helen Mirren ha interpretato la regina una volta di più per i nostri spettatori, la vera chiave di volta per il successo planetario.
Un evento, quella prima, che ha fatto guadagnare 30 milioni di dollari in più alla pellicola.
L’altro esempio è quello del nostro ultimo Leone d’Oro, Still Life di Jia Zhang-Ke, un film arrivato assolutamente orfano di rivenditori e distributori, che grazie a quest’affermazione è riuscito a trovare il venditore giusto, collocandosi in ben 66 paesi.
Per fare un confronto illuminante, quando ho prodotto No Man’s Land di Tanovic l’abbiamo venduto in circa 40 paesi, un successo.
Era un film con una distribuzione capillare e pianificata internazionalmente, con una logica di marketing studiata in anticipo.
Eppure questa pellicola cinese, senza alcun supporto commerciale, ha avuto con Venezia l’occasione di costruirsi un’uscita sul mercato intelligente che ha dato dei risultati senza precedenti: un successo commerciale ai botteghini di un film indipendente cinese!
Ha superato il milione e mezzo di incassi, una cifra assolutamente spropositata per un piccolo, fragile film girato in digitale.
Non possono essere considerate eccezioni queste, perché in realtà sono il frutto di un lavoro che cerca per l’appunto di creare dei percorsi nel tempo che sfruttino al meglio il potenziale storico e culturale della Mostra.

Tireremo le somme di questo lungo lavoro al termine di questa edizione.
C’è stata in questi anni una certa fedeltà nei confronti di alcuni autori.
In un campo, ad esempio, dove io mi muovo molto a mio agio, forse troppo mi è stato anche rimproverato, ma dove comunque ho avuto bisogno di avere un sostegno militante da parte della straordinaria squadra organizzativa del Far East Film Festival di Udine, sto parlando del cinema asiatico, con la quale per quattro anni ci siamo permessi di insistere su alcuni film che per noi erano importanti quanto quelli di altri cineasti riconosciuti.
Posso dire che una delle soddisfazioni più belle di questi ultimi tempi è stato il lavoro di squadra in questo importante segmento del cinema mondiale, sorretto da una visione chiara con degli obiettivi concreti da raggiungere.
Gli anni scorsi il gruppo di lavoro attorno a Johnny To e a Miike Takashi ha permesso di ottenere grandi risultati a questi autori. Un lavoro di ricerca e di ‘fedeltà’, non solo di mera selezione.
Exiled a Venezia ha avuto quella visibilità in più, quell’aura particolarissima che ha fatto sì che poi, per citare uno degli esempi mediatici più eclatanti, il «New York Times» gli dedicasse una pagina intera.
Non sarebbe successo se non si fosse imposto in quel modo qui. Non un caso, ma un lavoro di anni.
Johnny To è riconosciuto oggi in tutto il globo anche in parte grazie a questo lavoro continuo e fedele di un team che qui sul nostro territorio ha voluto allargare gli orizzonti conoscitivi del complesso e variegato cinema asiatico. Allo stesso modo abbiamo voluto essere compagni di strada di altri registi, e questo vale per l’Europa come per l’Italia stessa.
Che so, da Vincenzo Marra, che in questi anni in una sezione piuttosto che in un’altra ha trovato progressivo spazio e che quest’anno finalmente approda in concorso, alla curiosità per le scoperte stilistiche dei nuovi registi dell’horror spagnoli, tanto che quest’anno Rec, cofermato dagli straordinari Jaume Balaguerò e Paco Plaza, sarà addirittura il film d’apertura della Mostra.

 

Il rapporto col territorio da un punto di vista delle collaborazioni vive con gli operatori di settore, sembra di capire sia un punto importante della sua strategia progettuale del contenitore festival.
Dal gruppo del Far East a quello delle Giornate del Cinema Muto, mi sembra che questo percorso si sia approfondito e ottimizzato negli anni.
 
