Quattro passi alla Biennale

 
Passeggiando all’ombra dei grandi alberi dei Giardini di Castello ci si apre la possibilità di uno sguardo diverso sul presente, lo sguardo di centinaia di artisti provenienti da luoghi e storie molto diverse tra loro, storie che parlano di conflitti, di immigrazione, di ricerca estetica e del potere terapeutico dell’arte.

Da dove iniziare dunque? Il primo consiglio sarebbe di prendersi del tempo, di tornare più volte, perché un percorso a ritmo forzato non lascia che sporadiche emozioni.
Un’alternativa è dedicarsi solo ad alcune opere.

Iniziamo dunque nel Padiglione Italia, dall’enorme sala dedicata all’artista tedesco Sigmar Polke.
Troveremo sette quadri di grande formato, lavorati con lacche color bronzo e pigmenti violetti che, stesi su tele di poliestere, creano effetti particolari di trasparenza e riflessione cangianti con la luce e la prospettiva da cui li si guarda.

A questo punto giriamoci nuovamente verso l’ingresso e alziamo gli occhi: ci colpirà scritta al neon la parola EXIL, che ad un primo momento sembra un semplice segnale di uscita (EXIT).
Il materiale e il procedimento dell’artista algerino Adel Abdessemed sono essenziali, ma il potere evocativo è immenso. La soglia diviene un confine, un passaggio obbligato in un altro mondo in cui si sarà per sempre stranieri, tema questo dell’emigrazione e dello sradicamento estremamente ricorrente in tutta l’esposizione.

Proseguendo verso destra si entra in un lungo percorso attraverso la sperimentazione estetica e la pittura con le sale di Kelly, Richter, e Ryman per citarne solo alcuni.
A destra poi l’istallazione di Sophie Calle che rappresenta una sorta di tributo alla memoria della madre.
È un’opera questa che, come il padiglione francese (interamente dedicato alla Calle), continua a far discutere. Soffermiamoci infine nella sala di Cheri Samba, pittore congolese che, con un’ironia mordace, critica la società occidentale e il colonialismo utilizzando il loro stesso linguaggio: grandi formati e colori vivaci che rimandano alla pop art, commenti sarcastici in francese e riferimenti biblici.
Da non perdere poi il video dell’artista londinese Steve McQueen, sull’estrazione e la lavorazione del coltan, materiale indispensabile oggi per tutti gli strumenti tecnologici.

Uscendo dal Padiglione Italia, tra i padiglioni più interessanti, oltre a quello francese, certamente quello americano dedicato a Felix Gonzalez-Torres, artista di origine cubana, morto nel 1996: opere di intensa poesia come le due vasche di marmo all’esterno che evocano due innamorati, motivo ricorrente in tutta la sua opera, in un’idea dell’arte come esperienza fisica (all’interno il tappeto di caramelle da mangiare) che si concretizza nell’interazione e nei rapporti umani.
Il padiglione britannico in cui l’artista inglese Tracey Emin espone la sua violenta storia personale, il padiglione giapponese espone un’opera di recupero della memoria a partire dalle pietre di Hiroshima.
Infine i padiglioni russo e svizzero, suggestivi nelle loro avvolgenti atmosfere stranianti.

 

di Fantina Madricardo | redazione :venews
settembre 2007 

 

 


 
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