A tavola con la nobiltà veneziana
Nel Cinquecento, periodo di massimo splendore della Serenissima, la
grandezza della Repubblica di Venezia era ben visibile anche nelle
tavole della nobiltà. Lo splendore dei suoi banchetti e il lusso e
l'abbondanza della sua gastronomia sono ben descritti da Marin Sanudo,
lo storiografo ufficiale della Repubblica, e dai pittori che
riproducevano i fastosi costumi del loro tempo nelle tele con soggetti
sacri (si pensi alle Nozze di Cana o al Convito in casa di Levi del Veronese).
I banchetti che accompagnavano le feste mascherate o i balli a palazzi erano a dir poco pantagruelici: numerosi antipasti, cibi di pasta, minestre, ortaggi, bolliti, arrosti, frittate, pesce, insalate, soffritti, dolci, torte, frutta e molto altro...
Tutte le arti in quel periodo contribuivano ad aumentare le grandezza e maestosità delle mense veneziane: le lussuose tovaglie, le splendide e delicate coppe muranesi, i vasellami e le posate impreziosivano le tavole a cui sedevano dame e gentiluomini ricoperti di broccati, soprarizzi, pizzi e merletti. Gli sprechi erano così evidenti ed esagerati che la Serenissima decise di limitarli con l'emanazione di una serie di leggi.
In questo periodo Venezia detta al mondo europeo le leggi dell'arte, del gusto, del viver civile e della cucina. Si pensi che furono i nobili Veneziani i primi ad utilizzare la forchetta. Il primo utilizzo accertato risale al XI secolo da parte della principessa Teodora, figlia dell'imperatore bizantino Alessio e sposata al Doge Domenico Salvo, che soleva farsi tagliare il cibo dagli eunuchi e portarlo alla bocca con delle forchette d'oro. Quest'usanza, inizialmente osteggiata dalla popolazione, divenne nel Cinquecento una prassi abituale di tutti i veneziani, mentre tutti gli altri paesi ancora usavano le forchette solo per tenere ferme le pietanze da tagliare.
Una curiosità: in dialetto la forchetta viene chiamata piron, termine che indica la sua origine bizantina, dal verbo peirein (infilzare) e dal neogreco peironnion (forchetta).
Non dimentichiamoci poi che è sempre a Venezia che si parlò per la prima volta di caffé, quando l'ambasciatore a Costantinopoli descrisse questa bevanda nera che aveva la capacità di togliere la stanchezza e che di lì a poco sarebbe diventata un immancabile rituale per ogni italiano.
Bibliografia: Elio Zorzi “Osterie Veneziane” Filippi Editore Back
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It's common knowledge that Venice has for centuries been an authentic door of the interchange between the Far East and the West; this opens a series or arguments and a long walk backwards that plaits the history of art, religious gatherings and the presence of many communities in the city which enrich our culinary culture.
Fish farms, lakes, salt marshes and ghebi (small canals in the salt marshes), with their particular vegetation and variety of fauna, are a source of beauty that has not been yet evaluated as it should and that offers new perspectives of tourist development, away from the traditional itineraries and aimed to a sensible use of natural resources through mild and controlled intervention in respect of ecological balance and according to the knowledge and defence of the environment.
