Intervista a Luca Massimo Barbero

di Mariachiara Marzari | :venews
 
Luca Massimo BarberoNella veranda della caffetteria della Collezione Peggy Guggenheim, in una domenica affollata di tanti giovani e di visitatori italiani e internazionali, incontriamo Luca Massimo Barberocuratore e critico d’arte. Quando arriva, preceduto da un aspetto serio e composto, non sappiamo se siamo qui per incontrare quello che è stato l’attivo Presidente della Fondazione Bevilacqua La Masa, il critico che ha lavorato con grandi registi o l’attuale curatore associato della Collezione Peggy Guggenheim.
Ma appena si siede e comincia a parlare in modo sorprendentemente scoppiettante, è proprio lui che inizia a far conoscere i mille aspetti dei suoi interessi, raccontando dei suoi viaggi, dei progetti (che pare impossibile riesca a seguire con la stessa concentrazione e serenità) e della vita che, qui a Venezia, conduce normalmente incontrandosi con gli amici nei campi e nei bar della città lagunare dove spesso lo si può incontrare e dove non gli interessa rendere pubblico ciò che fa. In realtà, sembra rispondere con una specie di pacatezza esplosiva alle domande che riguardano la scoperta della sua attività ultradecennale di fotografo e che nessuno degli addetti ai lavori conosceva direttamente. È un sorriso ironico quello che sfodera tranquillamente parlando con entusiasmo dei suoi progetti, delle prossime mostre, dei libri, dell'insegnamento quasi tutto ciò fosse naturale e non riguardasse il mondo dell’arte.

È difficile distinguere, nel tuo percorso lavorativo, gli innumerevoli progetti personali da quelli professionali. Ragione o sentimento?

Non esiste una vera differenza tra professionale e personale. È un esercizio di serena schizofrenia, che esercito fin da ragazzino. Schizofrenia positiva, intendo dire, nel senso che inizio occupandomi d’arte e di Immagini, facendo fotografie, scrivendo prosa, tutto insieme praticamente! Poi, prende il sopravvento diciamo così la parte professionale, quella storico artistica. Comincio così a lavorare nell’ambito dell’arte come critico e curatore, il che avviene abbastanza presto, cioè verso i 19 anni con le prime mostre, e quindi inevitabilmente il lato critico diventa la parte più visibile di me. A 21 anni per gestire più interessi e “personalità” inizio a firmare con diversi nomi i lavori che vado facendo; dando vita questa volta ad una schizofrenia burocratica. Mi diplomo con un nome e mi laureo con un altro, per cui vado a ritirare la laurea e non me la consegnano perché ero un altro Luca Massimo Barbero. È diventato una specie di destino: il Luca Massimo che ha ‘preso il sopravvento’ e che è diventato ‘visibile’, per quanto la ‘nostra’, di curatori, è una visibilità di nicchia, è il curatore, essenzialmente, più ancora del critico, che forse mi diverte di più. Mostre, libri, cataloghi e collaborazioni con registi: sono dell’idea che ci sia sempre stata, anche all’interno del mio lavoro, una non chiara definizione. Alcuni addetti ai lavori sostengono che sono uno storico, altri dicono che non sono così ben definibile. Per cui in un qualche modo mi spaventava ‘l’altra parte di me’, mi spaventava passare per un creativo, che è un termine che non amo. Ultimamente sono tutti creativi!
Ma cosa vorrà mai dire? Lavoro con artisti contemporanei, con registi come Peter Greenaway, Wim Wenders, Abbas Kiarostami, David Cronenberg, per fare solo i nomi di quelli con cui forse ho lavorato e lavoro di più. Con Cronenberg, per esempio, ho in corso un progetto per il prossimo anno, una grossa mostra e un libro, appena pubblicato, che s’intitola Red Cars, creato con Volumina di Torino. ‘L’altro da me’, l’altro Luca Massimo, ha assunto diversi pseudonimi - il fotografo Luca Massimo, lo scrittore di teatro Luca Massimo ecc. -, un po’ per pigrizia ma soprattutto perché mi piace mascherare e confondere i ruoli, e non volevo far godere al Luca Massimo scrittore, fotografo, scrittore di teatro, della professionalità e ‘visibilità’ di Luca Massimo curatore e critico.
L’idea di aver, scherzosamente, utilizzato il termine schizofrenico e il fatto d’aver utilizzato diversi pseudonimi per fare mostre di fotografia o per scrivere delle cose, dimostra che ci sono due personalità ulteriori, cioè, all’interno della mia seconda personalità ci sono altre due personalità ‘A’ e ‘B’. Questo gioco della schizofrenia mi diverte molto e in fondo non amo prendere le cose troppo sul serio!

