Stranezze veneziane
Gondole, bricole, nizioleti, altane...andando a spasso per Venezia vi capiterà di incontrare molte stranezze e curiosità legate alle particolarità e alle tradizioni di una città che, per la sua particolare architettura e collocazione geografica, è unica al mondo. Scoprite alcune in questa piccola raccolta...
I Nizioleti
I toponimi di Venezia sono scritti su insegne chiamate in dialetto
nizioletti (piccole lenzuola). Oltre ad avere una funzione
d’orientamento spesso nascondono aneddoti sospesi tra leggenda e realtà
ed episodi storici che, alla maggior parte delle persone in visita,
solitamente sfuggono. Ne ricordiamo qualcuno:
Sotoportego del Casin dei Nobili – (Sestiere di Dorsoduro) Un tempo
sede di una sala da gioco aperta solo ai nobili, in cui le cortigiane
si prostituivano.
Ponte delle Maravegie – (Sestiere di Dorsoduro) La leggenda narra di
una famiglia dove vivevano sette sorelle di straordinaria bellezza.
Riva dei Sette Martiri – (Sestiere di Castello). Nel 1944 il comando
tedesco per rappresaglia fucilò sette uomini prelevati nel carcere di
Santa Maria Maggiore.
La Gondola
E' quasi il simbolo di Venezia da più di un millennio, la gondola
fungeva anticamente da collegamento tra vari punti della città, che
all'epoca aveva molti più canali e meno ponti. Elegante, silenziosa, un
tempo dotata di cabina “Felze”, oggi scoperta ma ancora dipinta di nero
come da antico decreto della Repubblica Serenissima (1633), si allunga
per 11 metri ed è leggermente asimmetrica e a fondo piatto, per
permettere al gondoliere di manovrarla usando un solo remo, navigando
anche su fondali molto bassi. Il remo appoggia ad un supporto dalla
forma caratteristica denominato fórcola che è sfilato dopo l'uso. Il
dolfin (ferro di prua), invece, bilancia l'imbarcazione e rappresenta i
sei sestieri di Venezia compresa la Giudecca, e il cappello del Doge.
Il ferro di poppa è detto rìsso (riccio). L'assemblaggio dei 280 pezzi
di legno di varie essenze che la compongono può richiedere anche un
anno.
Il Vaporetto
Nel 1881 il primo vaporetto "Regina Margherita", iniziò il suo servizio
a Venezia in occasione del "Congresso di Geografia". A tutt’oggi il
servizio per collegare le zone centrali e periferiche oltre che le
isole della laguna, è costituito dai vaporetti. Dall'aspetto molto
simile dei primi esemplari a vapore da cui prendono il soprannome, i
vaporetti costituiscono il mezzo di trasporto abituale dei Veneziani,
anche se molti spostamenti, conoscendo bene la città, sono rapidi a
piedi. Si consiglia un tour da un capo all'altro del Canal Grande con
la linea principale (n.1), la velocità e tale da consentire la visione
dei palazzi che, come per incanto, appaiono emergere dalle acque
all’incedere lento dell’imbarcazione.
Bricole e Paline
Sono pali fabbricati con un legno quasi indistruttibile, l’Acacia
“Robina” conficcati nel fondo della laguna, a volte singoli (palina) a
volte uniti a gruppi di tre o più (bricola) e servono per segnalare il
limite tra un canale navigabile e la secca. Dalla loro istituzione nel
1439 ad oggi nulla è cambiato, eccetto l'applicazione di un
catarifrangente e talvolta di una luce per la navigazione notturna.
Alcuni tipi di paline si trovano anche all'interno dei canali
cittadini, decorati un tempo con i simboli delle varie casate, ed hanno
la funzione di ormeggio.
Illuminazione
Un tempo, muoversi di notte a Venezia era piuttosto rischioso a causa
dell'oscurità. Oltre ai lumini ad olio, e ai cesendelli, disseminati in
molte parti della città, il governo autorizzò una nuova professione, i
"codega". Queste persone munite di lampade alimentate a grasso animale
da qui Codega=cotica di maiale, accompagnavano a pagamento di notte le
persone lungo la strada. Nel 1732 Venezia fu illuminata con 835 "ferai"
lampioni pubblici, mentre l’illuminazione elettrica arrivò a Venezia
nel 1887.
Campanili
Oltre a segnare le ore e a chiamare i fedeli alle funzioni religiose, i
campanili veneziani avevano anche la funzione di faro per le navi. Il
campanile di S. Marco, per esempio, era ricoperto di lamiere
riflettenti. Sopra i campanili, inoltre, erano appostate le "guardie
del fogo" per segnalare anzitempo gli incendi in città.
