Intervista a Marco Balich

8-feb-2008

Inutile dire che c’è finalmente grande attesa per il futuro dei grandi eventi turistico-culturali veneziani. Un’attesa che non si respirava da anni, da quando la città ha smesso di mirare alto scegliendo vie autarchiche, crepuscolari per usare un aulico eufemismo.

Venezia, ingaggiando Marco Balich (per chi non lo sapesse direttore artistico, tra le altre cose, delle cerimonie inaugurale e di chiusura delle Olimpiadi invernali di Torino), è un po’ come una nobile equipe calcistica decaduta che in un attimo di rinculo di autocoscienza scommette di nuovo su un asso di peso.
Una scelta che dovrebbe essere normale e che assume oggi invece i contorni della straordinarietà.

Abbiamo incontrato il nostro a pochi giorni dal via della kermesse multicolore per capire un po’ di più che cosa gironzoli per la testa di un sicuro protagonista dell’entertainment italiano.
Sperando che non confermi la triste teoria che anche i migliori qui in laguna toppano. Calatrava docet.
Che le corna e il ferro lo assistano.

 

Venezia andata e ritorno.
Prima di ogni altra considerazione, a livello emotivo che cosa provi nel ritrovare la tua città sul tuo terreno di lavoro?
 

Innanzitutto devo dire che sono davvero felice di impegnarmi per questa bellissima città, sia perché è la mia città e in quanto tale la sento da sempre, sia perché è entusiasmante cercare di fare un lavoro contemporaneo come lo show-business in un luogo che sembra scaturire direttamente dal Settecento.
In questo senso, quella che mi è capitata è proprio una magnifica opportunità.
Ritornando ‘a casa’ ho trovato una città molto strana, che ragiona su due piani: uno mondiale, degno della fama di un palcoscenico internazionale quale essa rappresenta; l’altro, diciamo così, locale, che è davvero molto irritante: un continuo malumore, una mancanza di entusiasmo, un brontolio che coincide con una certa sciatta rassegnazione a non si sa bene che cosa.
Tutti elementi, secondo me, figli di una città di 70mila abitanti viziata dalla storica eccellenza degli eventi che in essa prendono forma.
Mi riferisco a vette altissime di incroci, di visibilità, di frequentazione, come possono essere la Biennale Cinema, la Biennale Arte, la Regata Storica, la Festa del Redentore e, naturalmente, il Carnevale.
Una storia che intossica se non vissuta con energia attuale, contemporanea.

 

Che differenze noti tra l’esperienza che stai vivendo qui e quella maturata, per esempio, a Torino, che pure essendo una città italiana è una realtà totalmente diversa dalla nostra?
E a tuo avviso come viene percepita Venezia dall’esterno, anche a livello internazionale?

 