 
Il problema è come sempre finanziario. A Medrisio ho la cattedra di Cinema alla Facoltà di Architettura e lì faccio attività permanente molto di più di quanta ne possa fare qui, ma semplicemente perché dispongo di un budget e qui no.
Non sono riuscito a trovare lo sponsor, il partner per poter accompagnare quella che è comunque una necessità della Mostra, perché la Mostra diventa forte quando contribuisce a formare un bacino di spettatori di riferimento.
Rafforzare la crescita di grossi gruppi di spettatori sensibili portatori di una cultura complessiva del cinema vuol dire anche offrire loro poi la possibilità di seguire davvero bene la Mostra.
È chiaro che in quest’ottica, a maggior ragione alla luce delle difficoltà interne finanziarie che non ci permettono di fare un lavoro di promozione e presenza dirette sul territorio in maniera costante, sarebbe assurdo ignorare polmoni vivi del sistema-cinema qui attorno a noi, a partire dagli esempi appena citati. Sono realtà vive e ‘aggressive’, sia in termini di ricerca che di rapporto con il pubblico, e io credo che una macchina così storicamente imponente come Venezia debba per sua natura interagire con i suoi giovani affluenti.
 
 
Le retrospettive, momento chiave per la ricerca storica, nei grandi festival spesso assumono un ruolo di appuntamento quasi dovuto, meccanico, al di là dello spessore delle stesse.
Si sa che ci sono, che ci devono essere, omaggi d’obbligo al cinema che fu.
Lei in questi quattro anni è riuscito addirittura a fare delle retrospettive le vere copertine della Mostra, dando allo spessore intrinseco delle stesse un valore aggiunto mediatico di straordinario impatto. Quest’anno siamo al top, col western all’italiana accompagnato da Tarantino.
Come mai questa esaltazione della ricerca in un festival-vetrina sul nuovo che avanza?
Cosa davvero attenderci dalla retrospettiva 2007?
 

La nostra tenace volontà di difendere tutti quegli oggetti particolarissimi che possono ancora stillare vivacità, vitalità nel cinema non poteva non portarci a rivisitare l’incredibile territorio del western all’italiana.
Io credo che al cinema l’importante sia capire attraverso le emozioni; ci vuole una certa distanza dagli eventi. Ho sempre considerato che non era casuale la coincidenza cronologica tra il decollo, l’ascesa e il declino del western all’italiana con un tipo diverso di partecipazione diretta alla vita pubblica, alla politica da parte soprattutto di quelli che all’epoca erano gli spettatori giovani.
Quindi un filone fortissimo di cinema politico, tra i più forti che abbiamo avuto e soprattutto capace di invecchiare bene, contrariamente ad altri generi ed indirizzi del nostro cinema, e poi soprattutto uno straordinario gruppo di registi, ma anche di sceneggiatori, produttori, comici e, perché no, cascatori che nel loro insieme hanno consentito a questa stagione particolarissima del cinema italiano di riprendere non solo codici e convenzioni dal cinema americano, ma di stravolgerli e di utilizzarli per raccontare altre storie in un altro modo.
Il senso di una retrospettiva è anche quello di legarsi e restituire la linea con cui si selezionano le opere del presente, così da instaurare concretamente, dal vivo, una dialettica fruttuosa tra storia e futuro.
In tal senso questa del 2007, parallelamente al grosso cantiere di recuperi e restauri di questa fetta di storia culturale italiana, non poteva allora non essere una Mostra nel cui concorso troviamo un altro cinema italiano.
Io non credo tanto all’avvicendamento generazionale; quello che più mi interessa, una volta di più, è la presenza di un cinema italiano che esce da una chiave di naturalismo, che rifiuta un realismo fotografico molto diretto.
Le due opere prime e l’opera terza che troviamo in concorso si muovono in questa direzione. L’esplorazione di diversi territori, dal diaristico- autobiografico alla realtà colta quasi di sorpresa, che troviamo poi nelle due opere prime documentarie in «Orizzonti » completano un quadro di un cinema italiano molto meno prevedibile di come ce lo raccontiamo di solito.

 

7 opere prime, 6 seconde, 3 terze. Su 56 film complessivi ben 16 sono di autori all’esordio o poco più.
Molti dei quali nelle sezioni più rilevanti, a partire dal concorso. Non male per un festival così importante.
Che segnale è?

 

Negli ultimi anni credo che abbiamo dimostrato che Venezia è non solo una grande vetrina per maestri, ma anche un laboratorio di lancio di nuovi autori e linguaggi, con un riscontro di mercato importante.
Noi non possiamo che esserne convinti visto che, magari con toni autocompiaciuti che nel loro caso funzionano, i nostri colleghi di Toronto puntano sui nostri stessi film dicendo che sono le rivelazioni della stagione.
I nostri film di apertura e di chiusura avranno delle proiezioni molto importanti nel festival canadese di settembre. È di per sé assai indicativo che il nostro lavoro venga ripreso e completato dai colleghi più bravi a Toronto prima e poi più tardi dal Festival di New York, il quale anche nella sua prossima edizione riprenderà moltissimi film statunitensi che quest’anno saranno protagonisti alla Mostra.
In termini di diffusione e promozione è questa una coda importantissima, che dà ancora più luce alla nostra funzione ‘disvelatrice’.
Funzione che anno dopo anno ha dato coraggio alla grande industria hollywoodiana scegliendo sempre più di mettersi in gioco nel nostro festival.

