Intervista a Pasquale Gagliardi

22-ott-2007

Non c’è miglior occasione che la controversissima e rivoluzionaria ri-produzione delle Nozze di Cana per incontrare un personaggio sicuramente innovativo nel panorama gestionale delle grandi istituzioni veneziane quale Pasquale Gagliardi.

Oggi la Fondazione Cini sembra vivere un nuovo momento di sfida e di interazione vivida con il presente, fuori da ogni logica autoreferenziale di vetrina.
Dal convegno sull’ambiente a quello prossimo sull’Islam oggi, nelle sue valenze politiche concrete, fino, appunto, a un approccio ai beni artistici assolutamente d’avanguardia, la prestigiosa istituzione nell’Isola di San Giorgio sembra aver davvero imboccato con questo professore-manager milanese una strada nuova e stimolante. Abbiamo cercato di scavare e di capirne qualcosa in più.

 

 

La Fondazione Cini, crocevia di culture differenti, vero punto nodale di confronto e tolleranza.
Tra tradizione e innovazione, quale la vostra “missione” contemporanea?

 

È una questione che ho posto in modo esplicito durante l’inaugurazione della mostra Il miracolo di Cana. L’originalità della ri-produzione. Questo è un tipico esempio di come la Fondazione Cini mostra di porsi sul crinale difficile che separa e collega la tradizione e l’innovazione.
Le Nozze di Cana, infatti, sono allo stesso modo un recupero di un’eredità importante del nostro passato e un’apertura nei confronti di tecnologie avanzatissime.
È un’iniziativa in linea, per esempio, con la decisione di dotare la Sala degli Arazzi di una serie di attrezzature acustiche che consentono di caratterizzare la sala come uno dei pochi luoghi in Italia dove è possibile ascoltare musica elettronica; un luogo antico dotato di un impianto sofisticatissimo che ha permesso di offrire al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’ascolto di musica elettronica composta da Luigi Nono o da Maderna.
Sempre sul tema tradizione/innovazione, da qualche tempo nei messaggi della Cini viene riportata in calce una frase di Gustav Mahler: «La tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco».

 

L’ impressione è che la Fondazone Cini arrivata ad un certo punto della sua storia abbia imboccato una nuova strada.
È così oppure è frutto di un’evoluzione pensata e scritta fin dalle origini?
 

Allora, mettiamo le cose in chiaro. Vittore Branca, che ha svolto un ruolo fondamentale nella storia della Fondazione, ha tenuto sempre presente nel corso della sua direzione il rapporto tra cultura del passato e problemi del presente.
Dotato di straordinaria sensibilità portò, dopo il Maggio ’68, il corso di alta cultura ad esercitare una funzione di critica della società contemporanea. Aveva delle antenne straordinarie.
Sicuramente la capacità di coniugare il passato con il presente fa parte del patrimonio genetico della Fondazione ed era fondamentale in Branca. Non faccio nessuna fatica ad ammettere che negli ultimi quindici anni, o prima del mio arrivo, la Cini si era incanalata più sui binari dell’autoreferenzialità e del culto del passato che non verso la sensibilità a indagare i problemi del presente.
Il rilancio di questa funzione, che Branca definiva legata all’etimologia della parola tradire, da tradere, cioè consegnare - tradizione vuol dire consegnare al presente i tesori del passato -, il collegamento forte tra passato e presente, la preoccupazione a mantenere vivo questo collegamento fa sicuramente parte del nuovo corso, anche se, ripeto, era fin dall’origine un tratto distintivo della Fondazione.

 

Dunque il progetto de Il miracolo di Cana si inserisce come tappa fondamentale di questo nuovo corso. Quali le prossime destinazioni?
 

L’obiettivo fondamentale è quello di fare dell’Isola di San Giorgio un luogo vivo.
Le prossime tappe sono le grandi trasformazioni delle strutture nel rispetto dell’originale, già in corso d’opera, cioè la creazione della più grande area espositiva di Venezia, proprio di fronte ai Giardini della Biennale, la creazione della residenza per studenti stranieri e la nuova biblioteca di Michele De Lucchi nell’antico dormitorio dei monaci.
Quindi la creazione di un grande centro di ricerche, la residenza per gli studenti di dottorato e il lancio di questa scuola internazionale di alta cultura che porterà mediamente 70 ricercatori a vivere a Venezia e a studiare l’arte, la storia, la letteratura e la musica italiane.