Quindi un curatore, un critico, un fotografo e un commediografo vivono in te?

Sì, sì, sì e i nomi cambiano. Ma per evitare una di queste trappole mediatiche ‘creative’, faccio l’esempio per tutti di Luther Blisset, non svelerò mai quali foto, o quali luoghi, o quali testi appartengono all’uno o all’altro, perché per me il ‘gioco’ è molto bello. Non uccido gli altri pseudonimi rivelandone la presenza. La cosa più importante per me è proprio questa: cioè che ci sono delle personalità che in realtà ‘servono a tutelare’ la libertà dei progetti, il divertimento, lontani dalla professionalità ufficiale di Luca Massimo Barbero. Adesso però sono uscito allo scoperto, sono nati tre grossi progetti fatti con una ‘banda’ di collaboratori che firmerò ufficialmente LMPhotoproject: il primo è un diario intimo, un diario di viaggio Candidi come Colombe, Astuti come Serpenti. Sono già 2300 piccolissime immagini in bianco e nero di ritratti di gente sconosciuta fermata per strada, in treno, in autobus. Il secondo è un lavoro piuttosto ampio e circolare sul concetto di perdita dell’identità, espresso da La Divisa, il lavoro divisa/il viso, sempre concentrato sui ritratti. E poi il terzo, sulla lotta greco-romana che, paradossalmente, è stato il più casuale, cioè non voluto, non pensato perché c’erano altri lavori di ritrattistica sportiva legati agli sport meno visibili. Questi progetti/libri curiosamente rischiano di diventare una nuova professionalità di Luca Massimo; ma non sono un fotografo, uso la fotografia per raccontare storie. Voglio essere molto chiaro, LMPhotoproject sono delle idee, delle immagini fatte anche insieme ad altri, perché i lavori richiedono una mole gigantesca di fotografie, scatti, ritratti. Generalmente il fotografo lascia fare inquadratura, luci e tutto il resto all’assistente e poi scatta lui. Io invece faccio esattamente il contrario: curo l’inquadratura, le luci e poi lascio scattare l’assistente. Non sono geloso dell’idea di avere scattato una fotografia. Un’altra cosa per me molto importante è il mio studio di fotografo, la “Bat-Caverna” (gesticola e sorride), dove tento di raccogliere tutti i miei libri, le mie cose, è ‘l’altro da me’, il me con l’automobile (lo studio è a Marghera in una ex fabbrica).

Arte, fotografia, teatro. In che rapporto collochi i tuoi innumerevoli interessi? 1. appagamento intellettuale ed estetico; 2. voglia di sperimentare; 3. continua ricerca della perfezione.

