Padiglione Polonia alla Biennale
di Claudia Brisotto | :venews
«Mi sembra che ciò che faccio sia leggermente in opposizione rispetto a ciò che è l’architettura. La caratteristica principale dell’architettura è l’utilitarismo.
L’architettura mette ordine, rispecchia i sistemi politici e sociali. I miei lavori portano piuttosto caos ed insicurezza».
Monica Sosnowska lavora con lo spazio e l’architettura: interviene sulla realtà, la modifica, gioca sulle percezioni dello spettatore e ne rimodella il senso dell’orientamento, riuscendo in tal modo a creare un divario tra ciò che è reale e ciò che è percepito.
La sua è un’architettura dell’assurdo, dove le case sono non-case, con scale che portano al nulla, porte che non si aprono, finestre che non si affacciano, travi che non sostengono: architetture illusorie, fatte di metalli e ferri riciclati, che rimandano esplicitamente alla decadenza della modernità postbellica.
La stessa struttura dell’installazione 1:1, un’impalcatura posta sull’edificio espositivo del Padiglione della Polonia (risalente agli anni ’30), va interpretata come una critica a quella modernizzazione impulsiva che troppo spesso è stata portata all’assurdo ‘impacchettando’ e mascherando con nuove facciate, ‘vecchie’ architetture di suggestivo fascino postbellico.
Ma il suo lavoro, pur rimandando ad un lontano passato di utopie urbanistiche, non è un nostalgico ritorno, bensì una sottile e attenta riflessione sull’idea di degrado, di caduta e distruzione.
di Claudia Brisotto | :venews
«Monica Sosnowska 1:1»
Padiglione Polonia
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