 

Alla luce di questa nuova evoluzione, come colloca la Fondazione e in che relazione la pone rispetto alla città di Venezia?
 

Io credo francamente che questo progetto vada controcorrente, nel senso che purtroppo mi pare vi sia un’evoluzione inarrestabile della città, o meglio, un’involuzione.
Di giorno in giorno diminuiscono i servizi, chiudono i negozi, la gente, come accade ai miei collaboratori che sono venuti a lavorare a Venezia con grande entusiasmo, deve spostarsi ad abitare in Terraferma.
Venezia è una città non facilmente vivibile, una città che rischia di spopolarsi, si è già spopolata, diventando sempre più complessivamente un enorme albergo.
Sicuramente l’idea di favorire un turismo, chiamiamolo così, culturale-residenziale va in una direzione opposta rispetto a quella dei milioni di visitatori che vengono per un giorno o due a mordere e fuggire… Persone che vengono a vivere a Venezia e che devono poterci vivere; la Fondazione deve infatti assicurare a questi studiosi la possibilità di vivere in condizioni ragionevoli.
L’idea è di seguire una politica precisa: consentire una residenza che permetta ad un ricercatore straniero di vivere a Venezia, a San Giorgio, con 50 euro al giorno, tutto compreso.
Ne sono sicuro, dal giorno dopo l’apertura riceverò moltissime offerte e prenotazioni da tutte le parti del mondo.

 

Quindi sarà l’unico albergo che si prenota con il curriculum…
 

Assolutamente! La politica della Cini rispetto alla città è questa: noi vogliamo anziché incrementare l’offerta di consumo culturale che aumenta il numero dei turisti, fare di Venezia un centro di produzione culturale. Voglio avere non gente che viene qui per vedere l’ennesima mostra, ma che viene qui per studiare, per produrre cose da cui poi nasceranno nuove cose, comprese nuove mostre, certo.
Insomma, favorire un processo virtuoso fra produzione culturale e consumo culturale; ecco, questa è forse la differenza tra la vocazione della Cini, che noi stiamo cercando di rilanciare, e in qualche modo quello che sembra essere (non so se sia poi veramente, ineluttabilmente così; spero di no!) il destino della città.

 

Sempre relativamente alla città, in che rapporto è la Fondazione Cini rispetto alle altre realtà culturali veneziane, importantissime singolarmente ma raramente sinergiche?

 

Penso che non si possano dare risposte secche, nel senso che vi sono delle istituzioni veneziane con cui collaboriamo molto bene, altre meno.
Le cose vanno meglio quando che c’è una sorta di sovrapposizione personale di incarichi, cioè se il direttore dell’istituto di musica della Cini è il più importante musicologo di Ca’ Foscari ed è un componente del consiglio scientifico della Biennale oppure della Fenice, è chiaro che sono favorite le sinergie.
Nel campo della musica, la Fondazione ha cooperazioni importanti con la Fondazione Levi, la Querini Stampalia, la Fenice.
Ciò è favorito dal fatto che ci sono delle persone intelligenti che fanno da anello.
Anche con la Biennale abbiamo buone relazioni; per il resto è molto difficile.
Ognuno pensa al proprio programma e, in una ricchezza di offerta, c’è una sovrapposizione inevitabile.
Non è facilissimo fare una programmazione coordinata; tutte le volte che si è tentato di farlo, secondo me, è stato un buco nell’acqua, perché quasi sempre le iniziative nascono senza un’autentica programmazione e poi è difficile coordinare le diverse esigenze.
Certamente il problema di una grandissima offerta culturale tutto sommato abbastanza dispersa, ed in qualche caso sovrapposta, rimane. Sinceramente non è facile risolvere questo problema.

 

Le nozze di Cana, la bellezza di un quadro com’era e dov’era, a significare la maestosità di un luogo, la storia di una sfida vinta l’11 settembre 2007. Ereditare il passato, la vexata quaestio tra vero e ‘falso’, tra tecnologia e rigido calvinismo conservativo.
Mi racconta il ‘suo’ progetto, le sue sensazioni, i risultati ottenuti, la critica, un pensiero magari fuori da quello che si è detto e scritto a riguardo?
 

