Spaghetti western

7-set-2007
Italian style Westerns
di F. D.S. | :venews

Spaghetti westernLa rivoluzione degli spaghetti western è stata quella di aver modificato radicalmente il modo di vedere un film: dalla visione classica, in cui il film è vettore narrativo, che racconta le storie solleticando la fantasia, il gusto dell'avventura, la piacevole sensazione di stare quasi partecipando a quanto accadeva sullo schermo, ad una visione rituale...


in cui il piacere legato alla narrazione di una storia è secondario rispetto alla fruizione del genere, all’ebbrezza che dà la condivisione delle regole e degli elementi che fondano l’appartenenza del prodotto ad un genere.
La visione diventa gesto d’amore per un genere, dichiarazione di appartenenza ad una comunità, non più esperienza mitica all’interno di uno sfondo storico.
Perché negli spaghetti western la Storia non esiste più, tutto è concentrato in un’abnorme quantità di dettagli, di primissimi piani, che ostruiscono la visione complessiva, e non è un caso che il canto del cigno del genere sia proprio il grande film storico di Sergio Leone, quel Giù la testa del 1971 che offre una dolorosa e pessimistica ricostruzione del senso della rivoluzione nel mondo.
Non ci sono più eroi, che attraversano le città o le terre per riportare la giustizia oppressa dal male: quel movimento dialettico classico del western USA (dalla pace al caos al ritrovamento della pace) non appartiene allo schema dello spaghetti western, dove tutto è immerso in un liquido amniotico fatto di cinismo, di assenza di motivazioni ideali, di trionfo del denaro, sia per i cattivi dichiarati che per i cosiddetti buoni che sono solo a-morali.
Entrare in uno spaghetti western è come entrare in un incubo, dove domina una psichedelica vocazione all’esasperazione dei sentimenti, alla maniacalità depressiva di comportamenti sempre uguali e diversi, a tempi dilatati dove tutto finisce dove è cominciato, ad un senso parossistico della morte che non riesce a farsi strumento di conoscenza e di diversità.
Lo spaghetti western è la risposta di un’Europa (o sarebbe meglio dire di un’Italia?) ruspante, tosta e in tiro non tanto e solo al tramonto del western classico USA (che in quegli anni stava comunque producendo i sommi Peckinpah e il grande indipendente Monte Hellman), ma alla scoperta di un modo eccitante di fare cinema: coniugando budget ristretti con visioni autoriali, declinazioni del genere con opere folgoranti, i caratteristi di Trastevere con le star internazionali, le locations laziali con le dune andaluse.
E cosa c’è di più italiano che mettere insieme con successo fantasia e catena di montaggio, ripetitività e genio, cinismo e passione?
Nello stesso decennio, il cinema italiano portava all’attenzione del mondo e alle casse dei cinematografi altri esempi di genere, dalla commedia all’italiana ai film mitologici all’horror ai poliziotteschi (senza dimenticare i musicarelli con Al Bano, Morandi e Little Tony).
Ma è proprio il genere a rivelare lo spettro della società, molto più di quanto potrebbero fare i capolavori.
Ed allora si può dire che lo spaghetti western sia stato un grande laboratorio di elaborazione di un rito funebre, dove sono state celebrate ironicamente tutte quelle forze e quelle visioni che qualche anno più tardi sarebbero state spazzate via dal movimento del ’68.
Ma queste visioni, queste forze non sono tornate ancora tra noi?
È come se lo spaghetti western, nel suo cinismo postmoderno, avesse avuto allora la consapevolezza che il mondo prima o poi sarebbe ritornato ad essere come quello descritto nei suoi film, con la enorme forza attrattiva delle sotto-comunità, il cinismo dilagante, un disperato senso di assenza del futuro e di rattrappimento della dimensione storica, e una coscienza sociale funzionale a questo scenario.
Spaghetti western, ovvero dal piacere al godere, che è l’enorme problema del nostro contemporaneo.

 

di F. D.S.  | :venews
settembre 2007 

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