Inquietudine. Inquietudine, nel senso che, secondo me non c’entra nulla con la bellezza, con l’estetica o la storia dell’arte, ma neanche con l’arte. È voler dar voce ai desideri, alle immagini che costituiscono un linguaggio condivisibile con tutti. Ovviamente per me l’aspetto visivo, visuale, per usare un termine molto importante anche nel teatro, ha ancora una necessità d’esistere.
Quindi, questo mio nascondere le personalità non è tanto un nasconderle da un personaggio, ma è un celarle per far vedere se il risultato possa ancora far suscitare entusiasmo.
Mi piace, alle volte, che qualcuno veda un aspetto ‘sociale’ nei miei documentari sportivi, che un altro veda invece un aspetto ‘sportivo’, mi diverte anche molto quest’ambiguità del mio lavoro in cui uno può vedere anche un aspetto sessuale, gioiosamente sessuale. Ho notato che quando qualcuno guarda queste foto s’incuriosisce tralasciando qualsiasi problema, sia quello sociale che quello sportivo, e il suo sguardo s’illumina e sorride. Ecco, l’inquietudine è, secondo me, vedere ancora qualcuno illuminarsi di fronte ad un’immagine e non solo inquietarsi. Vivo una forte tensione verso la semplicità, e per questo ho usato come titolo del libro sulla lotta greco-romana Nothing Special. Non c’è assolutamente niente di speciale in quello che vado facendo. Non è snobismo, mi occupo di immagine, ed è proprio perché ci sono talmente tante immagini, tante parole, tanti rumori in giro e tutti vogliono essere così speciali, così outstanding, così nuovi, che quando si sfoglierà il libro si dirà:«Beh, veramente niente di speciale». Non inseguo l’idea della bella fotografia. Non calco mai l’aspetto della fisicità, per scelta, non c’è un’immagine curata, non c’è la ricerca di un’immagine glamour. C’è, questo si, una sorta di neorealismo, che è insito nella corrente italiana di documentare queste cose. Non sono pasoliniano però, nel senso che non mi interessa una condizione sociale, mi interessa la gente, i ragazzi, le donne che lavorano tutto il giorno e che hanno la voglia 3-4 volte la settimana di allenarsi durissimamente in uno sport che non ha sponsor, che non ha visibilità, che nessuno letteralmente si ‘fila’(ci saranno state 20 persone alla finale di Coppa Italia di lotta greco-romana). Nothing Special è dedicato a queste persone speciali, che io reputo speciali, nel paradosso. Persone che non hanno voglia di apparire, di gente che si spacca le orecchie, il naso, le braccia in campo ma poi fuori va a mangiare insieme.
Gli atleti della lotta greco-romana sono veramente delle persone semplici divertentissime, costrette dentro corpi da colossi, un’arma da guerra antica, corpi e visi senza tempo.
Oltre l’inquietudine, l’unica cosa che mi interessa in un’immagine è la verità. Insomma, il mio lavoro è solo raccogliere immagini-documentario che ‘vibrano’ di grossa ambiguità, nel senso buono, per cui possono essere lette in tanti modi, alcuni anche abbastanza divertenti.

Il concetto di bello e di brutto quindi non è legato al gusto o ai canoni estetici?

Il concetto di bello e di brutto è legato all’educazione. L’educazione per me è tutto, simpatia, sessualità. Io guardo le persone: come si muovono, come sentono, chi sono, se si rendono conto di dove sono, se guardano, cioè come si ‘autonutrono’. Per me la bellezza è educazione, quindi la trovi dappertutto, anche nelle persone che non sono colte. La bellezza è essenzialmente essere ‘veri’, per cui oggigiorno non è facile trovarla. Mi ritengo un purovisibilista, una vecchia scuola critica recentemente dimenticata perché considerata superficiale e romantica. Quasi per paradosso mi sento un po’ ‘gesuita’ (ride di gusto). Sono un moralista, alla fin fine… La cosa che mi piace di più è raccontare le cose a parole e anche con la fotografia. Un giovane artista che ho conosciuto un giorno mi ha scritto: «Quando parli di immagini è come se tu parlassi del cosmo. Perché con la delicatezza di quelle tue foto il sentimento si riduce ad un frammento di mondo circense accostato ad una profonda intimità… Quando racconti sei una persona che quando indica la luna riesce a far sì che le persone non guardino la luna bensì la punta del tuo dito». È incredibile ma forse l’unica mia vanità è quella di appassionare. Ci sono dei momenti, in cui per strada vedo un viso, qualcuno con uno sguardo ancora curioso, con un po’ di vita e sono felice. È questo che io intendo per verità.

Oltre al libro Nothing Special, c’è in programma anche
una mostra?

