Incontro con Luana Zanella

Apr-1-2008

Per la cultura veneziana, intesa come amministrazione comunale dei processi e progetti culturali, sono stati e saranno mesi importanti. Non fosse altro che per l’imminente ‘trasferimento’ dei Musei Civici in una nuova fondazione diretta dall’ex assessore Parenzo, in cui naturalmente il Comune avrà ancora una sua voce diretta.
Ma poi anche per il rilancio già consolidato del Candiani, la riorganizzazione del settore degli eventi dello spettacolo, l’ottimizzazione della rete dei teatri.
Il tutto con la definizione di una linea culturale con una direzione precisa, quella dell’apertura ai paesi europei d’Oriente, in un “incrocio di civiltà” che già dallo scorso Carnevale con la Romania ha prodotto i suoi primi, fruttuosi esiti.

Insomma, era maturo il tempo per incontrare chi poi sta ponendo la firma su questa riarticolazione e ridefinizione dei percorsi culturali dell’Amministrazione, ossia l’Assessora Luana Zanella. Con la quale abbiamo cercato di ‘leggere’ presente e divenire di processi in pieno corso.

 

 
Già con il Carnevale dedicato alla Romania avete espresso a chiare lettere la vostra vocazione, se così si può dire, ‘internazionalista’, che è cosa ben diversa dalla cifra internazionale in senso turistico della città. Quali sono le ragioni di questa urgenza?

 

L’urgenza nasce dalla necessità di partire dalle risorse che esistono sul nostro territorio, che sono molte e che spesso vengono sottovalutate e talvolta addirittura sprecate, nonché di avvantaggiarsi della natura originaria e costitutiva di Venezia, ossia una città con una pregnanza simbolica straordinaria, un luogo conosciuto in tutto il mondo, che viene anche utilizzato per lanci di iniziative e messaggi di vario genere, da quelli meramente ‘commerciali’ a quelli, invece, culturalmente rilevanti.
Venezia ospita istituzioni di valenza nazionale e internazionale, a partire dalla Biennale, una città in cui si svolgono eventi che fanno parte della storia culturale d’Italia, come la Mostra del Cinema del Lido; quindi è fondamentale partire da quello che c’è per poi costruire e sviluppare una politica culturale seria e articolata, così come tenta di fare il Comune. Il quale, ovviamente, non può che essere al servizio dei suoi cittadini, di un’utenza che non coincide necessariamente con quella presente a Venezia in veste turistica e di cui si occupano, per l’appunto, tante istituzioni, vedi in primis l’Agenzia degli Eventi.
È necessario muoversi concretamente, cercando di elaborare una strategia che tenga in considerazione le tante leve che abbiamo a nostra disposizione.
Il Carnevale, ad esempio, è stata un’occasione di verifica delle possibilità di mettere a frutto i nostri rapporti e i nostri progetti, come ad esempio quello di “Venezia Porta dell’Est” e, di conseguenza, tutte le relazioni costruite in tale direzione in questi anni.
Anche in questo caso, il processo è stato messo in atto non solo di concerto con gli operatori attivi in città, ma anche e soprattutto con le istituzioni culturali d’oltre Adriatico, in particolare dei paesi recentemente entrati in Europa, tutti accomunati dalla volontà di puntare su Venezia per ripensare una propria presenza in Italia e nel continente.
Abbiamo messo in moto le nostre reti con la Romania, cercando di inaugurare un nuovo percorso di collaborazione culturale, approfittando dell’evento per così dire ‘effimero’ del Carnevale, creando una politica di cooperazione che faccia sì che queste iniziative si radichino, si trasformino in processi produttivi in ambito culturale, favorendo scambi tra professionisti dello spettacolo e della cultura, studenti, ricercatori.
L’apertura al mondo avviene anche sfruttando l’‘indole’ internazionale di Venezia, che di certo rappresenta per noi una fortuna, ma che non va valorizzata esclusivamente rivolgendosi al turismo mordi e fuggi, ripercorrendo vecchi schemi, anche perché noi, sempre di più, dovremo contenere flussi di questo tipo, che hanno un impatto devastante, invasivo ed erosivo delle risorse, in particolare di quelle più preziose, ossia il nostro patrimonio culturale.
Ci dovremo infatti orientare verso una politica capace di rendere il turismo sempre più compatibile, pur continuando a considerare questo settore per quello che è, ossia la grande industria nazionale del presente.

 

«Incroci di Civiltà», il convegno internazionale svoltosi in questi giorni alla VIU e che ha visto ben sei incontri con autori internazionali sul tema letteratura-diritti umani in sei sedi distinte tra Venezia e Mestre, quindi uscendo dal recinto universitario con una sorta di tour letterario a contatto diretto con il pubblico, sembra un po’ la fotografia della ‘visione’, della progettualità del suo assessorato. È così?