Una cosa è stata sottovalutata e quindi vale la pena di essere ribadita: tutti hanno parlato di questo progetto dimenticando che era un grande evento simbolicamente organizzato in coincidenza con i Dialoghi di San Giorgio.
Quando abbiamo svelato il fac-simile delle Nozze di Cana del Veronese ho detto: «Oggi inauguriamo i Dialoghi, inauguriamo un seminario di tre giorni in cui dodici esperti di fama internazionale discuteranno intorno ad un tavolo su come le nuove tecnologie possano aiutare ad ereditare il passato».
Tre giorni straordinari con personaggi di altissimo livello che hanno discusso dei campi più diversi, perché l’idea dei Dialoghi nasce dalla necessità di mettere a confronto diverse discipline e linguaggi.
Quattro gli ambiti di eredità: le opere d’arte, gli ecosistemi (come Venezia), i testi e le tradizioni musicali. Quindi il problema dell’esegesi: come rinnovare l’interpretazione di un testo restando fedeli al testo stesso; il problema degli ecosistemi: come conservare un sistema ‘naturale’; la musica: quali meccanismi consentono di preservare-perpetuare le tradizioni musicali che andrebbero perdute; le opere d’arte: cosa vuol dire oggi conservare-valorizzare impedendo il deterioramento.

Come fare delle nuove tecnologie non strumenti di falsificazione, ma strumenti mirabili di conservazione? Uno studio e un confronto eccitanti e fertili.
Il nostro scopo era sollevare un dibattito costruttivo e innovativo. «Avete fatto un falso»; questa invece la reazione più comune.
In realtà, oltre allo studio, alla mostra e al dibattito che sottendono al progetto, è stato realizzato un documentario girato da alcuni giovani cineasti francesi sulla realizzazione del fac-simile a Parigi e a Venezia e naturalmente sul lavoro di Adam Law, che porta l’emblematico titolo L’antifalsario, sottotitolo Un’ossessione per l’accuratezza.
Adam Law è l’antifalsario per eccellenza; la sua sola preoccupazione è recuperare e conservare ciò che un’opera era ed impedire che se ne perda traccia nella memoria collettiva.
Sul Domenicale de «Il Sole 24 Ore» del 23 settembre Salvatore Settis riporta quanto detto nell’intervento in occasione dell’inaugurazione delle Nozze di Cana, dando valore fondamentale al ruolo storico della ‘copia’. Mi sembra una buona patente…
 

Da luogo d’incontro dei Grandi della Terra a luogo di studio delle emergenze del pianeta: come è cambiata negli anni la coscienza ‘politica’ della Fondazione?

 

Il ruolo politico della Fondazione trae le sue origini dal fatto stesso di essere stata un’abbazia benedettina. L’abbazia era un luogo di studio, ma era anche un luogo di incontri politici. Un porto franco, un angolo di rifugio, un luogo dove vigeva una doppia agenda: di ricerca, per studiare come stanno davvero le cose, e politica, per elaborare come vorremmo che fossero le cose.
Base sicuramente dell’impostazione di Vittorio Branca, la ‘coscienza’ politica della Fondazione si era attenuata od offuscata negli ultimi 15 anni ed è tornata in primo piano oggi.
Anziché ospitare il G7, io preferisco accogliere un convegno sul futuro dell’energia, come quello appena svoltosi, o sul rapporto fra l’Europa e l’Islam, in programma a maggio 2008, dove cercheremo di riunire in un tavolo di confronto a San Giorgio gli sceicchi accanto agli esperti dei Paesi Arabi e agli studiosi europei. Quindi non solo ricerca, ma confronto diretto su questioni ‘politicamente’ calde, come, nello specifico, la crisi palestinese o la crisi irachena.
 
 
In tempi di revisionismo in chiave religiosa avete organizzato un convegno sull’esoterismo, analizzandone gli aspetti di influenza nell’arte, nella musica e nella letteratura occidentali. Come si colloca tale approfondimento nel contesto dei vostri programmi?

 

Questo è un convegno che ho fortemente voluto come pochi altri. La Cini ha sempre avuto una funzione ben precisa: rendere legittimi alcuni ambiti del sapere normalmente non considerati dalla tradizione scientifica.
Il libretto d’opera, per esempio, non era considerato un genere letterario.
Grazie alla Fondazione Cini è nata la librettologia.
La scenografia era considerata una forma d’arte minore: alla Cini l’archivio scenografico teatrale è diventato un centro di studi molto importante.
La Fondazione approfitta della sua libertà rispetto alle Accademie per approfondire e legittimare ambiti di studio.

 

di Mariachiara Marzari e Fabio Marzari | :venews

ottobre 2007 

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