Alcune foto sono abbastanza toccanti, sempre ritratti peraltro. Dall’altra parte non penso per il momento di fare una mostra. Perché non amo le fotografie appese, tanto meno le mie.
Forse qualcuna di queste immagini potrebbe anche esser messa in mostra per la presentazione del libro, ma lavorare in una galleria sarebbe Luca Massimo ‘la nemesi’. Sarebbe veramente noioso. Ti confesso però che mi piacerebbe trovare qualche collega che si occupasse di fare tutto questo, ma io non potrei farlo. Non ci sono mai foto mie appese a casa mia. Anche se alcune mi piacciono. Come dico sempre, lavoro tutto il giorno con le immagini, per cui per me sarebbe come se un chirurgo appendesse sulle sue pareti del sangue.
Per quanto riguarda il libro, che verrà curato da Roberta Valtorta, direttrice del Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, probabilmente sarà senza alcun testo. Mi piace molto questa idea proprio perché non voglio nessuna spiegazione, solo immagini che scorrono. Io amo molto i libri e tutte le mie fotografie nascono esclusivamente come immagini riprodotte, quindi per essere pubblicate in un libro o in una rivista. Lavorare a questo progetto è stato piuttosto interessante, perché c’è stato un ribaltamento: da curatore mi sono trovato nell’altra ‘veste’, mi sono trovato a chiedere, ad aspettare, mi ha fatto piacere che molti abbiano dubitato. Poi col tempo e con la quantità è diventato un lavoro, un progetto e molti lo hanno notato. Persino io!

Sempre fotografia. A febbraio alla Collezione Peggy
Guggenheim inauguri la mostra Venezia: la scena dell’arte 1948-1986, nata dal progetto ArchivioArte della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena. Dagli archivi riesci a trovare dei veri tesori. Come nasce e si sviluppa la tua ricerca?

Se uno è interessato quasi ossessivamente alle immagini, è indubbio che non va in rete per cercarle, come si fa adesso, ma va dove le immagini sono ancora ferme, quindi nelle ‘miniere’.
Va nelle case, va da chi le ha fatte, va da chi le ha prodotte. Vai a cercare alla ‘sorgente’ delle cose, di qualunque natura: i mercatini, le aste, gli archivi, i fotografi, gli artisti ecc. Per parlare d’arte devi sapere cos’è successo, devi avere le fonti, devi avere i documenti. Proprio per la mia formazione, ho riordinato molti di archivi. Nel 1997 questa mia passione si è trasformata in una mostra dedicata a Venezia Venezia ’50-’70. L’officina del Contemporaneo. Lavorando con la fotografia ho scoperto, molti anni fa, lo Studio di CameraPhoto e ne sono rimasto affascinato. Per me guardare seimila immagini non è un problema, non ricordo i nomi ma ho la capacità di innamorarmi di ogni immagine, di ricordarmi i particolari. Per cui ho frequentato questo archivio e me ne sono letteralmente innamorato. Entrare lì è stato come entrare in migliaia di storie. Per me non si tratta solo di belle fotografie, belle immagini, un documento, ma è l’inizio di una storia. Per me sono delle aperture, dei blocco-immagine di una storia che vive, per cui non le guardo mai come un reperto storico polveroso. Life, quella è l’idea. Ci sono questi personaggi che entrano e escono, ma non sono un archeologo, mi sento piuttosto vicino a quel personaggio di un film di Woody Allen (La rosa purpurea del Cairo) che entra nello schermo in bianco e nero e che interagisce con gli altri protagonisti.

C’è qualche progetto a cui tieni in modo particolare?

Dimagrire? (ride ironico). Sì, uno è fotografare in quattro paesi, Ungheria, Romania, Turchia ed Egitto, in cui esiste un’antica tradizione legata alla lotta. Addirittura in Ungheria e Romania è lo sport nazionale. L’altro progetto è legato a Venezia. L’idea di fotografare una Venezia che sta scomparendo, quella di chi lavora e fa girare la macchina di questo ‘parco a tema’. Meccanici, trasportatori, muratori, camerieri sono i veri abitanti nascosti di questa ‘EuroVenezia’, coloro che dietro le quinte fanno funzionare la macchina turistica. Ad esempio, ho una paradossale stima per quel delirante progetto del calendario sui gondolieri e del suo successo; mi diverte molto il modo in cui Piero Pazzi ha abilmente usato proprio la “perfidia naturale dell’immagine fotografica”, usando il luogo comune dell’immagine dei gondolieri.