 

Ci sono tesori quasi nascosti: le attività che si svolgono all’interno delle università, come questo incontro di letteratura, che è un vero gioiello di rilevanza internazionale e del quale anche a livello nazionale, per fortuna, la stampa sta parlando, sono importantissime.
«Incroci di Civiltà» ci dà l’occasione di incontrare i più grandi scrittori di lingua inglese viventi (che guarda caso sono soprattutto scrittrici provenienti da culture e paesi colonizzati dalle potenze europee, connotate da una doppia identità intrecciata che trova una sua compiuta definizione emancipata proprio nella declinazione al femminile); alcuni notissimi (Anita e Kiran Desai, Linton Kwesi Johnson, Alexis Wright…) altri che di sicuro lo saranno a breve (Cristina Ubax Ali Farah, Gabriella Ghermandi…).
Abbiamo la possibilità di conoscerli, di interloquire con loro, cosa non da tutti i giorni: è un evento straordinario che sarebbe potuto rimanere chiuso all’interno delle pur prestigiosissime mura universitarie, in uno stato di alto isolamento disciplinare un po’ autoreferenziale.
I nostri sforzi, invece, sono andati nella direzione opposta, avviando una collaborazione con Ca’ Foscari in senso prospettico (è previsto anche, in tal senso, un protocollo d’intesa con l’università), in modo che «Incroci di Civiltà» possa divenire un contenitore che abbia una cadenza annuale a Venezia, sorta di festival dedicato alla letteratura, alla poesia, aperto a ulteriori apporti creativi e che, nel corso dell’anno, possa anche animarsi di attività concordate di momenti magari meno eclatanti, ma significativi e destinati a durare nel tempo.
Si parla tanto di fare sistema; qui almeno si tenta di mettere in sinergia alcuni interventi istituzionali.

 

Anche il suo Assessorato soffre di questa complessità esagerata della città.

Due universi urbani diversissimi, con la dimensione turistica ad alterare le strategie normali della politica culturale di una città normale di 300.000 abitanti. Da un lato il polo museale, dall’altro il resto del mondo, con naturalmente uno sbilanciamento inevitabile delle risorse verso il primo. Un trend simile alle altre grandi città d’arte, peraltro.

Come vede allora in questo senso per il futuro della cultura in città in chiave articolata lo scorporo dei Musei Civici in una nuova Fondazione indipendente dall’Assessorato?

Crede sarà motivo di uno sviluppo migliore, oltre che per i Musei stessi, anche per gli altri settori culturali della città?

 

Ciò che sta nascendo è una Fondazione pubblica, strumento dell’amministrazione che rilancia il lavoro egregio effettuato sin qui dai Musei Civici.
È una sfida, una scommessa forte, di altissima valenza culturale: si tratta di rendere maggiormente dinamico il sistema museale che ha in carico un patrimonio artistico unico al mondo.
Ci sono alcuni punti di criticità. Benché ci sia una notevole affluenza, ad esempio, a Palazzo Ducale (che di per sé costituisce un polo di attrazione unico), abbiamo musei molto importanti e interessanti che, viceversa, sono meno visitati e, soprattutto, non hanno alle spalle la strategia di sviluppo culturale che meriterebbero.
In casi come questi, la Fondazione potrà, in quanto strumento dell’amministrazione, rappresentare quella modalità organizzativa che rilancia, rinnova e dà la possibilità di un turn over più veloce, più attento alle professionalità in campo.
Sarà una fondazione che avrà in sé un comitato scientifico composto da personalità di rilevanza internazionale accanto ai direttori dei musei, affinché questo pool possa essere propositivo, creativo e in grado di ottenere i migliori risultati.
Per quel che riguarda i restanti settori della cultura, posso dire che io stessa mi dedicherò a ripensare complessivamente a come orientare determinati ambiti.
Va riorganizzato il rapporto tra le attività di Venezia e quelle della Terraferma, cercando come peraltro abbiamo già cominciato a fare, di rinnovare il più possibile una modalità organizzativa e gestionale che è rimasta forse un po’ troppo ‘statica’ in questi anni.

 

A parte i Musei, di cui si è appena detto, comunque sia Venezia paga lo scotto ulteriore di essere due città in una. In questo senso anche i vostri settori risultano frammentati, forse anche per ragioni comprensibili di gestionalità. Cultura e spettacolo in centro storico, i teatri a Mestre, il Candiani come mondo indipendente, il Cinema, anch’esso settore a sé.
Un’articolazione frammentata figlia dei percorsi storici peculiari di questa città, che esprimono probabilmente anche una propria vitalità, certo è che non dev’essere una passeggiata concepire politiche coordinate con tutti questi centri gestionali. Qual è la sua idea a riguardo e quali i suoi progetti conseguenti? 

