Biennale Venezia, cinema e non solo
La Mostra del Cinema chiude un anno tutto sommato felice per la Biennale. Nel complesso i risultati sono stati ottimi, con un’edizione di Arte di altissimo livello sia in termini di contenuti che di affluenza, con la Danza e il Teatro che hanno confermato le loro posizioni, con un coinvolgimento particolare del territorio per quanto riguarda il festival goldoniano di Scaparro, con una Biennale Musica che si preannuncia molto fertile sul terreno del futuro.
Non c’è dubbio, però, che l’esame-Cinema è sempre quello più delicato anche per la sua esposizione mediatica: è lì che si misura la tenuta o la crescita strutturale di questa articolatissima istituzione culturale.
Se dovessimo fermarci alle attese contenutistiche da un punto di vista artistico non potremmo che strofinarci gli occhi dalla goduria di tanto splendore, perché davvero quest’anno Venezia propone un cartellone straordinario di titoli e rassegne.
Più le si fa il funerale e più questa Mostra regala rinculi di vitalità.
Müller, giunto al suo quarto anno, ha dimostrato di essere davvero l’uomo giusto al posto giusto nel momento giusto; mai come ora, in una fase così delicata per il nostro festival, con la stupefacente invenzione di un’altra ‘festa’ a un mese di distanza nella capitale a insidiarne fratricidamente le sorti, ci sarebbe stato bisogno di un curatore-organizzatore di livello assoluto.
E Müller, forse con Barbera, ha dimostrato di essere il numero uno. Soprattutto per un fatto, ossia perché ha dimostrato che la concezione e la costruzione di un festival generalista di simile livello non si esaurisce nella mera e rigorosa selezione di autori che rinsaldino la cifra artistica storica della manifestazione, quanto in un’accurata raffigurazione di un ritratto che restituisca il variegatissimo insieme di fattori che costituiscono l’immagine complessiva del sistema-cinema.
In fondo scegliere ottimi autori per un direttore a Venezia non è una grande impresa, trova l’autostrada della storia che lo accompagna diritto alla meta.
È più difficile articolare ed evolvere i rapporti con l’industria, con i produttori, è più difficile scavare davvero nei mondi geografici più lontani senza limitarsi a pescare il nome sicuro, è più difficile fare della storia un terreno vivido di suggestione e di intreccio con il contemporaneo, facendo delle retrospettive il biglietto da visita dinamico del festival.
Dopo quattro anni, Marco Müller ha dimostrato che una macchina complessa come Venezia dev’essere mossa da un autentico regista che dia del tu a tutti i settori della settima arte.
In poche edizioni è riuscito a portare l’industria americana a rischiare i suoi costosissimi prodotti nella lotteria del concorso, che è la dimostrazione più viva della fiducia che il business cinematografico ha ancora e sempre di più per il festival lagunare.
Ecco, chi ci legge sa che noi spesso invochiamo uno scarto che quasi mai arriva in questa città immobile; in questo caso siamo di fronte a un’accelerazione, a un cambio di passo forte e reale.
Fossimo un paese un po’ più normale dormiremmo sonni tranquilli, certi che la nostra squadra non si farebbe scappare il suo fuoriclasse proprio mentre sta cercando di rilanciarsi per ribadire la sua supremazia nel futuro.
Sarebbe proprio questo il momento per scommettere davvero su una nuova pagina della storia della Mostra, con un nuovo palazzo da costruire alla svelta e con una nuova, più dinamica visione del contenitore festival del 2000, con attività permanenti e distribuite nell’anno, con un lavoro più assiduo con l’industria, col mercato e anche, naturalmente, con il territorio.
Müller l’ha fatto intendere a chiare lettere che non bastano le infrastrutture, seppur conditio sine qua non; accanto ad esse ci vuole una nuova aggressività, una nuova intraprendenza.
Noi crediamo che abbia le carte in regola per dettare a voce alta le sue condizioni per rimanere, forte dei risultati che sono lì a parlare per lui. Fossimo, ripeto, un paese normale non ci sarebbero dubbi e i bookmakers non accetterebbero più puntate.
Invece affrettatevi ai botteghini e scommettete, perché qui da noi tutto è possibile, anche l’improbabile più improbabile.
Del resto siamo riusciti a indebolire il più antico festival del mondo con una nostra nuova kermesse, perché stupirsi di una brusca interruzione di un percorso virtuoso?
Eppure non si finisce mai di sperare; siamo qui trepidanti in attesa di essere stupiti da una rassicurante ventata di normalità.
di Massimo Bran | :venews
settembre 2007
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