Camini
Sono circa 7000 i camini a Venezia (ma nel '500 erano ben 10.357).
Anticamente molti tetti delle case erano ricoperti di paglia tanto che
bastava una scintilla a provocare un incendio. Per questo motivo
vennero costruiti camini a "canna rovesciata" e a "tronco di cono" che,
con la loro particolare struttura, riuscivano ad ostacolare e a
raffreddare le faville. Molti camini erano anche variamente decorati e
dipinti.
Altane
Sono delle specie di terrazze in legno poste sopra i tetti, molto
caratteristiche. L'idea, presa quasi sicuramente dal mondo Orientale
era quella, in una Venezia stretta nelle sue calli spesso buie e umide,
di creare degli spazi per prendere il sole o stendere i panni.
Anticamente le giovani veneziane usavano schiarirsi i capelli nelle
loro altane con l'azione dei raggi solari, usando un cappello con un
buco al centro da cui fuoriusciva la chioma.
Le Maschere del Carnevale
La storia della maschera veneziana è antica e le prime tracce di
maschereri che combinavano assieme carta pesta, colla di farina, garze
e colori risalgono alla fine del 1200. A partire dalla seconda metà del
XVIII secolo si contavano 12 botteghe di maschere: poche in confronto
all'uso e all'abuso che ne era fatto. Nel 1600 il governo della
Repubblica, per contenere la moda in voga, proibì di indossare maschere
al di fuori del carnevale, nei luoghi di culto e oltre orari
prestabiliti. Nemmeno le prostitute e gli avventori dei casini potevano
mascherarsi.
La Bauta fu l'unica maschera ad essere “ tutelata dalla legge ” alla
stregua di chi la indossava. La maschera bianca, unisex, molto comune
tra i ceti più abbienti, assieme al tipico mantello e tricorno nero era
d'obbligo in certe cerimonie ufficiali e meno ufficiali, per mantenere
un anonimato legalizzato. Altre maschere tipiche sono la Moreta, la
misteriosa serva muta, "maschera delle donne", che era sostenuta un
bottoncino tenuto con la bocca, la Gnaga, a muso di gattina, una sorta
di travestitismo ante literam dei giovani veneziani, che imitavano
ridicolizzando o rendendo grottesco e volgare il sesso femminile, Lo
Zanni, contadino inurbato, outsider in città in cerca di lavoro e
pronto a tutto, da cui derivano le caratterizzazioni di Arlecchino e di
molte varianti regionali. Vestito di camicia e braghe larghe, un
borsellino, una mazza e un berretto floscio. La maschera di cuoio aveva
caratteristiche protuberanze, molto probabilmente in origine le corna
di un diavolaccio, Pantalone, maschera veneziana per eccellenza del
vecchio ricco e avaro, Fracanapa, l'anti-Pantalone, dalla parte della
plebe, che rispecchiava la visione della terraferma' e infine
Colombina, la servetta furba della commedia dell'arte.
Le Cortigiane
Il fenomeno delle Cortigiane ha caratterizzato per molti secoli il
folclore a Venezia. Città mercantile, tollerante e trasgressiva,
Venezia nel XVI secolo arrivò a censirne più di diecimila. A partire
dal 1300 il Governo della Serenissima istituì un vero e proprio
quartiere a luci rosse nelle vicinanze di Rialto, il solo in cui le
Cortigiane potessero abitare ed esercitare il meretricio. A volte in
questa zona le si poteva vedere affacciate alle finestre con il seno
scoperto. Famoso per questo spettacolo gratuito era il Ponte delle
Tette sul Rio Terà delle Carampane (sinonimo veneziano indicante
vecchia prostituta).
L’usanza di mostrare il seno, oltre ad assolvere
una funzione meramente commerciale fu imposta dal governo per
combattere il dilagare dell’omosessualità durante il cinquecento.
In quel periodo ogni settimana si riuniva il collegio dei deputati per
decidere la sorte dei colpevoli di sodomia, che spesso venivano
impiccati alle due colonne della piazzetta di S. Marco e bruciati. Il
comportamento delle cortigiane era regolato in modo ferreo dalla
Repubblica di Venezia. Non potevano frequentare le osterie e girare per
Venezia al di fuori del sabato, pena la frusta ed un’ammenda in denaro.
Le Cortigiane erano spesso persone influenti e carismatiche grazie alle
loro frequentazioni altolocate, la più famosa in tal senso fu di sicuro
Veronica Franco, di origini borghesi, nota oltre che per la sua
avvenenza, per i sonetti. Nel 1574 ricevette nel suo salotto Enrico di
Valois, figlio di Caterina De'Medici, in procinto di diventare Re di
Francia lasciando una testimonianza poetica dell’incontro.