 

Trovo che anche questo sia un aspetto affascinante della nostra città, che può avere il massimo della modernità o del postmoderno accanto al massimo della tradizione, a livelli eccellenti.
Per esempio, parlando di teatro, abbiamo concepito il settore in modo da costruire un sistema dei teatri comunali che a Mestre ha il proprio perno nel Toniolo e a Venezia nel Teatro Fondamenta Nuove, ma che si avvantaggia di altre ‘scene’ come l’Ex Gil, l’Aurora a Marghera, lo Junghans, ognuno con una propria identità e orientamento specifici.
Abbiamo anche rafforzato e reso maggiormente ‘virtuoso’ il rapporto con il Teatro Stabile Goldoni e la Fenice. Intendiamo procedere in questo senso e collaborare al meglio e con maggiore continuità con la Biennale stessa. Stiamo costruendo, quindi, una rete di cui una parte importante dipende direttamente dal Comune; una via che ci permette di costruire un’efficace politica di complementarietà e di integrazione, fornendo una risposta articolata a una realtà complessa dal punto di vista del pubblico e delle attese, che vengono soddisfatti da una vasta e variegata offerta.
Si ottiene anche, così, un continuo rinnovamento, perché si vive sempre di più in un confronto sia con chi assiste agli spettacoli, sia con chi incarna questa offerta culturale: le compagnie, i responsabili dei teatri, i protagonisti con cui abbiamo rapporti costanti, ma anche i collaboratori estemporanei.
Una parte molto importante che andrebbe sviluppata ulteriormente è il rapporto con i giovani.
Da qui lo sforzo per cercare di sostenere la scommessa di alcune compagnie teatrali che vogliono precisare meglio l’offerta dal punto di vista della formazione dei giovani artisti.
Anche lì il Comune non può supplire a una competenza che dovrebbe essere in capo alla Provincia e soprattutto alla Regione; tuttavia noi offriremo spazi e collaborazione affinché queste compagnie possano davvero trasformarsi in una sorta di ‘accademia teatrale’.
Sempre sul fronte giovanile da segnalare l’esperienza dei Magazzini del Sale, che sta andando molto bene, nonché l’attesa per la grande apertura-collaborazione con l’Arsenale: in maggio organizzeremo la mostra dei Refusées, dove un centinaio di artisti che hanno presentato i propri lavori alla Bevilacqua La Masa, con la quale collaboriamo a questo progetto, potranno presentare le proprie opere al pubblico e avere un’occasione per ragionare sulle forme contemporanee dell’arte da parte di chi si misura con esse.

 

Atomizzazione/accentramento è la costante dicotomia su cui si dibatte nella gestione dei vari settori della società. Anche nella cultura qui in città si sono sempre privilegiate le valorizzazioni ‘molecolari’, convinti della necessità di far emergere la vitalità associativa più che un lavoro targato dall’alto.
Non crede però che oggi la città soffra paradossalmente di scarsità di una riconoscibilità centrale, con un’immagine figlia di sedi ed eventi di sintesi forte, che dia poi luce ai satelliti?

 

Lo sforzo che stiamo facendo come amministrazione è da una parte di sostenere la vita associativa culturale dai tratti vivaci e compositi, dall’altra cercare di consolidare i progetti di maggior qualità e forza.
È la funzione, per esempio, del Candiani, contenitore all’interno del quale non soltanto le associazioni sono protagoniste, ma dove si rafforzano e stabilizzano eventi e iniziative che diventano parte della programmazione ricorrente, concorrendo a fornire un’identità riconoscibile e forte al centro culturale e alla città stessa.
Così come la Galleria Contemporaneo, che sta diventando uno dei luoghi della ricerca artistica, dell’arte contemporanea soprattutto dei giovani e, quindi, un riferimento che va sicuramente al di là dei confini comunali. O la Biblioteca Civica, dove si svolge un’attività culturale intensa e articolata aperta anche ai ‘nuovi cittadini’.

 

Lei si sta ricandidando per la Camera nelle file della Sinistra Arcobaleno. Come ha convissuto sino ad oggi con il doppio ruolo di parlamentare e di Assessora e come intende porsi, in caso di rielezione, con questo duplice incarico?

 

Sicuramente questo doppio ruolo rappresenta una risorsa.
Credo che il fatto che la giunta avesse due parlamentari nella scorsa legislatura abbia portato indubbiamente alcuni vantaggi per la città e sia io che Fincato, ognuno per le proprie competenze, abbiamo cercato di lavorare non solo per Venezia, ma anche per il territorio circostante, per il Veneto tutto, che a livello nazionale, purtroppo, continua a essere sottorappresentato.
Poi, per quanto riguarda il futuro, aspettiamo i risultati delle elezioni, dopodiché cercheremo di muoverci nel modo più utile.
Parlamentare o no, un assessore del Comune di Venezia non può limitarsi ad avere soltanto una visione o un’attività a livello locale.
In questo senso il doppio incarico, che a prima vista potrebbe essere visto come un accumulo improprio, in realtà può rivelarsi strategico per ottenere maggiore attenzione nei centri di decisione del Paese.

 

di Massimo Bran | :venews
aprile 2008 

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