Ogni mondo è paese. Quando sono andato a Torino a produrre le cerimonie olimpiche mi hanno definito “il veneziano che viene a rubare i soldi a Torino”: sembra quasi che la mia sia una specie di missione da novello Arsenio Lupin dello spettacolo…
In realtà quest’aspetto direi becero e molto miope, molto piccolo di chi scrive, di chi dà adito a queste illazioni o di chi le pensa è direttamente proporzionale alla lungimiranza di chi glielo fa pensare e scrivere. Anche a Torino l’approccio è stato simile, ma in breve tempo si è capita l’energia, l’ambizione, la voglia che io avevo di dare un contributo reale e costruttivo alla città.
Una volta partita l’inaugurazione, infatti, Torino ha sposato i miei input e si è aperta, come un fiore bello quale è in questo momento.
Quindi è vero che ovunque si vada c’è sempre una forma di diffidenza iniziale; a me un po’ dispiace vederla qui nella mia città, soprattutto quando nasce e scaturisce da persone di bassissimo profilo, che non capiscono che io sono veneziano tanto quanto loro e che non esiste un ente superiore che dia il patentino di ‘venezianità’.
Ciò che davvero conta, dal mio punto di vista, è porsi in maniera onesta e sentire di appartenere a un luogo. Credo di aver sempre agito nel rispetto di questa città, continuerò a farlo e mi muoverò nell’interesse di quello che io penso sia il bene di Venezia, almeno fino a che me lo permetteranno.
Penso di avere assolutamente gli strumenti per riuscire ad introdurre un colpo d’ala, una leva energetica che in qualche modo rompa gli schemi dati e scardini determinati meccanismi ed equilibri incrostati.
Venezia, vista da fuori, è una città stupenda, meravigliosa e sono tutti molto poco interessati alle micro-baruffe chioggiotte che ci sono qui e che, all’estero, suscitano unicamente mero e sano stupore.
Sono convinto che, al mondo, non ci sia qualcuno che direbbe di no a Venezia; nessun grande regista, da Spielberg al team del Cirque du Soleil a Bob Wilson, rinuncerebbe a realizzare un evento a Venezia.
Il solo limite della città è che, pur rendendo i suoi potenziali interlocutori ‘parti attive’ in termini progettuali, non ha, al suo interno, energie creative né artistiche sufficienti alla propria autonomia.
Venezia è una città che deve aprirsi, questa è la sua funzione: mischiare. I
l simbolo perfetto di quanto affermo è la Basilica di San Marco, che è fatta di pezzi prelevati da ogni parte del pianeta; una reale fusione di stili e culture che la rende così bella e speciale.
È esattamente questo che deve avvenire all’interno dell’Agenzia degli Eventi.
Certo, non si può non tener conto della politica, che è sempre una ‘brutta bestia’ perché, basandosi sul pubblico consenso, è, in qualche modo, vincolata e vincolante. Fortunatamente qui c’è un sindaco che non si lascia eccessivamente condizionare da dinamiche di questo tipo e quindi vola più alto della media dei politici locali e non.
In questo senso Cacciari è un ottimo esempio, un modello virtuoso per quello che potrebbe essere uno sviluppo futuro.
È indispensabile imparare a non farsi travolgere dai micro-dispetti e sospetti a cui siamo sin troppo abituati. Io viaggio molto, tra Milano e varie altre città piccole e grandi.
Quando giunge il momento di controllare la rassegna stampa, chiedo espressamente di non ricevere materiale se, in esso, si riferisce di una qualche polemica locale, perché trovo sia un gioco piuttosto sterile e totalmente inutile.
In compenso, mi consola molto sapere che per l’evento di Capodanno, per esempio, abbiamo avuto davvero tanto spazio in Australia, nelle Filippine, nelle televisioni di tutto il mondo, in Sudafrica, in Cile, sui giornali canadesi…
Da qualche altra parte del mondo c’è insomma qualcuno che dice: «Caspita, in quella città meravigliosa, questa idea del bacio è davvero bella!» e questo, per me, conta molto più che cercare di comprendere quale strategia sottenda le polemiche da cortile, o interessarmi di quanto sia stato detto pro o contro il sindaco, pro o contro la municipalità.
Ritengo si tratti solo di beghe messe in atto da gente che, tutto sommato, si dimostra poco interessata al destino di questa città e, di conseguenza, di questa nuova agenzia deputata al rilancio culturale della città stessa.

 

La scelta di affidare a te questo incarico è stata letta come un approccio strettamente legato alla necessità di un’apertura della città verso l’esterno.
Data la tua esperienza nel settore, apparirebbe dunque un’assegnazione logica, quasi dovuta, ma considerando lo stato attuale di Venezia, essa risulta in realtà sorprendente e coraggiosa.
Può anche darsi che sia in atto una piccola rivoluzione, ma essendo la città governata dalle stesse persone di ieri hai preso in considerazione i potenziali ostacoli che potresti incontrare?

Quali sono i rischi maggiori che puoi intravedere in questo cammino?

 

Questa è una domanda molto complessa e io forse non ho ancora la conoscenza sufficiente del contesto per inquadrare in maniera plastica il ‘percorso’ che mi aspetta in tutte le sue implicazioni.
Quello che posso dire è questo: la scelta è stata fatta in modo molto chiaro, molto limpido.
Inoltre, nonostante l’esiguità del tempo a disposizione, non mi sono state fatte pressioni di alcun tipo, mi è stata lasciata ampia libertà di movimento da parte di tutti: Pizzigati, Carlo Pagan, il sindaco, il capo di gabinetto, il gruppo di marketing del gabinetto del sindaco…
Il supporto e la tensione a far bene che hanno accompagnato questo frenetico mese di lavoro erano palpabili.
Io non so se definirmi ‘di rottura’. Non ritengo di aver fatto cose che abbiano un passato controverso, se non vent’anni fa; anzi, ultimamente ho costruito eventi che hanno combinato una grandissima fruibilità internazionale insieme a una ‘semplicità’ relativa a contenuti profondamente sentiti nel nostro territorio, ma proposti in una forma che li rende speciali per ciò che rappresentano.
Per concludere la risposta ritornando all’incipit della domanda, aggiungo che le scelte vengono fatte in relazione alle priorità che si hanno, procedendo in modo simile a quello che ci guida quando diamo identità ad uno spazio intimo, ‘nostro’: si decide solo alla fine quale quadro appendere a una parete del salotto; prima si rifiniscono i pavimenti, si comprano i divani, si appendono le tende alle finestre…