Vale la pena ricordare che non è mai successo nella storia dei festival che non solo i registi, ma ancor di più produttori e distributori americani rischiassero tutti la prima mondiale.
Film con budget di produzione molto alti ora addirittura scendono nell’arena del concorso, quando per anni gli americani sceglievano i festival come una mera vetrina ulteriore per delle logiche di promozione che nascevano altrove, prima e indipendentemente dal passaggio veneziano.
Considero questa una svolta importantissima, uno scarto vero nella logica futura delle majors.
In questo senso, rispetto a una concezione strategica che ci ha caratterizzato per tutto questo quadriennio, dobbiamo dire che partneriati con le persone giuste in America e in Asia, oltre che in Europa, hanno pagato molto, molto bene.
Chissà quanta pressione in più per la giuria visti gli interessi produttivi in campo…
In questo senso era importante sicuramente costruire una giuria di registi, registi che frequentano e lavorano quasi esclusivamente ormai all’interno dei diversi contesti del cinema americano, senza per questo essere dei registi americani con già un sistema di lealtà ben preciso e strutturato verso quest’industria.
Si trovano nella posizione giusta per esperienza e percorsi artistici e professionali per capire gli interessi non soltanto di un cinema che dichiaratamente vuole rifarsi al percorso dell’arte in senso più puro, ma anche quelli di un cinema artistico-commerciale dove la sperimentazione viene sporcata con la morte del reale, utilizzando alcuni strumenti della cultura pop per catturare gruppi foltissimi di spettatori, molto più grandi di quello che poteva essere il classico gruppo-target di fruitori di film tradizionalmente da festival.

 

Tra i mille lamenti e i milioni di chiacchiere che si spendono attorno a Venezia, ci piacerebbe sapere qual è l’elemento peculiare che ha colto in questi anni della Mostra che potenzialmente le può garantire una vitalità eterna e quale, invece, il tratto più anacronistico e ostacolante per il futuro?
 

Il tratto più anacronistico, inutile ripeterlo, sono le carenze infrastrutturali.
Non era possibile andare avanti senza avviare la realizzazione del Palazzo del Cinema.
Fare le nozze con i fichi secchi può andare bene per qualche tempo, ma dopo un po’ il palato si guasta.
È importante che, seppur faticosamente, si sia trovata una funzionale convergenza tra Comune, Provincia, Regione, Ministero verso questo prioritario obiettivo.
Fatto il Palazzo, sarebbe necessario che questa nuova fase fosse retta da una visione complessiva strategica di lungo respiro per rinnovare dinamicamente i contenuti di un evento che, sicuramente, deve guardare il futuro con piglio contemporaneo.

Nella sua storia comunque la Mostra ha saputo trascrivere tante diversità e tanti cammini del nuovo senza bisogno di proteggersi le spalle con l’ideologia del nuovo.
In questo senso questa vecchia madre di tutti i festival dimostra di portare bene i suoi 75 anni.
Per questo, allora, non potevamo non chiedere a uno dei Leoni d’Oro alla carriera più giovani della storia della Mostra, il non ancora cinquantenne Tim Burton, di venire a contagiare con una ventata di visionarietà questa Mostra, ma non potevamo nemmeno ignorare quei registi che hanno impedito che il pensiero del cinema della Mostra fosse troppo a tutto tondo, conchiuso.
In questo senso ci voleva il settantacinquenne Kluge, la stessa età della Mostra, perché aprisse delle grosse falle, delle grosse inclinature di fantasia in quello che poteva invece diventare un ripensamento autocelebrativo.
Già ci sono state le celebrazioni per i 50, i 60 anni della manifestazione, non è che si può celebrare in eterno insistendo sugli stessi temi, sugli stessi autori e film che hanno fatto la storia.
Valeva la pena quindi ripensare il passato soltanto per poter meglio vedere il futuro.

 

di Massimo Bran | :venews

settembre 2007 

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