Ma torniamo al tuo ruolo di curatore. Alla quadriennale di Roma, hai presentato nella tua sezione gli artisti e le opere più innovative. Ora sei diventato consigliere per gli acquisti dell’UniCredit. Quali sono i criteri che adotti nel distinguere e nello scegliere gli artisti e le opere?

L’idea curatoriale è un’idea abbastanza divertente, perché significa in qualche modo mettere insieme oggetti. Io considero molto spesso le opere d’arte come oggetti, altri considerano molti oggetti delle opere d’arte. Quindi per me l’idea curatoriale si basa sulla possibilità di mettere insieme delle cose che non si possono avvicinare altrimenti, cioè un’opera o un lavoro che per sensibilità o mercato non si potranno trovare mai nell’ambito della stessa esposizione.Talvolta vai alle mostre e ti rendi conto che i lavori non sono stati scelti, o non si accordano tra loro. La mia idea per Roma è partita del fatto che ho ‘costruito’ quella sezione per quel salone immenso, lavorando sullo spazio espositivo e sull’architettura. Insieme agli artisti abbiamo costruito la mostra. Oltre la metà dei lavori è stata realizzata apposta per l’occasione. A Jason Martin (noto per la sua partecipazione a Sensation) ho chiesto un lavoro gigantesco e lui ha realizzato l’opera più grande che abbia mai eseguito.
Jacob Hashimoto ha creato un grande mare nero. Arthur Duff con le sue corde ha inglobato le quattro ciclopiche colonne del salone nella sua opera. Così come con Kenneth Noland, Franz Ackermann, Nan Goldin e Tobias Rehberger abbiamo scelto insieme le opere più adatte per poter lavorare sull’idea di costruire uno spazio espositivo che raccontasse una storia. Si canta tutti assieme e per ognuno c’è, in questa specie di coro, il momento da solista. Unisco questi artisti, questi amici ognuno con un carattere diverso ma compatibile e poi insieme invitiamo il pubblico alla mostra come se fosse una festa, un gioco. Cambiare le ‘temperature dello sguardo’ è fondamentale, per me è tutto sguardo. Fare una mostra è la voglia di servire bene un pubblico. Non lo faccio solo per me, una mostra è per gli altri. Una volta che è inaugurata, è una mostra finita. Non mi interessa più. Appartiene ai visitatori.

Per questi tuoi diversi aspetti e interessi, molti ti definiscono forse come il più ‘artistico dei curatori’.Ti riconosci in questo titolo?

A differenza di altri degli anni Ottanta, non ho mai lavorato sull’immagine o sul mio ‘personaggio’. Non sono un presenzialista. Per alcuni essere artista vuol dire essere originale, narciso o far qualcosa di creativo. Per me questa considerazione è quasi un’offesa. Non c’è una differenza arte-non arte, c’è un’educazione al guardare, al vedere, al capire perché in una stanza stai meglio che in un’altra. Non sono un esteta, ma ritengo esistano dei parametri che rispetti ‘a pelle’. L’arte è per tutti, nel senso che a priori non è possibile immaginare quale dei visitatori verrà più o meno ‘ammaliato’ dal mio racconto, un racconto molto aperto, nel senso che va bene sia per quelli ‘scientificamente’ preparati, che per quelli non preparati. Tuttavia, non credo nella fruizione dell’arte delle masse.
Lo scopo è dare un servizio ottimo affinché tutti possano accedere a questo racconto. Quindi noi curatori siamo solo una delle chiavi di lettura, quelli che non devono far altro che tenere bene aggiornate, in vita e vibranti delle opere. Come dico sempre, ci sono delle mostre che sono delle pietre tombali e ci sono delle mostre da cui esci incuriosito. Spero che le mie appartenganoa questa seconda categoria!

Sei ancora giovane per esser catalogato tra i ‘vecchi pensanti dell’arte’, ma hai un’esperienza tale da non poter esser più considerato una giovane promessa. Come ti collochi nel panorama dell’arte?

