I Doradori

I giovani lavoranti dovevano fare un periodo di apprendistato, che durava anche anni, con esame finale prima di aprire una bottega per proprio conto ed avere il titolo di maestro.
Le Corporazioni si estesero a tutti i campi di produzione artigianale creando una classe lavorativa altamente specializzata in grado di contrastare ogni concorrenza esterna.
La Dominante, che ovviamente non poteva contare sulla propria produzione agricola, aveva la necessità di portare ai massimi livelli la lavorazione dei manufatti per primeggiare su tutti i mercati europei.

Le cosiddette Arti Minori raggiunsero livelli di eleganze e raffinatezze notevoli soprattutto perché Venezia poteva contare su materie prime originalissime ed esclusive che arrivavano dall’Oriente attraverso la lunga Via della Seta percorsa da mercanti e carovanieri.
Ogni Arte possedeva un’insegna, (alcune preziosissime sono conservate al Museo Correr): tavole lignee su cui era dipinto il relativo mestiere con le proprie caratteristiche e gli strumenti usati per esercitarlo.
Niente era più indicato dell’uso dell’oro per celebrare i fasti della Serenissima.
L’oro del resto era molto diffuso nella ricca Bisanzio; era il mezzo perfetto per rappresentare la sacralità di un luogo, un oggetto, un tessuto e Venezia lo aveva sperimentato ben presto nei suoi migliaia di metri quadrati di mosaico della Basilica di San Marco.

I ‘Doradori’ usavano quindi la foglia d’oro zecchino (precedentemente preparata nella Scuola dei Tira-battioro che ancor oggi, con ben altre funzioni, si può visitare in quella deliziosa, elegante costruzione baroccheggiante che si trova a San Stae) al termine di numerose fasi di lavorazione, con impasti di gesso, argilla rossa, chiara d’uovo, colla di pesce a cui seguiva la fase di brunitura con pietra d’agata.
Essi applicavano la loro Arte a diversi ornamenti: dalle navi da parata, fra cui il dogale Bucintoro, ai cassoni, alle testiere di letti e baldacchini, agli armadi per reliquiari, cornici e soprattutto i soffitti di cui rimangono preziosissime testimonianze dell’oro associato ai colori della città che sono il rosso e l’azzurrro.
Pensiamo ai soffitti dell’antica Scuola di Carità (oggi inglobata nelle Gallerie dell’Accademia) o alla Scuola di San Rocco o soprattutto alla eccezionale decorazione delle sale di Palazzo Ducale.
L’opera dei ‘Doradori’ si diffuse ancor più capillarmente nel ‘700 quando andarono di moda le porte ed il mobile Rococo’ laccato e dorato, o le statue dei famosi ‘Mori’ con turbanti reggenti fruttiere o torce luminose o nelle parti lignee dei teatri.
Di ‘teatri’ Venezia ne contava moltissimi fra cui il gioiello della Fenice, eretto nella seconda metà del ‘700 su disegno di Giannantonio Selva.
La ricca decorazione a stucchi, intagli, pannelli del Teatro e delle Sale Apollinee destavano l’ammirazione del mondo per la loro preziosità e magnificenza.
I drammatici roghi di cui fu oggetto non hanno cancellato questo splendore reso immortale, come la vita della fenice medesima, dalle fedeli ricostruzioni.

Ancor oggi gli ornamenti dorati ci sorprendono, sono bellissimi, sono partecipi e protagonisti dello spettacolo stesso perché costituiscono il contesto più raffinato e speciale per accogliere l’arte e la musica eccelsa.
Di ‘Doradori’ ne son rimasti pochissimi: in campo San Stefano o accanto alla Ruga Giuffa a Santa Maria Formosa, ed è con grande rispetto che entriamo nelle loro Botteghe, a rubare con gli occhi i bagliori di una delle più antiche Arti e Mestieri della nostra città.


di Daniela Simionato-Putz 

Associazione Culturale Un amico a Venezia
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