 

La decisione di mettere in piedi un’Agenzia degli Eventi da parte delle istituzioni sembra essere un po’ ‘figlia degli eventi’, una sorta di percorso obbligato, indispensabile per evitare di ricadere nei soliti errori.
Ci riferiamo, per esempio, a come è stato gestito negli ultimi dieci-quindici anni il ‘fenomeno- Carnevale’, sempre in emergenza, in affanno per mille e uno motivi. Tu cosa ne pensi?

 

A dire il vero l’affanno c’è in qualsiasi struttura statale, e si estende ad ogni suo settore.
Però va sottolineato che l’ambizione che alberga nel Casinò e in Comune, che ha mosso verso la scelta dell’Agenzia, è assolutamente forte, di alto livello e a prescindere dalle appartenenze politiche.
Io ho accettato l’incarico proprio quando ho toccato con mano l’impegno e la serietà che queste strutture hanno messo in campo.
È un’ambizione che, nonostante le difficoltà, va assecondata e accompagnata, perché farà benissimo a Venezia.
Non so se sarò l’uomo giusto, ma sento di essere in grado, anche in soli tre anni, di aprire molte porte, molte finestre, credo che farò circolare molta aria. Non mi pongo neppure il problema del tempo a disposizione.
Vorrei solo usare la mia ‘credibilità’ e estenderla a scenografi, musicisti, professionisti che possano ricoprire i ruoli chiave dello show-business, per avviare insieme un processo che evidentemente, da un punto di vista economico, non avrei modo di supportare da solo.
Sicuramente la giunta, il sindaco, il gabinetto, il Casinò si sono presi dei rischi, ma credo fossero calcolati.
È un po’ come nel calcio: portando un calciatore proveniente da un’altra squadra nella tua, devi assestare meccanismi ed equilibri, quindi un margine di rischio c’è, ovviamente.
Ma, dall’altra parte, speri che, in breve, sia proprio la qualità di questo giocatore a far crescere la squadra e a creare la situazione ideale per lavorare insieme e bene.

 

Dal Capodanno Love fino all’entrante Carnevale Sensation, è sembrato sia prevalsa un’operazione di comunicazione più che un lavoro forte sui contenuti, probabilmente anche per i tempi ristretti di programmazione.
Al di là della contingenza, non credi che già dal prossimo anno le due strade debbano equilibrarsi, così da tenere alta l’esposizione mediatica ma, al contempo, proporre contenuti di livello internazionale? Come credi si evolveranno, in questo senso, gli eventi?

 

Innanzitutto io sto lavorando in prospettiva. Di lavorare sull’oggi non mi importa nulla.
Stiamo erigendo un ponte che porterà questa Agenzia degli Eventi ad essere un player molto forte all’interno dello show-business internazionale.
Mentre un ponte è in fase di costruzione, si può giudicare quello che è immediatamente visibile, cioè l’impalcatura o, al massimo, i bei cartelloni promozionali che magnificano ciò che verrà, per poter dire «è una bella impalcatura, però non c’è niente dentro».
Indubbiamente, allo stato attuale, c’è molto poco e quel poco è già un miracolo, avendo noi cominciato a lavorare al Capodanno il 12 dicembre e il 21 dicembre al Carnevale, meno di un mese fa, con il Natale di mezzo.
La priorità era mettere ordine, dare una cornice di sviluppo guidato dell’evento-Carnevale e dell’evento-Capodanno.
E questo obbiettivo l’abbiamo assolutamente centrato, sia con il format Venezia Love, sia con Sensation, specie in relazione all’innovativa distribuzione degli appuntamenti e al decentramento, rispetto a Piazza San Marco, del Carnevale.
Visto che, al mio arrivo, già oltre il 50% delle iniziative era da considerarsi opzionato dai vari enti in campo, io mi sono limitato a cercare di allocare quello che c’era. Per rimanere alla metafora calcistica, è chiaro, ad esempio, che un tecnico che arrivi ad allenare una formazione a gennaio, si misurerà davvero con la ‘sua’ squadra quando farà la campagna acquisti estiva, non certo nella seconda metà di una stagione già in corso.
Voi, in modo gentile, dite di intuire una certa debolezza di contenuti in queste mie proposte e io trovo che sia assolutamente vero.
Però è come se avessimo scritto l’introduzione a un romanzo, in attesa del quale va letta la premessa che ho dato.
In un mese ho potuto fare solo una bellissima copertina e stabilire la linea della collana che faremo, non siamo nemmeno al primo capitolo.
Ciononostante, già nel ristretto arco temporale che ci è stato concesso, abbiamo introdotto alcune chicche significative; un Carnevale al buio, per esempio, è una cosa che non si è mai vista al mondo!