Confesso che non amo le definizioni di giovane o maturo, così come non amo le distinzioni di carattere sessuale. Non sono assolutamente giovane a 42 anni, ho solo avuto la fortuna di aver cominciato molto presto. Alla mia laurea il professor Mazzariol disse: «Non stiamo giudicando più uno studente ma qualcuno che è già diventato studioso e sta già lavorando». Per me è stato importante essere considerato presto un ‘lavorante’. Questo esser ‘invecchiato’ in anticipo sui tempi mi ha dato la possibilità di non dover mai dimostrare a nessuno di esser giovane, quindi di poter lavorare sempre in estrema libertà e soprattutto di non essere mai considerato ‘alla moda’.
Ho avuto la fortuna di sapere dall’inizio che volevo fare questo ‘mestiere’, anche se curiosamente i primi tre anni delle superiori ho frequentato l’istituto tecnico agrario, dividendomi tra vanga e fertilizzante e contemporaneamente mostre, racconti e fotografie. Immagina che casino! Ho avuto la fortuna di avere vecchi professori legati ad una formazione ‘classica’ e ‘tradizionale’; allora pensavo fossero delle cariatidi, invece mi stavano dando le basi forti su cui ho costruito e costruisco il mio lavoro.

La tua collezione ideale?

Uff! La mia collezione ideale: da un lato tutti gli artisti che hanno lavorato col monocromo tra il 1955-1965, da Malevich, Klein, Castellani, Bonalumi, Manzoni, Rainer e la ‘divinità’, Lucio Fontana. Sono affascinato enormemente da tutto ciò che è monocromo, un unico colore, il senza immagine per eccellenza, l’azzeramento dell’informale, una tabula rasa ricchissima, piena di cose. Lo trovo straordinario, è la mia zona di riposo, la mia metafisica. Schizofrenia, dicevamo? Se da un lato colloco tutti quelli che hanno lavorato col monocromo, dall’altro lato invece scelgo due sezioni dedicate all’immagine, con due artisti che reputo straordinari: due sezioni con due personalità, secondo me geniali, che dividono il XX secolo, e che sono l’intoccabile Giorgio De Chirico e Andy Warhol. Warhol è geniale perché è stato il primo a rileggere De Chirico come andava letto. Dunque il Warhol sfacciatamente mediatico di Car Crash, Tuna Fish, Sedia Elettrica e De Chirico nella stessa stanza (Warhol fece una mostra dal titolo Warhol versus De Chirico e disse: «De Chirico è stato il primo a replicare i quadri di se stesso. Lo ha fatto molto prima di me ed è il primo che ha capito veramente cos’è la comunicazione»). Aggiungerei nelle mie stanze ideali un’ampia collezione di fotografie con, ovviamente, tutto il ‘900, dove spiccano una fotografa che ultimamente mi interessa molto, Sharon Lockhart, e le bellissime foto di un amico caro, Silvio Girardi.

E la tua tesi di laurea?

Su Alberto Savino naturalmente, fratello di De Chirico! Era pittore, scrittore, faceva radio, lavorava per il cinema, è stato paragonato ad una ‘centrale operativa’. Un maestro inarrivabile e un ironico quanto ottimo compagno di strada. (sorride).

La tua città ideale?

Ci sono solo due città in cui io posso vivere, lo racconto spesso ma nessuno ci crede. Sono la stessa cosa centinaia di anni dopo, passato e futuro di una stessa anima: Venezia e New York. Sono le due città in cui essenzialmente sono cresciuto. Abito a Venezia da quando ho 17 anni e New York è dove ho studiato. Due isole costruite completamente in modo artificiale. Sono state, o sono ancora, lo specchio proprio dell’avidità, del commercio, dell’artificio, dell’architettura del mostrare la ricchezza, sempre più in alto, sempre più grandi. Molto legate entrambe al concetto d’arte ed architettura, vedi i palazzi sul Canal Grande, vedi i palazzi sulla 5° Strada, e sono due città che stanno sull’acqua e che dall’acqua hanno avuto la loro fortuna. Io non potrei vivere in una città distante dall’acqua. Sono le due città più ‘artificiali’ che io conosca, il resto è, appunto, Disney World. La fuga? La Sicilia e l’Egitto.
 

di Mariachiara Marzari
:venews gennaio 2006

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