 

Quali sono le linee di forza del programma e qual è la tua vera sfida?
 

Sperare di vedere i sestieri sposare questo concetto e portarlo avanti. Questa è la vera sfida.
Vedere il territorio di Mestre appropriarsi con grande vigore dell’evento-musica, con concerti, raves, happening: mi piacerebbe molto che Marghera e Mestre divenissero l’odierna Brooklyn di Venezia- Manhattan!
Finché non sogniamo, ci aggrappiamo tutti al micro.
Brooklyn, vent’anni fa, era il Bronx. Anzi, era più difficile del Bronx. Adesso ci sono dei loft da urlo, attività che brulicano in ogni dove, energia da vendere.
Non ditemi che uno spazio post-industriale come Porto Marghera non possa avere le potenzialità di Brooklyn. Eccome se ce le ha! Bisogna crederci però.
In Germania o in Inghilterra o in Spagna Marghera sarebbe già come Brooklyn.
Figuriamoci, loft che guardano Venezia: si venderebbero a 5mila euro a metro quadro!
Insomma, sognare fa parte del nostro lavoro.
Se non lo si facesse, non si riuscirebbe a scrivere, a proporre, a pensare a… Sensation.
L’unica preoccupazione viceversa sarebbe come riuscire a essere diligentemente ossequiosi e aderenti ai dettami di Goldoni, della Serenissima Repubblica, di Orso Partecipazio e di quant’altro il nostro grande passato abbia scritto.

 

A proposito, la relazione con la tradizione come te la sei posta?
 

La tradizione è uno degli aspetti che il Carnevale di Venezia deve mantenere saldo, ma non può essere l’unico. Voglio che ci siano tradizione, energia, allegria, danza, musica, feste, concerti…
È una città di persone anziane, ‘imbevute’ di tradizione.
La sfida sta nel rileggere in modo super-contemporaneo e futuribile ciò e quanto essa pone e ci lascia in eredità.
È per questo che il Carnevale di Venezia è assolutamente speciale. Qualsiasi altro Carnevale, in giro per il mondo, non avrà mai lo stesso passo che ha quello di Venezia.
Pensiamo alla Fiat 500: la grande ‘invenzione’ risiede nel fatto che si tratta di un’auto che ha tutto l’appeal del vecchio pur essendo un mezzo assolutamente contemporaneo.
Per quanto sia banale il paragone, per Venezia è un’operazione di questo tipo che dobbiamo fare: un restyling serio.
Stiamo parlando in un chiostro del Cinquecento, vengo da una riunione che si è tenuta in un palazzo del Seicento, eppure io sono un uomo di oggi e anche voi mi sembrate assolutamente di oggi!

 

Hai un concept a cui ti ispiri? Qual è, insomma, il tuo spettacolo perfetto e quali sono gli ingredienti e le dosi giuste per realizzarlo?

 

La mia ambizione personale è fare uno spettacolo a Las Vegas, ma di contenuti profondamente italiani.
E quando parlo di Las Vegas, parlo del palcoscenico più sofisticato e importante al mondo per chi fa spettacoli come il mio, cioè ‘di massa’, senza la parola, inventati ex novo, di grande fascino emotivo e che devono lasciare al fruitore una specie di onda o fremito sensoriale molto forte.
L’evento perfetto è quello che devo ancora fare, ovvio!
Sicuramente è quello che, emotivamente, ti colpisce in qualsivoglia modo.
Si può anche mettere in scena Shakespeare in modo profondamente umano, o profondamente noioso, così come può accadere per un concerto pop, ma se si colpisce, se si ‘buca’ emotivamente, il resto viene da sé. Ciò di cui si occupa un’Agenzia degli Eventi è un’area nuova, che fa i conti con molta più tecnologia e che, rispetto ad altre, tradizionali e ben sovvenzionate arti, è molto più fresca e si consuma nel momento in cui si produce.

 

di Mariachiara Marzari e Massimo Bran | :venews

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